EVENTI/LIBRI/Storia bella, buona e... parziale

di Alfonso Francia

Italiani brava gente. A volte anche gli stereotipi positivi possono diventare dannosi. Finché si scrivono libri che dipingono l'Italia come una enorme distesa di tovaglie a quadretti, cantine e campi affollati da contadine con i fazzoletti in testa, poco male. Quando però si affrontano argomenti storici delicati come l'Olocausto, bisogna fare molta attenzione.

È il caso di It Happened in Italy: Untold Stories of How the People of Italy Defied the Horrors of the Holocaust  (Thomas Nelson, 2009) volume presentato giovedì al Consolato Italiano di New York (una recensione del libro è stata pubblicata su Oggi7 il 7 giugno). Il libro racconta le storie di alcuni ebrei che si trovavano in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, e che ebbero salva la vita grazie ad alcuni nostri connazionali. L'autrice, Elizabeth Bettina, ammette senza problemi di essere arrivata a scrivere il libro "senza sapere nulla dell'argomento", ispirata dai racconti che i sopravvissuti man mano le inviavano. Racconti senza dubbio veritieri, ma che risultano poco utili o addirittura fuorvianti se si cerca di tracciare un quadro completo della sorte degli ebrei che si trovarono in Italia tra la promulgazione delle Leggi razziali (1938) e la Liberazione. Un arco di tempo lungo sette anni, durante il quale non mancarono certo umiliazioni, delazioni e deportazioni a danno dei cittadini di religione ebraica.

Presentando il libro, il console generale Francesco Maria Talò ha evitato pericolose generalizzazioni. Ha descritto gli episodi raccolti come «alcune piccole luci» che riuscirono a rischiarare a tratti il buio della Shoa, «un male assoluto, privo di qualunque possibilità di comparazione». La serata è però dedicata più alla commozione che al dibattito e alla ricostruzione di quel che accadde in quegli anni. La scrittrice presenta le testimonianze di numerosi ebrei, quasi tutti non italiani, che sfuggirono alle autorità o passarono una prigionia relativamente tranquilla nei campi di Campagna, in provincia di Salerno,  e Ferramonti, in Calabria. Luoghi dove i detenuti, non solo ebrei ma anche prigionieri politici e soldati di eserciti nemici, potevano mangiare decentemente e avevano una certa libertà di movimento. Nessuno però ricorda che il secondo di questi campi venne liberato dagli Alleati prima dell'Otto settembre 1943; se fossero finiti in mano ai tedeschi, i prigionieri sarebbero stati sicuramente deportati in uno dei campi di concentramento nazisti. Particolari che non sembrano interessare. Lo spazio è tutto dedicato ai ricordi, ai contadini che nascondono ebrei sconosciuti dentro le loro stalle e dividono con loro il poco cibo a disposizione, ai carabinieri che chiudono un occhio e ai compaesani che aiutano i fuggiaschi a nascondersi sulle montagne prima che arrivino le SS.

Gli ospiti invitati dalla Bettina riservano parole commosse a tutte le persone che li protessero. Sono sinceri nel chiedere che la memoria di queste persone venga ricordata, c'é grande commozione in sala ma così diventa facile convincersi che tutti gli italiani si comportarono coraggiosamente. Non fu così, purtroppo. Alla fine, paradossalmente, gli invitati americani sono pieni di elogi per "la brava gente", mentre gli italiani sembrano quasi imbarazzati. Tanto più che l'autrice parla di queste storie come di «eventi finora sconosciuti», mentre per il nostro Paese è vero il contrario. Queste storie sono state raccontate per anni in Italia, ma hanno contribuito anche a non far riconoscere per anni le responsabilità nella persecuzione degli ebrei, a partire dalle Leggi razziali del 1938. Ma non si può pretendere che oltreoceano si conoscano questi particolari.

Non è un caso se tutte le persone invitate a parlare sono straniere. Sembra che gli americani abbiano difficoltà a credere che un popolo di simpatici e onesti contadini abbia potuto fare del male a qualcuno. L'impressione è rafforzata dalla copertina del libro; una foto di un paesino aggrappato su una collina, circondato da montagne verdi. Uno scatto che sarebbe potuto servire perfettamente all'ennesimo libro di cucina italiana o a qualche improbabile storia d'amore ambientata in un villaggio toscano, che tanto appassiona i lettori stranieri e lascia indifferenti gli italiani. Si ha l'impressione che certi luoghi comuni siano passati dalla letteratura di consumo a vicende drammaticamente vere.
È ancora il console Talò a mettere in guardia: «Questa è una parte della storia, non possiamo pretendere che un libro racconti tutto quel che è successo. Nostro dovere è tenere viva la memoria del male commesso, togliendo alibi a chi preferisce sminuire». Per evitare che delle belle storie diventino la Storia, quella con la esse maiuscola.