GLOBO ITALICO/G8 è il passato, Glocal è il futuro

di Piero Bassetti e Niccolò d’Aquino

Il G8, come sempre, riempie ogni anno le pagine politiche, economiche e dei commenti dei giornali. Ma, ogni volta, non riesce a non dare la sensazione che sia una passerella dei “soliti” potenti. Che i veri problemi siano altri e non vengano affrontati.

«Certo! Perché, essendo un’istituzione, il G8 e gli altri G tendono a esistere e a dare risposte all’interno dei parametri sui quali si sono costituite. Ma trascendono i problemi veri, che toccano la gente: inquinamento, CO2, energia, riscaldamento, migrazioni, comunicazioni, mobilità, lavoro. Queste istituzioni tendono, per modernizzarsi, a inventare un nuovo modo di relazionarsi tra loro: sempre meno sovranità, sempre più accordi. I vari G - quindi non solo il G8 (cioè America e Occidente ) ma anche il G20 (America e paesi avanzati) o il G2 (cioè Usa e Cina), sono l’espressione di questo tentativo. Intendiamoci: questo, in sé, è un fatto positivo. Ma la vera richiesta è il confrontarsi con la gente. E alle nuove integrazioni della globalizzazione gli Stati arrivano in maniera diversa, tendono cioè ad arrivarci per vie diplomatiche, cioè attraverso accordi formali. I popoli, invece, puntano a fare nuove identità: se ne hanno una che li accomuna al di là delle bandiere nazionali, come nel caso della italicità o della italoamericanità, usano questa».

Istituzioni sovranazionali, quindi. Già superate o quanto meno in affanno e sempre meno in contatto con le constituencies. Come si salda la frattura?
«Con la glocalizzazione. Che vuol dire: saper vivere la globalizzazione a livello locale. Il che significa: fine dei confini e del loro ruolo, nuovo modo di organizzare i rapporti politici  tra istituzioni e individui. Ovvero, nascita di nuove soggettività politiche, nuove polis, nuovi modi per  affrontare oggi l’ordine mondiale coi suoi problemi di spazi, ambiente, convivenza, città, mobilità dell’informazione con la nuova dimensione del web. In sostanza, la glocalizzazione non tocca soltanto i rapporti tra gli stati ma direttamente i nuovi popoli: anglossasioni, europei, asiatici eccetera»..  
 
Quindi, i popoli - come li chiami - come possono trarre vantaggio dal G8 o dagli altri G e capirne lo svolgimento?
«Innanzitutto capendo che i G sono una modalità per tentare di superare l’impatto della glocalizzazione che sta facendo saltare i confini, creando nuove dimensioni di polis e nuovi modi di affrontare i problemi, superando la vecchia tradizione diplomatica delle relazioni internazionali formalizzate. Ogni G è il tentativo di mettersi a cavallo tra il nazionale e il metanazionale».

E per gli italiani, dov’è il vantaggio?
«Il G8 per noi può essere vissuto come occasione per affermare un nostro ruolo. E questo è quello che ci auguriamo sappia fare il nostro governo. Ma anche per saldare l’integrazione dell’Europa e dell’Occidente. E per contribuire alla soluzione dei problemi globali. Per esempio, potremmo vedere se con la Russia, tramite il G8, possiamo prepararci a far fronte comune per rispondere alle “domande” della Cina. Oppure, potremmo decidere di usare questi G come strumento per prepararci all’incontro col potere economico e commerciale crescente di paesi emergenti come India o Brasile. Quello che voglio dire è che dipende da noi: possiamo dare risposte “immediate” o a più lungo respiro».

Ma c’è chi dice che questi siano tra gli ultimi G8 a cui parteciperanno Francia e Italia, presto sostituite da Brasile e India. O che, quanto meno, il G8 perderà di importanza rispetto al più ampio G20.
«È giusta la seconda previsione. Il G8 è di fatto già superato. Ma qui c’è la differenza tra il modo di vedere le cose da parte dei media - che puntano a semplicazioni come questa - e il modo con il quale per esempio le vediamo noi, del think tank Globus et Locus. Al centro c’è la grande domanda: siamo di fronte a una crisi nel sistema o a una crisi del sistema (PB vuole siano evidenziati in grassetto solo nel e del). La risposta è che siamo di fronte a una crisi del sistema. Guarda la crisi internazionale: non si può dare tutta la colpa alle sole banche, ai finanzieri senza scrupoli, ai mega-bonus dei manager. La questione è politica, di necessità di nuove regolamentazioni. Il problema non è nel capitalismo ma del capitalismo e del bisogno di un nuovo ordine mondiale. Del resto tutte le cancellerie stanno già lavorando al di fuori dello schema G8. Ma il tutto l’apparato dei G che è in crisi».

Ma da cosa verrebbero sostituiti?
«Da un nuovo mix di organizzazioni funzionali e territoriali: da un intreccio cioè di regolamentazioni prodotte da Fondo monetario internazionale, Wto, World Bank, Federal Reserve, Banca centrale europea e banche nazionali, e di regolamentazioni prodotte da istituzioni basate sul territorio: stati, regioni, l’Ue o l’Asean. Alle quali si aggiungeranno le grandi agenzie ad hoc: per l’energia, il CO2 e per le altre tematiche. E, in più, dalle nuove forme di relazioni interstatuali di cui l’Onu è stato, utopicamente, la prima intuizione».

Ecco, le Nazioni Unite. Finora, nonostante le sue risoluzione siano per lo più disattese è pur sempre l’assise dove si va a portare le grandi questioni internazionali. Che fine farà l’Onu in questo nuovo ordine?
«Globus et Locus, in una prima fase, è entrata nel meccanismo Onu, con lo Staff College. Ma la mia convizione è che, oggi, l’Onu rimarrà, perché le trasformazioni non si fanno con la cancellazione dell’esistente ma con la creazione del nuovo. Ma servirà però come foro dove affrontare problemi tipo le pandemie o la legge del mare. Sarà, insomma, il luogo dove tutti gli Stati nazionali  procederanno secondo il meccanismo di Westfalia (la pace firmata nel 1648 che inaugurò un nuovo ordine internazionale).Un sistema cioè in cui gli Stati si riconoscono tra loro proprio e solo in quanto Stati sovrani. L’Onu sarà la massima espressione di questo tipo di rapporti. Ma ora stanno nascendo tutte le nuove espressioni e esigenze dell’epoca della glocalizzazione. Che nascono dal basso e dovranno trovare risposte anche al di fuori del Palazzo di vetro».

Quindi devono adeguarsi sia le istituzioni sia le persone?
«Sì. E per venire agli italiani la questione sarà: dobbiamo diventare europei o dobbiamo diventare italici? Tutti e due. Europei lo stiamo divenendo già. Anche se il passaporto europeo ce lo siamo trovati in tasca. Mentre per esempio gli svizzeri si sono battuti per secoli per avere il loro.
Italici sta a noi saperlo diventare».