Italiani in America

Lo Stradivari dei diamanti

di Generoso D’Agnese

Per gli amici e i colleghi più stretti quel che manca di più è la sua voce. Antonio Bianco lo ricordano infatti così, nella sua stanza piccola e poco illuminata, con le mani impegnate nella lavorazione della pietra più preziosa del mondo: il diamante.
E nessuno, alla Safdico (South African Diamond Corporation), dalla data della sua morte, ha più avuto voglia di ascoltare un brano dell’opera, per paura di mancare di rispetto alla genialità di un grande artigiano.

Antonio Bianco era l’anima di quest’azienda che da anni trasforma i diamanti grezzi nei preziosi monili che tante donne amano sognare. Per lui tagliare il diamante non aveva nulla a che fare con l’apparenza. Per lui tagliare diamanti era una continua sfida con se stesso e contro i limiti imposti dalla natura, per arrivare alla creazione di un qualcosa di davvero unico e irripetibile.
E la sua arte è diventata una vera leggenda nella metropoli americana che ama correre e metabolizzare velocemente le giornate. Perché un diamante non lo puoi confezionare in poche ore e con il ritmo frenetico della tecnologia. Un diamante ha bisogno di tempo e pazienza, di mani sapienti e di un’occhio attento. E non ammette fretta.

Antonio Ermanno Bianco era nato a Johannesburg, il 26 dicembre del 1951 e tra una merenda e l’altra imparò subito ad apprezzare questo particolarissimo lavoro, in una terra che regala dalle sue viscere pietre di potenziale valore.
Una famiglia di tagliatori di gemme, quella dei Bianco (Antonio, Giovanni , Luigi e Maria). Suo padre, emigrato in Sudafrica proveniente da Foggia, aveva imparato a tagliare pietre preziose di medio valore e il fratello Giovanni si è specializzato nel taglio di diamanti mentre Luigi ha preferito seguire l’amore per la musica ed è diventato cantante lirico.
Antonio divenne apprendista a 11 anni e assisteva il padre nel lungo percorso che porta la pietra grezza a trasformarsi in uno sfolgorio di luce. A 18 anni iniziò l’apprendistato ufficiale e dopo aver appreso il mestiere, nel 1976 decise di trasferirsi a New York, aprendo un negozio nella 47 st, la strada dei diamanti della città. Sposatosi con Caterina Cilluffo nel 1981, Antonio è diventato padre di Loredana e Nadia, di Dario e Sandro, tutti residenti a Bridgewater. Fiero interprete dell’artigianato italiano di altissimo livello, Bianco scelse dopo molte titubanze di abbandonare la sua bottega e di trasferirsi presso la Safdico, sulla 5th Avenue.

Il suo lavoro certosino era ben lontano dai riflettori dei media. Antonio Bianco la luce preferiva darla ai suoi diamanti, piuttosto che cercarla per il suo indiscusso talento. Considerato dagli esperti di questa affascinante branca artigianale lo Stradivari dei diamanti, Bianco impiegava anche un anno per terminare il taglio di una pietra grezza. La maggior parte dei tagliatori di pietre lavorano su diamanti 5 carati; ai più esperti vengono affidati diamanti dai 20 ai 50 carati e solo ai geni di questa difficile arte viene permesso di affrontare le pietre dalle potenzialità più esplosive. Bianco nel suo laboratorio ha trasformato almeno sei pietre aventi 100 e più carati: tra questi vanno segnalati le pietre “Dream” , la “Golden Star, “ e la Flame”Flame”, vere e proprie fuoriserie della natura.

Il taglio del diamante è un lavoro di grande pazienza, cui Bianco sovrapponeva la sua voce e le sue arti dell’opera italiana. Un modo come un altro per scacciare la tensione e cercare la concentrazione.
«Quando sentivo la sua voce cantare – spiega Hoda Esphahani, manager della Safdico – sapevo che Nino stava lavorando con pazienza alla sua pietra. Quando la sua voce intonava un’aria di un’opera lirica, allora sapevo che il lavoro era vicino al termine e che i risultati sarebbero stati grandiosi».
Tra le mani dell’artigiano italo-sudafricano sono passati i più grandi e rari diamanti della Terra. Pietre alle quali Bianco doveva dare le mille sfaccettature che riescono a catturare la luce e a scomporla nei suoi colori primari, pietre che sarebbero finite nei caveau di imprenditori miliardari, di famiglie reali o di sceicchi petrolieri, e raramente addosso a qualche donna. Pietre cui veniva dato un nome proprio, per testimoniarne l’assoluta unicità.

«Bianco era una stella nel suo mestiere – ricorda Laurence Graff, imprenditore di diamanti con sede a Londra e committente dell’artista scomparso – e lui riusciva a intuire la forma, la luminosità e perfino le opacità delle pietre grezze che gli venivano portate per la trasformazione».
Un talento solitario, che aveva scelto un mestiere paziente e dai ritmi lenti. Un genio italiano che ha smesso di trasformare in sogno le pietre estratte dal sottosuolo, lasciando ad altri il difficile compito di diventare il mago della luminosità.