PRIMO PIANO/INTERVISTA/Il Papa e l’enciclica con Obama

di Alfonso Francia

E' forse la prima volta che una enciclica si fa attendere con trepidazione anche dagli analisti di Wall Street. Dopo il crollo del sistema finanziario americano e la successiva crisi che ha colpito quasi ovunque nel mondo, persino gli ambienti più fiduciosi nei poteri magici della mano invisibile del mercato cominciano a guardare con interesse ai richiami papali per una economia che non dimentichi certi principi morali.

Ne abbiamo parlato con Carl Anderson, che oltre a essere la guida dei Cavalieri di Colombo, una delle associazioni cattoliche più importanti, sarà anche il portavoce papale della nuova enciclica di Benedetto XVI per gli Stati Uniti. Proprio dall'ultima fatica di Papa Ratzinger siamo partiti per una chiacchierata che ha affrontato i principali temi di confronto fra Stati Uniti e Santa Sede, con qualche deviazione tipicamente italiana. L'incontro è avvenuto proprio il giorno precedente all'approvazione del pacchetto sicurezza, che ha incrinato nuovamente i rapporti tra Governo italiano e la Santa Sede, già infastidita dalle discusse frequentazioni femminili del premier.

Cosa può dirci dell'enciclica Caritas in Veritate? Che messaggio lancia durante la peggiore crisi economica dai tempi della Grande Depressione?
«Quel che si afferma nella nuova enciclica è la responsabilità morale nelle decisioni finanziarie. Sarebbe un errore contare esclusivamente sulle soluzioni tecniche per risolvere i problemi di ambito economico.
Benedetto XVI è preoccupato della sostenibilità del libero mercato. È assolutamente necessario un impegno morale ed etico nella maniera in cui si conducono gli affari».

In passato le due encicliche "sociali" di Giovanni Paolo II vennero criticate negli Stati Uniti nei passi che mettevano in discussione il sistema capitalista. Pensa che gli americani reagiranno diversamente di fronte alla Caritas in Veritate?
«Senza dubbio il popolo americano risponderà in modo diverso rispetto al passato. I cittadini sono molto preoccupati della situazione economica e, soprattutto, della mancanza di etica nell'apparato decisionale. Sono in molti a voler conoscere l'opinione di Benedetto XVI su questi temi. Non si tratta di un argomento affrontato spesso, ma la popolarità di questo Papa è molto forte negli Stati Uniti. I Cavalieri di Colombo hanno di recente svolto una ricerca telefonica assieme al Marist College Institute per capire cosa pensano gli americani di Benedetto XVI. Bene, dall'indagine è emerso che il 76 per cento dei cattolici e il 59 per cento di tutti gli americani hanno una opinione favorevole. Allo stesso tempo, abbiamo scoperto che il 76 per cento degli intervistati pensa che la bussola morale della finanza americana stia puntando nella direzione sbagliata.
Questa crisi economica è stata causata anche dall'avidità, e ora i cittadini mostrano scarsa fiducia nel nostro sistema finanziario. Solo un forte impegno in pratiche di business che si facciano guidare anche dai principi etici può risolvere questa situazione».

Don Antonio Sciortino, direttore del settimanale Famiglia Cristiana, ha criticato duramente il premier Silvio Berlusconi e ha chiesto alla Chiesa un atteggiamento "meno disincantato" sui temi morali. Pensa che il Vaticano dovrebbe criticare il capo del Governo?
«Si tratta di un terreno scivoloso. Le stesse critiche possono essere fatte altrove, in altri Paesi. Scandali del genere possono coinvolgere anche altri governi. Bisogna tenere presente che il Vaticano ha relazioni diplomatiche con molti Paesi. In casi del genere è meglio che le critiche siano espresse privatamente».

Di recente la Chiesa Cattolica ha dovuto affrontare lo scandalo dei minori vittime di abusi sessuali da parte di alcuni sacerdoti. Pensa che il Vaticano abbia risposto nella maniera migliore?
«Sullo scandalo dei preti pedofili la Chiesa ha seguito il principio corretto; la responsabilità del comportamento e della formazione dei preti è dei vescovi locali. Era giusto affermare questo principio anche in questa occasione. Non è il Papa in prima persona che deve occuparsi dei singoli casi, ma il vescovo dal quale il prete dipende».

