TESTIMONIANZE RACCOLTE TRA GLI ABITANTI DE L’AQUILA/Scene di quotidiana condiscendenza

di Alfonso Francia

L'AQUILA - Un’immagine resta impressa, visitando la città abruzzese durante i giorni del G8. Mentre tutto il mondo discute dei potenti della Terra lì riuniti, e si eccita guardando alla televisione George Clooney che visita le zone distrutte promettendo di girare un film in quelle strade, gli aquilani mantengono in questo trambusto una perfetta indifferenza. Non sono abituati a sentir parlare della loro città in televisione. Oscurata dall’ingombrante vicinanza di Roma, L’Aquila è sempre stata snobbata dai turisti e dagli appassionati d’arte. Eppure non si impressionano di fronte all’incredibile sfoggio di potenza e mondanità esibito in questi giorni. Mentre le televisioni più importanti proseguono le dirette dalla caserma di Coppito, gli abitanti della città escono dalle loro tende per comprare il giornale in edicola, raggiungere uno dei bar ancora aperti e chiacchierare di terremoto, ricostruzione, persino di calcio. Ma non del G8.

“Fa parte del carattere di questa gente”, ci spiega Arrigo, un impiegato di banca napoletano che vive all’Aquila da vent’anni. “Guardano a questa manifestazione con una certa condiscendenza; sanno che nel giro di un paio di giorni tutti se ne andranno e loro dovranno continuare a vivere nelle tende, come fanno da tre mesi”.

Gregorio, un pensionato di settant’anni, veniva ogni mattina a prendere il caffè in un piccolo bar appena fuori dalla città e continua a farlo anche ora che il suo tetto è un pezzo di tela blu. “Dicono che siamo scontenti del G8, ma non è vero. Non pensiamo sia stato un male, ma prima di ringraziare voglio vedere quanti di questi grandi capi di governo ci daranno davvero una mano”. Per ora si sono visti solo disagi. Spiega che suo genero, che vive nella cosiddetta zona rossa, un quadrilatero lungo chilometri che circonda la caserma di Coppito chiuso al traffico, vive come un carcerato. “Gli hanno dato un pass per tornare a casa, ma non può usare la sua macchina. Deve prendere le navette, che vengono scortate da due macchine della polizia e ovviamente non ti portano esattamente dove devi andare”.

Gli aquilani sembrano sconcertati da questo spiegamento di forze; l’autostrada che da Roma porta al capoluogo abruzzese è presidiata come una zona di guerra. Le camionette di polizia, carabinieri, Guardia di Finanza ed esercito sono piazzate a ogni cavalcavia, svincolo e ingresso di galleria. Cose mai viste qui.
Parlare con queste persone non è difficile, non amano lamentarsi ma sono terribilmente annoiate. “In due mesi sono stati capaci di costruire un aeroporto, strade e alloggi per tutti i capi di Stato, ma nessuno che abbia pensato a fare qualcosa per la gente che nelle tendopoli non sa come arrivare fino a sera”, si sfoga Alessandro, studente di ingegneria a Roio, che teme di doversi laureare in una tenda. “Eppure basterebbe poco; ora siamo in estate, non credo sarebbe una spesa eccessiva organizzare dei cinema all’aperto nelle tendopoli, oppure mettere un paio di porte da calcetto o i canestri per il basket, come hanno fatto per Obama. Sono spese minime che permetterebbero alle persone di non passare le loro giornate in tenda, a pensare alle loro case distrutte e all’inverno che si avvicina, e che qui arriva presto”.

In effetti fa impressione notare come i lavori siano stati portati a termine a tempo di record. Viene in mente una frase di Montanelli, di recente recuperata dai suoi diari: parlando della ricostruzione di Firenze dopo l’alluvione del 1966, il giornalista scriveva: “Tutto andò liscio e alla svelta perché si poterono fare in tre ore delle cose che, stando alle procedure normali, avrebbero richiesto tre anni. È chiaro, l’Italia funziona solo quando non funzionano le leggi, e forse per questo che ne sforna più di qualunque altro Paese al mondo”.

È esattamente quel che è successo con questo G8. Terreni edificabili rimasti per vent’anni inutilizzati perché in attesa di una concessione edilizia sono stati confiscati e utilizzati per costruire le infrastrutture più urgenti, compresi, per fortuna, gli alloggi destinati ai terremotati. Ma anche in questo caso la misurata diffidenza abruzzese torna a farsi sentire. Aldo, un muratore di 48 anni, ricorda un particolare: “Nei primi giorni dopo il terremoto si diceva vi fossero migliaia di abitazioni sfitte. Ora che la gente non ne può più di vivere campeggiando è uscito fuori che questi appartamenti sarebbero appena duecento. Non vorrei che fossimo di fronte all’ennesima speculazione edilizia, fatta per arricchire i costruttori invece che aiutare noi”.

Nonostante ciò, le proteste sono state minime e per nulla incattivite. Un gruppo di donne battezzatosi “last ladies” ha sfilato di fronte all’ingresso della città facendo il verso alle first ladies, e alcuni ragazzi si sono fatti fotografare mentre marciavano in boxer perché “il terremoto ci ha lasciati in mutande”. Niente scontri con la polizia però, non è volata neanche una parola grossa. Anzi, l’unica forma di autorità nei confronti della quale gli abruzzesi sembrano nutrire una sincera fiducia sono proprio le forze dell’ordine. “Se ne stanno qui tutti i santi giorni” ci spiega una signora che viveva a due passi da Porta Napoli, una delle zone più colpite dal sisma. “Sono dei bravi ragazzi, hanno sempre una parola gentile e sembrano davvero dispiaciuti per quello che stiamo passando”.
Sui loro volti si legge solo il fastidio nel vedersi allontanati dalla loro città, chiusa come un teatro per far posto alle visite dei divi di Hollywood e di ex modelle. Ma con la chiusura dei lavori gli aquilani sono già tornati a presidiare i chioschi e i bar vicini al centro storico, per guardare almeno da lontano la loro città puntellata, nella speranza che il governo mantenga le promesse e dia il via alla ricostruzione. Magari con la stessa rapidità delle opere realizzate per il G8.