ARTE/Un certo sorriso

di Silvia P. Mazza

Universalmente noto quello dipinto da Leonardo sul volto di Monna Lisa, il "sorriso enigmatico" non è un "esclusiva" della bella dama che ci fissa inquietante dal dipinto del Louvre, ma possiamo invece ritrovarlo a caratterizzare prepotentemente anche i tratti fisionomici di altri meno noti - almeno all'infuori  della stretta cerchia di specialisti - personaggi  delineati da artisti di epoche diverse e lontane, ammaliando e turbando sempre i visitatori.
È non è un'esclusiva tutta al femminile! Prendiamo, ad esempio, il "Ritratto d'Ignoto", capolavoro di Antonello da Messina, custodito al Museo Mandralisca di Cefalù.

Recentemente (dal 5 giugno) il piccolo museo ha visto, inoltre, arricchire il suo percorso espositivo grazie a un autentico pezzo forte, un'opera inedita, mai esposta finora, ritrovata nei depositi e adesso restaurata: un dipinto su tavola in cui è raffigurato un San Giovanni Battista, vero e proprio capolavoro della pittura fiorentina dei primi decenni del Cinquecento, attribuito a Giovanni Antonio Sogliani. Si tratta del primo importante risultato del progetto di valorizzazione delle collezioni che la Fondazione Mandralisca ha affidato al nuovo curatore Vincenzo Abbate, per molti anni direttore della Galleria Regionale di Palazzo Abatellis a Palermo. Il dipinto "ritrovato", per qualità e bellezza, rappresenta così il secondo capolavoro del museo dopo il ritratto di Antonello.

E su quest'ultimo e sul suo ipnotico sorriso torniamo, dunque, a soffermarci. Secondo la tradizione, il dipinto, in origine utilizzato - pensate - come sportello in un mobile di farmacia, fu acquistato a Lipari intorno alla metà dell'Ottocento dal barone Enrico Piraino di Mandralisca per la sua ricca collezione, successivamente donata alla città di Cefalù. Nell'inventario della collezione del Mandralisca, che alla fine dell'Ottocento fece lo storico Giuseppe Meli, la tavoletta fu attribuita ad Antonello da Messina e da allora l'attribuzione viene accettata da tutti gli studiosi, che però non sono altrettanto concordi sulla datazione. Tra i "padri" della moderna storia dell'arte italiana, Roberto Longhi (1953) lo vede ancora legato al tono tipologico siciliano, da cui Antonello si staccherà nel '74 e Adolfo Venturi (1915) lo data attorno al ‘70, anche se per lui è posteriore al ritratto del Borghese e a quello oggi ospitato al Metropolitan Museum di New York. È comunque considerato il più antico tra i ritratti noti del grande maestro, dei quali costituisce anche l'unico esempio conservato in Sicilia. Fortemente influenzato dal rigoroso realismo nordico, fiammingo e provenzale, il dipinto sembra risentire, in particolar modo, della lezione di Petrus Christus e di Enguerrand Quarton nella minuziosa attenzione verso la resa dei particolari del volto del personaggio effigiato e nell'essenziale contrasto cromatico del suo abito. È impossibile, allo stato attuale degli studi, identificare l'uomo del ritratto, che resta comunque un emblema dell'identità culturale siciliana, «nel cui sorriso - ha scritto Federico Zeri - tra eginetico e minatorio è condensata l'ambigua essenza dell'isola fascinosa e terribile».

«A chi somiglia l'ignoto del Museo Mandralisca?», si chiede anche Leonardo Sciascia (Scritti d'arte, RCS Libri, 2000), «Al mafioso della campagna e a quello dei quartieri alti, al deputato che siede sui banchi della destra e a quello che siede sui banchi della sinistra, al contadino e al principe del foro; somiglia a chi scrive questa nota (ci è stato detto); e certamente assomiglia ad Antonello. E provatevi a stabilire la condizione sociale e la particolare umanità del personaggio. Impossibile. È un nobile o un plebeo? Un notaro o un contadino? Un pittore, un poeta, un sicario? Somiglia, ecco tutto».