Negli Stati Uniti la lotta tra difensori del diritto all'aborto e i sostenitori del movimento pro life è molto dura. Che ruolo potrà svolgere il presidente Obama in questo conflitto?
«Obama ha riconosciuto differenze importanti e facilmente individuabili sul tema della vita, e tali differenze non saranno risolvibili nell'immediato futuro. Per molte persone la difesa della vita, in qualunque stadio, è un tema fondamentale e una parte della loro identità. Per quanto riguarda le staminali, attualmente tutta la ricerca viene svolta con cellule staminali adulte. Penso sia il caso di concentrarsi su questo genere di studi, che stanno già dando buoni frutti».

La Chiesa è spesso criticata per i suoi interventi sulle azioni dei governi. Teme che questa enciclica verrà vista come una nuova interferenza?
«Negli Stati Uniti siamo più aperti che altrove. Ci sono molte persone cattoliche, o comunque cristiane, molto interessate a sentire quel che il Papa avrà da dire. Ancora non si è spento l'effetto della sua visita dello scorso anno nel nostro Paese. Negli Stati Uniti siamo abituati a conoscere quel che ognuno ha da dire, e poi eventualmente a criticarlo. Secondo la ricerca che ho citato prima, il 64 per cento dei cattolici e il 57 per cento degli americani desiderano che il Papa parli dei rischi causati dalla scarsa lungimiranza dell'egoismo e dell'avidità. Ci interessa giudicare le idee nel merito, non in base alla loro provenienza. Non ci si preoccupa che sia un leader religioso a dare suggerimenti in campo economico».

Benedetto XVI e il Presidente Usa Barack Obama si incontreranno per la prima volta la prossima settimana. Che incontro pensa ne verrà fuori?
«Spero che sia un incontro positivo, le relazioni tra Vaticano e Stati Uniti sono importanti per entrambe le parti. Gli Usa sono la superpotenza militare ed economica mondiale, mentre la Santa Sede è una voce internazionale molto forte e ha una credibilità morale riconosciuta quasi ovunque. La nomina del teologo Miguel H. Diaz come nuovo ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede mi sembra una buona scelta. Non lo conosco personalmente, ma spero sarà un buon rappresentante. Si tratta di un incontro ovviamente molto importante per i cattolici americani, che hanno ben accolto il Santo Padre durante il suo viaggio americano nel maggio dello scorso anno».

Obama è stato più volte criticato dai vescovi Usa per le sue posizioni sull'aborto e sulle cellule staminali embrionali, mentre la Santa Sede sembra aver assunto un atteggiamento più prudente. Quale opinione pensa prevarrà?

«È vero, alcuni attacchi sono stati duri, ma bisogna considerare che i vescovi parlano di solito su un solo argomento alla volta. È ovvio che su certi argomenti decisivi dove il disaccordo è forte i toni siano molto critici. Ma esistono anche molte aree di concordanza, soprattutto nei temi dell'immigrazione e sulla necessità di un sistema sanitario più efficiente ed equo. Nei rapporti tra le amministrazioni americane la situazione è sempre stata così, almeno negli ultimi trent'anni. Ci sono sempre dei temi sui quali ci si trova vicini e altri in cui ci sono differenze. Una parziale eccezione è nel rapporto tra Giovanni Paolo II e Ronald Reagan. Tra loro ci fu una vicinanza particolare».

Lei ha lavorato nell'amministrazione Reagan, come acting director dell'Ufficio relazioni pubbliche della Casa Bianca. Che rapporto c'era tra Reagan e il mondo cattolico?
«Reagan aveva un grande rispetto per la Chiesa; suo padre era cattolico e fu anche Cavaliere di Colombo. Sentiva inoltre una forte simpatia personale per Giovanni Paolo II, al quale l'accomunava l'avversione forte per il regime comunista. Forse lo sentiva vicino anche perché furono entrambi feriti con colpi di pistola, a pochi mesi di distanza l'uno dall'altro».

Lei è il Supreme Knight dei Cavalieri di Colombo. Che genere di lavoro portate avanti con l'associazione?
«I Cavalieri di Colombo rappresentano per me una meravigliosa opportunità di lavorare con due milioni di cattolici nel mondo per promuovere opere di carità. Abbiamo anche la possibilità di sviluppare vere e proprie iniziative di business; ad esempio forniamo una assicurazione sulla vita ai nostri membri. In generale ci interessa la possibilità di realizzare  progetti economici promuovendo i valori cattolici, ispirandoci ai principi di carità, unità e fratellanza».