SPECIALE/LIBRI/La forza amara di Silone

di Stefano Vaccara

Stanislao G. Pugliese Bitter Spring. A Life of Ignazio Silone (Farrar, Straus and Giroux, 2009. 426 pp, $ 35).

Come accaduto per altri “casi” italiani, ci è voluto tutto l’impegno e l’abilità di uno storico “straniero” per far ordine al “pandemonio” creato sul “Caso Silone” che, da circa dieci anni, era schizzato a conclusioni infamanti e senza più controllo. L’establishment culturale italiano non perde il vizio di divorare i suoi figli più meritevoli, prima tardandone il riconoscimento del talento, che in questo caso letterario arriverà in grave ritardo sulla consacrazione avvenuta nel resto del mondo. Poi, a venti anni dalla morte di uno dei più grandi scrittori del Novecento, giungendo a conclusioni troppo affrettate e nette: Ignazio Silone spia fascista della prima ora, quando era agli inizi della sua carriera nel Partito comunista. Invece certe interpretazioni a seppur legittimi interrogativi emersi dalla vita del grande scrittore abruzzese, avrebbero meritato, appunto per la complessità e profondità del soggetto in questione, molta più cautela nei giudizi.

Stanislao G. Pugliese, storico americano che insegna storia dell’Europa alla Hofstra University, aveva già dimostrato tutta la sua abilità di assemblatore di un’altra grande seppur breve vita, anche quella volta per la prima volta in inglese, con il suo “Carlo Rosselli: Socialist Heretic and Antifascist Exile” (Harvard University Press, 1999). Ora con questa imponente, appassionante e sempre scorrevole biografia di Ignazio Silone, Pugliese colma la strana lacuna finora presente nella saggistica mondiale che, a trent’anni dalla morte dello scrittore abruzzese, non aveva ancora un titolo che ricostruisse la complessità della figura di un così importante autore della letteratura del Novecento.

Nelle pagine di “Bitter Spring”, non si approfondisce solo la genesi di capolavori della letteratura mondiale come ormai sono identificati “Fontanamara” e “Pane e Vino”, scritti uno dietro l’altro da Silone negli anni Trenta durante la sua vita di rifugiato in Svizzera e che ne decretarono la trasformazione da “fuoriscito” comunista, a scrittore socialmente e idealmente impegnato ma libero finalmente da ogni costrizione partitica. Pugliese nel suo lavoro fa molto di più: attraverso la ricostruzione della tanto “amara” -– abbiamo fatto notare all’autore come la parola “bitter” si ripeta costantemente in ogni capitolo del suo libro e la risposta di Pugliese è stata: “È vero, l’ho notato, però me ne sono accorto solo a lavoro ultimato…”- quanto immensamente riscattata vita di Secondino Tranquilli – il vero nome di Silone - si arriva a comprendere come sia stato possibile che un ragazzo nato nel 1900 nel piccolo paese di Pescina, rimasto orfano nel 1915 nel terremoto che devastò la regione della Marsica, con una lacunosa e mai terminata istruzione formale, si trasformi in uno dei più grandi scrittori del Novecento.

Pugliese ci mostra un sofferente ribelle che trova una “nuova famiglia” nel neonato Partito comunista italiano diventandone addirittura da giovanissimo già uno dei protagonisti, capace di trasformarsi nella più profonda coscienza critica di ogni totalitarismo. Silone sarà capace, pur attraverso un percorso di enormi sofferenze materiali, fisiche e psicologiche, di sfidare la sua epoca e vincerla attraverso la scoperta della dote di romanziere nuovo e questa volta sì rivoluzionario, perché più “verista” di Verga – che infatti non ha mai letto prima di scrivere “Fontamara”- capace cioè di mettere al centro del racconto non solo la tensione morale dei suoi personaggi, ma di un’intera classe sociale, i cosidetti “cafoni”, rivalutandone quei contadini fino ad allora sconosciuti o denigrati del Mezzogiorno d’Italia come classe condannata ad essere per sempre “vinta” dalla sua supposta ignoranza e che invece preserva valori forti. Cioè Silone trova nei “cafoni” quei valori “puri”, che riconosce essere cristiani, nel senso profondo che lo scrittore scopre anche nella sua coscienza di credente senza che però mai smetta, fino alla fine dei suoi giorni, di disprezzare e combattere una certa gerarchia della Chiesa cattolica. Così Pugliese mette in risalto come il Silone che si trasforma da militante di partito in scrittore, con la trilogia di romanzi “Fontamara”, “Pane e Vino” e “Il seme sotto la neve” – quest’ultimo non ebbe lo stesso successo dei primi due ma, ci rivela Pugliese, fu il preferito da Silone proprio per il suo messaggio di speranza- ebbe un impatto profondo e diffuso nel riuscire a scuotere le coscienze internazionali del tempo per la lotta al fascismo e a tutti gli altri “ismi” che avrebbero ancora insaguinato il mondo.

