INTERVISTA/PERSONAGGI/Cavalli, il Saviano del teatro

di Francesca Guinand

Negli ultimi tempi in Italia sono scrittori, come Roberto Saviano, o attori di teatro come Giulio Cavalli, ad essere scortati 24 ore su 24. Forse, semplicemente, sappiamo di loro perché fanno notizia. Giornalisti e magistrati (che pure sotto scorta ci stanno) non più. Forse perché è più spettacolare la mafia che disegna una bara sulla scenografia della rappresentazione di Cavalli (che poi l'attore ha utilizzato durante lo spettacolo), piuttosto che una telefonata minatoria in una qualsiasi redazione della penisola.

Ma nella storia di Giulio Cavalli, milanese, 32 anni appena compiuti, la differenza non la fa solo la sua professione. La seconda anomalia è il luogo dove Cavalli è nato e dove ha iniziato a lavorare, la Lombardia. Anche se la mafia da anni non opera più solo nei confini della Sicilia, i suoi tentacoli arrivano anche in cima allo stivale italico. Però è strano che ad attirare l'attenzione di capi e affiliati mafiosi sia un teatrante, per di più settentrionale. Perché proprio Giulio riceve minacce? Perché a lui la scorta? La risposta sta nell'"arma" che questo giovane attore ha scelto, e che usa nei suoi spettacoli. Tagliente e affilata ironia.

 

Lei è il primo attore di teatro minacciato della mafia e poi messo sotto scorta.

«Fin dall'inizio io e la mia compagnia abbiamo deciso di occuparci di temi scomodi, come il lavoro che abbiamo fatto sull'incidente di Linate del 2001, o quello sul turismo sessuale: 80 mila italiani che vanno in vacanza in Paesi stranieri e pagano 5 dollari per avere rapporti sessuali. Poi con Rosario Crocetta (sindaco di Gela, ndr) e con il fratello di Peppino Impastato abbiamo preparato uno spettacolo sulla mafia che voleva essere, non di inchiesta, ma leggero. Il nostro obiettivo era svelare la vera faccia delle persone che in quegli anni reggevano Cosa Nostra e uscivano dalle cronache mitizzati o con un'immagine deviata. Invece erano delle persone di un'ignoranza medievale. Leggendo carte processuali e pizzini a me veniva da ridere, e se la gente ride di Provenzano significa che noi gli stiamo intaccando l'onore. La catarsi che cercavamo era proprio questa».

Perché nel 2009 in Italia un attore riceve la scorta? Prima di lei solo magistrati e giornalisti, e uno scrittore, hanno ricevuto la "tutela totale".
«Credo che nei miei spettacoli si sia sviluppata un'alleanza tra teatranti, giornalisti e magistrati. Nel senso che noi possiamo amplificare i loro risultati. Io ho lavorato con Emiliano Fittipaldi de L'Espresso, che ha fatto inchieste a Napoli sui rifiuti. Si crea un nuovo collegamento all'interno della società civile. Ad esempio ho saputo che la squadra Catturandi della Squadra Mobile di Palermo (che ha come obiettivo quello di catturare i latitanti) segue il mio lavoro di teatro».

Perché hai iniziato a fare spettacoli sulla mafia?
«Dario Fo dice che chiunque fa teatro, fa in scena il lavoro che avrebbe dovuto fare. Forse io avrei dovuto essere giornalista, anche se oggi in Italia il giornalismo è solo propaganda pubblicitaria. Io mi sono ritrovato ad avere il privilegio di fare questo lavoro, e poi ho collaborato con persone come Carlo Lucarelli, con il quale sto scrivendo uno spettacolo, con Dario Fo a Napoli, e con Paolo Rossi. Cerco di rispettare questo privilegio portando in scena cose che se lo meritano. Anche se ho trovato difficoltà a fare spettacoli, perché in Italia il teatro è attaccato alla grande mammella della politica, e uno degli obiettivi per "loro" è la tranquillità. Per me, invece, è d'obbligo la scelta di questo tipo di teatro, impegnato».


Do ut des è il tuo spettacolo più famoso. Per farlo ti sei ispirato all'idea di Radio Aut di Impastato. Di cosa parla?

«Lo spettacolo è costruito attraverso alcuni atti processuali. Racconta riti e vita dei mafiosi attraverso la storia di Totò Nessuno, che da aspirante mafioso diventa sindaco di Mafiopoli. Dalla scena del giuramento del mafioso, passando per la pratica del Do ut Des che gli creerà intorno delle amicizie e gli permetterà di essere eletto sindaco».


Oggi insieme al teatro fai Radiomafiopoli, un programma radiofonico.

«Quando ho fatto Do ut des sono iniziati i primi messaggi di "non gradimento" da parte "loro" ed era diventato difficile portare in giro lo spettacolo. Attraverso il sito internet di Agoravox si è aperta una rete di pagine web e portali che sostengono l'iniziativa e da qui è nata l'idea di Radiomafiopoli, che va in onda con una cadenza quasi settimanale».

Quando sono arrivate le minacce?
«È iniziato tutto nel 2006 con e-mail anonime e non rintracciabili. Poi c'è stata un'escalation con dei segnali anche nei luoghi dove ho lavorato. Ad esempio in teatro durante uno spettacolo c'era qualche persona che mi ha fatto capire che quello che facevo non gli piaceva. Insomma, i soliti segnali di Cosa Nostra, la solita iconografia dell'intimidazione. Credono che nella nostra società un messaggio del genere può fare davvero paura. Oppure prima di uno spettacolo in Sicilia mi hanno disegnato una bara con il mio nome 24 ore dopo che lo stesso disegno era arrivato al giornalista Pino Maniaci (che con il suo Tg su Telejato in Sicilia fa inchieste sulla mafia, ndr) che nello spettacolo di Do ut des ha un ruolo molto importante. Lo spettacolo infatti è intervallato con la proiezioni di alcune puntate registrare del suo Tg, dove Pino legge delle notizie, come la dichiarazione del 2001 del ministro Lunardi che disse: dobbiamo convivere con la mafia».

Quando ti hanno messo la scorta? Come ti è cambiata la vita?
«Ho vissuto questa storia della scorta con molta tranquillità, fin dall'inizio sono stato molto seguito dalla questura di Lodi, siamo stati sempre tutelati. La scorta me l'hanno assegnata quando il 27 aprile scorso "loro" sono riusciti a venire in un luogo per me molto privato. A livello psicologico avere la scorta per me significa essere confortato, è un gioco in cui si è deciso di giocare, ed è vero che loro lo hanno vinto, perché sono riusciti a cambiare la tranquillità e la libertà di fare la mia vita. È un gioco di cui eravamo consapevoli, tutti quelli con cui lavoro vivono questa situazione da decenni».

Pensi che prima o poi porterai questo spettacolo in Usa?
«Spero di sì, io parlo di molti dei fuggiti in America che adesso stanno rientrando in Sicilia, e se c'è un lavoro, come questo, che parla di legalità allora il linguaggio è universale».