PARLA DONATELLA IARICCI DELL’INTELLECTUAL PROPERTY RIGHTS DESK/ “Italian Sounding”: che fare?

di G. Di Meo

Italian Sounding, ovvero imitazione dei prodotti alimentari italiani È un concetto contro cui noi italiani ci accaniamo e che è ben radicato soprattutto nel mercato nord americano. Che cos'è esattamente e soprattutto quanto è illegale fuori dall'Italia? Nell'accezione di Italian sounding rientra quel prodotto che presenta un mix di nomi italiani, loghi, immagini e slogan chiaramente riconducibili al nostro Paese. L'italianità è infatti un richiamo molto forte. Significa non solo qualità, bontà, semplicità ma anche stile, gusto, cultura. Insomma, il Made in Italy è un "marchio" di grande appeal e successo commerciale.
Le cifre riguardanti il fenomeno possono essere definite "sconcertanti". Secondo un convegno organizzato qualche anno fa a Parma ed al quale ha preso parte anche l'Ice, il 97% dei sughi per pasta italian sounding venduti sul mercato nord americano sono pure e semplici imitazioni. Il 94% delle conserve sott'olio e sotto aceto italian sounding è falso e altrettanto falso è il 76% dei pomodori in scatola italian sounding. Solo il 15% dei formaggi italian sounding è autentico. In Canada e in Messico sono in vendita due specialità di salumeria fake con brand al limite della legge: San Daniele e Parma. Negli Stati Uniti si può chiamare, e commercializzare, Chianti o Marsala un vino che non ha niente a che vedere, i termini di provenienza, di vitigni utilizzati e, in qualche caso, anche di colore, con gli originali. Dati eclatanti eppure tutto all'insegna della legalità.
Succede in virtù di una vecchia diatriba tra Unione Europea e Stati Uniti e altri paesi e riguarda la protezione delle indicazioni geografiche europee e la mancanza di un riconoscimento automatico delle stesse negli ordinamenti giuridici di alcuni paesi. «Gli Stati Uniti e l'Italia - ci ha spiegato Donatella Iaricci, responsabile Ipr (Italian Intellectual Property Rights) Desk Ice New York - presentano differenze normative in materia di proprietà intellettuale ed in particolare sulla tutela delle Indicazioni Geografiche. Ad esempio, se in Italia abbiamo i marchi Dop e Igp, l'equivalente negli Stati Uniti sarebbe il certification mark, tuttavia per la normativa Usa, nomi e segni geografici sono mere descrizioni appunto geografiche e pertanto non suscettibili ad essere catalogate come marchi individuali o collettivi a meno che non siano accompagnati da un tratto distintivo acquisito negli Stati Uniti. Ancora, in Italia, per quanto riguarda il sistema Indicazione Geografica, vige il principio First to File, che si traduce in un No all'utilizzo di espressioni come: "genere", "tipo", "alla maniera" e alle evocazioni o traduzioni di altra lingua della Ig e No alla registrazione di un nome generico. Negli Stati Uniti, invece, vige il principio First to Use, ossia Sì all'utilizzo di espressioni come "blend", "type", "style"».
Questi temi saranno affrontati nel corso di un seminario intitolato "Il Made in Italy a tavola: ingredienti salutari, qualità del cibo e tutela giuridica dei prodotti tipici negli Usa" che si terrà questa sera al Javits Center alle 6pm. Sarà la stessa Iaricci a parlare della questione della tutela giuridica dei marchi dei prodotti italiani negli Stati Uniti. «Le imitiazioni che si richiamano all'italianità vera - conclude la Iaricci - anche laddove non esiste una vera e propria violazione del brand, crescono a dismisura soprattutto nel settore alimentare, creando danni esorbitanti alle imprese. Da qui l'importanza della tutela dei titoli di proprietà intellettuale che il governo italiano sta incentivando attraverso i 13 desk specializzati in proprietà intellettuale operativi presso le sedi Ice di dieci paesi».

Per info contattare: iprdesk.newyork@ice.it.