Fantasiosa e anacronistica, per quanto suggestiva, è l'ipotesi, a lungo accreditata, che si tratti di un ignoto marinaio di Lipari (come si legge nel catalogo a stampa del celebre fotografo romano Anderson) giacché, come acutamente ha notato ancora il Longhi, sebbene Antonello amasse far rivivere i volti del popolo siciliano nei dipinti di soggetto sacro non era solito ritrarre marinai o pescatori, ma nobili (‘baruni') e ricchi borghesi. Lontano dal celebrare lo status dell'effigiato ed eseguirne un ritratto ufficiale e idealizzato il pittore, attraverso la caratterizzazione dell'espressione ne traccia il ritratto interiore, mirando a raffigurare l'uomo e non il personaggio.

Danneggiato da un atto vandalico, con alcuni sfregi agli occhi ed alla bocca, è stato oggetto di un primo intervento di restauro alla fine dell'Ottocento, al quale ne sono seguiti altri due, nel 1953 e nel 1980, a cura dell'allora Istituto Centrale del Restauro. Non a caso l'autore dello sfregio volle ferire non solo lo sguardo quasi impertinente dell'anonimo giovane ritratto, ma anche quell'accenno di sorriso che forse gli suonava a mo' di canzonatura provocatoria.
Dell'illustre "paziente", d'altra parte, ci si è continuati a prendere cura anche in seguito.
Dal 2005, infatti, l'Assessore Regionale dei Beni Culturali ha inaugurato il nuovo allestimento della sala dedicata al capolavoro di Antonello. L'idea è nata dall'esigenza di migliorare le condizioni di conservazione e di esposizione del dipinto ligneo divenuto uno dei simboli più prestigiosi della città di Cefalù e del suo museo, sorto nel 1934.

Il progetto del nuovo allestimento, finanziato dall'Assessorato Regionale Beni Culturali ed Ambientali e Pubblica Istruzione -, è stato ideato da Ermanno Cacciatore, Responsabile del Laboratorio di Fisica ed Ambientalistica del Centro Regionale per la Progettazione e il Restauro della Regione siciliana, e sviluppato con la collaborazione dei tecnici Salvatore Zappalà e Alberto Moceri, sulla base dei dati ottenuti dalla campagna di rilevamento microclimatico condotta nel 2003 (l'intervento è stato realizzato da Museum Engineering di Gerenzano (VA) e dal Laboratorio Museotecnico Goppion di Milano, leader nel settore ed autore di prestigiosi allestimenti nazionali ed internazionali).

L'allestimento ha interessato le due sale già destinate, dalla precedente sistemazione, alla fruizione del dipinto. Nella prima sala è stata collocata una quinta, sulla quale sono esposte copie fotografiche di quattro dipinti di Antonello e una serie di pannelli informativi sulla vita e la produzione pittorica del Maestro quattrocentesco, d'ausilio al visitatore per la comprensione dell'opera; nella seconda sala si trova il "Ritratto d'uomo", collocato all'interno di una teca climatizzata.

La teca è stata, dunque, appositamente studiata per consentire la conservazione dell'opera secondo i corretti parametri microclimatici ed illuminotecnici. Dotata di un dispositivo di umidificazione e deumidificazione ad effetto termoelettrico (Peltier), mantiene costante l'umidità relativa del microambiente ad un valore prestabilito con un sistema di allarme che ne segnala il superamento dei valori limite prefissati. L'impianto di illuminazione interno alla teca è realizzato con fibre ottiche.
L'intervento ha rappresentato un momento di innovazione nel campo della museografia italiana, sia dal punto di vista della corretta conservazione sia per l'approccio museologico all'opera stessa.
Il "giovane" di Antonello da Messina ringrazia: il suo sorriso sembra da quel momento più conciliante... .