SPECIALE/ SPETTACOLO/Il teatro scende in strada

di Samira Leglib

Lunedì 6 Luglio ore 7.45pm. Soho. Blocco di Washington Street tra Spring e Canal. Questo tratto di strada al limite del West Side stasera è chiuso al traffico. Questa sera, e per altre due solamente, sarà il set della prima mondiale del Drive-in Stage di Dario D’Ambrosi. Abbiamo appuntamento con D’Ambrosi, autore e regista di Night Lights sperimentazione unica nel suo genere, subito prima dello spettacolo.

Le macchine, dieci in totale, iniziano ad arrivare. All’angolo, dentro un furgone, vi è appostato un poliziotto con il compito di sorvegliare le riprese dall’inizio alla fine. D’Ambrosi è al centro della strada, una casacca di un arancione morbido e dei pantaloni bianchi. Gli attori, gli assistenti, l’ingegnere del suono sono tutti nel pieno dei preparativi: “Dario, come vuoi che parcheggi questa macchina?”, “Dario, lasciami finire di sintonizzare l’audio”.

L’atmosfera è frenetica e così continua per tutta la durata dell’intervista ma c’è da capire, qui stiamo per sperimentare qualcosa di totalmente nuovo all’interno del Teatro e da un lato è già un’esperienza vedere D’Ambrosi definire gli ultimi dettagli con i protagonisti, tentare di rispondere a una nostra domanda e a metà frase alzarsi per chiedere il permesso al poliziotto di guardia di utilizzare una pistola sul set.

Era già un po’ di tempo che il progetto del Drive-in Stage e di “Night Lights” stava, per così dire, “in cantiere” (scritto da D’Ambrosi quasi dieci anni fa). Ma da dove nasce la primissima idea?
«Un giorno stavo affacciato ad una finestra e ho visto in strada due persone litigare. Così mi sono chiesto: perchè non mettere in scena uno show dove le persone possono vedere e sentire quello che sta succedendo senza essere visti come me ora. Così ho iniziato a cercare un ingegnere del suono che potesse rendere questo possible e ho trovato l’eccezionale Massimo Simonetti».


 Cosa ha significato New York per Dario D’Ambrosi?

«Ho sempre cercato di debuttare qui, questa città per me significa tutto e anche se non è stato facile richiedere i permessi per chiudere questo pezzo di strada sono stati tutti ben disposti e ho visto anche come il New York Times ha recepito l’iniziativa. Ora andremo a Cleveland per il Festival mondiale delle nuove tecnologie, ma mi sembrava importante farlo qui a New York».


Che interpretazione possiamo dare a questo nuovo modo di esperire il teatro, guardare senza essere visti, siamo nel territorio del voyeur?

«Si, è un voyeurismo particolare, un’esperienza che mischia la Radio, la Televisione e il Cinema. Una vera rivoluzione. Sperimentiamo il modo di fare spettacolo».

Ci sono dei testi che si adattano meglio di altri a questo nuovo genere?
«Ho dovuto scrivere un testo apposito per attori che recitano in macchina. Night Lights è stato provato, creato e disegnato per questo tipo di stage».

Che relazione esiste, se esiste, tra questo nuovo genere e il suo Teatro Patologico?
«La sperimentazione sicuramente. Anche qui siamo di fronte ad una storia patologica molto forte di una donna violentata a undici anni e che non è mai riuscita a superare il trauma. Questo della violenza sulle donne ritengo sia un argomento fondamentale che mi interessava trattare».

La storia, come vi anticipavamo la scorsa settimana, è quella di un incontro clandestino tra una professoressa universitaria e un ex-carcerato, entrambi nascondono dei terribili segreti. Nel ruolo della donna vi è Celeste Moratti che per Night Lights ha anche curato la traduzione inglese: «Tradurre Dario non è facile perchè lui è un flusso continuo».

Ore 9.10pm, non precedono pause, non siamo sul set di un film e per questo non si sentono ciak, ma lo spettacolo inizia. Il pubblico è seduto in macchina, quattro persone per ogni vettura tutte dotate di cuffie sintonizzate sui microfoni degli attori. Un’ora dopo l’applauso degli astanti segnala la fine dello show come il calare del sipario su di un palco canonico. Prima di quello, il fiato è rimasto sospeso e la concentrazione fissa, nulla ha interrotto la presenza dello spettatore; non una recitazione malferma, non un imprevisto. Gli attori hanno dato prova esemplare dell’atto recitativo su di un testo, crudo, intenso, che nel suo essere estremo vibra di realismo. Sarà stata complice anche la nuova posizione, e dimensione, che D’Ambrosi dà allo spettatore, di osservatore invisibile, testimone oculare di vite che accadono e muoiono in una strada cittadina.

Fatto sta che la fruizione è decisamente singolare. C’è un parabrezza tra il pubblico e gli attori, a volte due quando questi si trovano a parlare seduti in macchina.
Ma quante volte ci siamo ritrovati in attesa in un parcheggio, magari quello del supermercato o della stazione, a osservare vite altrui? Forse è proprio qui che sta l’innovazione del Drive-in Stage, di rendere artificialmente quello che tutti, seduti in macchina o affacciati ad una finestra, abbiamo almeno una volta nella vita provato: il piacere di guardare senza essere visti. Un piacere antico quanto l’uomo.Il giorno successivo la prima, abbiamo chiesto a D’Ambrosi un commento sull’esito della serata: «Sono molto contento. Eravamo sul filo del rasoio. Non so se voi e il pubblico ve ne siete accorti ma bastava un niente perchè saltasse tutto. È stata una serata mitica! Sono felice che abbiamo vissuto insieme questa prima esperienza qui a New York, magari tra dieci anni lo faranno a San Paolo o a Parigi, ma noi avremo visto il primo spettacolo».