Nel libro di Pugliese, emergono personaggi fondamentali nella “salvezza” di Secondino-Ignazio. Ovviamente le sue donne sono importanti, così la prima “moglie” Gabriella Seidenfeld, compagna degli anni di militanza e fuga dal Partito comunista, fino alla “vera” moglie Darina Laracy Silone. Pugliese ha la fortuna di conoscere quest’ultima e ottenerne aiuto per la sua indagine biografica prima della sua scomparsa. Ma scopriamo anche altri che hanno avuto un ruolo nel saper riconoscere nel carattere di un ragazzo sfortunato colpito da troppe tragedie che ne hanno sconvolto gli affetti, la forza per il riscatto. Pugliese mette in risalto, per esempio, l’importanza avuta da Don Luigi Orione, il prete che viene in soccorso degli orfani terremotati e che prende quindi in affidamento i due fratelli Tranquilli. Con Secondino, anche il piccolo Romolo, trovato vivo sotto le macerie dopo quattro giorni dalla scossa. Non sarà un rapporto lungo e non avrà, almeno all’apparenza, successo nel riuscire a far completare gli studi al “ribelle” Secondino, ma si intuisce dalla ricostruzione di Pugliese l’impatto avuto sugli sfortunati fratelli Tranquilli da quell’eroico prete, che ricordiamo poi verrà, a mezzo secolo dalla morte, santificato da Papa Wojtyla. Certi valori discussi con Don Orione rimarranno impressi nella coscienza dello scrittore e si ritroveranno nei suoi capolavori letterari, con personaggi direttamente ispirati a quel prete.

Silone prima di diventare Silone, incontrerà e avrà rapporti, o forse meglio dire scontri, con grandi e tragiche figure storiche, da Togliatti allo stesso Stalin. E sarà proprio Gramsci, che lo conoscerà giovanissimo ai tempi della scissione di Livorno e che lo vorrà già direttore di periodici nel neonato Pci, a capire, prima di chiunque altro, che quel giovane Tranquilli ha “più il talento da scrittore” che da politico.

Per quanto riguarda il citato all’inizio “Caso Silone”, Pugliese dedica ampio spazio della sua biografia non per cercare di prendere le parti dei “difensivisti”, ma per far emergere, dai documenti così come nella risostruzione delle discussioni e dibattiti avvenuti, come manchino assolutamente gli elementi per poter dare una giudizio definitivo di condanna o assoluzione.

Pugliese, che abbiamo il privilegio di conoscere bene anche per la sua collaborazione con Oggi7, alla nostra domanda su cosa fosse stata l’impresa più difficile nella realizzazione di questa biografia su Silone, non ha mostrato dubbi: la ricostruzione del rapporto tra Guido Bellone, ufficiale di polizia – attenzione, non dell’Ovra, cioè la polizia segreta fascista, ma della Questura di Roma anche se pur si occupava della sezione politica – e l’agente “Silvestri”, cioè Ignazio Silone. Leggendo le pagine del capitolo, si percepisce l’immensa fatica che deve essere costata allo storico americano per riuscire a districarsi tra la quantità di documentazioni solo in parte già pubblicate dai colleghi italiani, gli storici Dario Biocca e Mauro Canali, che fecero scoppiare nel ’96 la polemica e la troppo frettolosa “sentenza” nei confronti di Silone di essere stato una spia al servizio del Fascismo fin dai primi anni Venti.

Invece Pugliese, pur riconoscendo che nei documenti letti e facendolo “confessare” persino alla stessa moglie dello scrittore Darina, che qualche segreto mai rivelato deve sicuramente esserci stato nella vita “amara” di Silone, tirare delle conclusioni certe e definitive diventa impossibile. Troppi perché rimangono insoluti. Ovviamente la tesi più forte, e forse più comprensibile, resta quella che Silvestri collabori con Bellone solo dopo il 1928, cioè dopo l’arresto del fratello di Silone, Romolo Tranquilli. Silone non riuscirà a salvarlo ed egli morirà nel ’32 in una prigione fascista. Ecco che è proprio la tragedia di Romolo che potrebbe spiegare quel rapporto. Ma leggendo i documenti e il dibattito che ne è esploso tante altre strade si possono percorrere, persino quella di un rapporto omosessuale tra lo scrittore e l’ufficiale di polizia forse conosciuto fin dai tempi del terremoto.

Allora “che fare?” È proprio parafrasando la frase usata dagli eroici “cafoni” alla fine di “Fontamara” – e che per Silone non rappresenta una sconfitta ma semmai l’inizio della fine della rassegnazione sulle ingiustizie e quindi del riscatto - che concordiamo con Pugliese: la definitiva e assoluta verità probabilmente sarà impossibile da accertare, ma comunque questa non potrà capovolgere il giudizio su Silone, egli è stato e resterà tra i più grandi scrittori, uno dei pochi intellettuali italiani che ha saputo capire e sfidare, senza mai arrendersi, l’“amaro” secolo Novecento.
svaccara@yahoo.com