CONTRIBUTI ITALIANI IN AMERICA/La lunga strada dell’italiano

di Generoso d’Agnese

AP: Advanced Placement Program. In due lettere è  racchiusa una delle vittorie più belle conseguite dalla cultura italiana negli Stati Uniti. Una vittoria che porta la data del 2005 e il nome di Matilda Raffa Cuomo.
Quattro anni fa la moglie dell'ex governatore illustrò infatti il progetto che avrebbe permesso alla lingua italiana di conquistare la Serie A del percorso formativo statunitense e di riscattare decenni di amaro esilio dalle istituzioni pubbliche a stelle e strisce. Una vittoria firmata Matilda Raffa Cuomo ma condivisa con tanti protagonisti, quella ottenuta nel 2005 i cui primi semi vennero gettati  nel 1987 durante la Conferenza di Roma sull'emigrazione  e consegnando 18 anni dopo l'italiano in 500 scuole superiori pubbliche, al pari dello spagnolo,del francese e del tedesco.

Una "battaglia di civiltà" l'aveva definita Mirko Tremaglia e non aveva torto. Perché la strada della nostra lingua è stata lastricata davvero da tante sofferenze in una terra che fu scoperta da Colombo e battezzata da Amerigo Vespucci. Il rapporto tra gli italiani e la loro lingua non ha mai avuto vita facile nel paese che fu di Franklin e Jefferson, squassato dalla stessa disomogeneità di un idioma che solo nel Secondo dopoguerra l'Italia è riuscito a unificare nella Penisola.
Inseriti nel 1899 dall'United States of Bureau of Immigration in una lista che assegnava all'Italia due razze (quelli del Nord e quelli del Sud) gli immigrati nel Nuovo Mondo si ritrovarono oggetto di forti attriti sociali e quelli provenienti dal Meridione divennero potenziali portatori di sangue africano nella nazione americana. Agli italiani in cerca di lavoro nelle terre nordamericane non venne automaticamente garantito lo status di bianchi e perfino un caso giuridico ("Jim Rollins contro lo Stato dell'Alabama") capovolse la sentenza di colpevolezza giudicando non bianca la moglie dell'imputato, Edith Labue immigrata siciliana.
Etichettati dal vocabolario popolare americano come "Guinea" (usato anche verso i neri), "dago", "white nigger" gli italiani vissero per anni uno status anomalo e persino nelle istanze di naturalizzazione erano costretti a certificare il colore della loro pelle: la pelle mediterranea, per moltissimi italiani si trasformò nell'autocertificazione a divenire cittadini statunitensi bianchi da dalla pelle scura!

La lingua italiana divenne così il primo muro da abbattere per superare i pregiudizi che si erano incollati sulla pelle degli immigrati. E se qualche eroico immigrato decise di resistere all'ondata, molti altri capitolarono nel nome di una integrazione forzata ben lontana dai concetti del melting pot.
Nella lunga marcia dell'italiano verso l'AP, i primi anni del Novecento rappresentarono una vera e propria Waterloo per la nostra cultura. Acclamata negli anni '50 dell'Ottocento (molti esiliati politici fondarono ottime scuole di italiano), la lingua etnica divenne la zavorra da abbandonare lungo la strada dell'emancipazione: un marchio etnico che stabiliva automaticamente l'inferiorità nei confronti della società anglosassone dominante.

La necessità di migliorare le proprie condizioni economiche e sociali spinse gli immigrati a ripudiare la lingua etnica in favore dell'inglese. Una scelta quasi sempre obbligatoria che relegò pian piano gli idiomi italiani nel sottoscala della cultura familiare, buona solo per le riunioni di festa. Pressati da istituzioni pubbliche e da una società tesa all'uniformità, gli italiani non riuscirono a difendere la loro cultura linguistica riducendola pian piano ad una fiammella tenue e tremolante, sempre meno resistente all'assalto del sistema scolastico statunitense, fortemente monoculturale e anglicizzato.

Costretti in scuole che imponevano l'americanizzazione, i figli degli immigrati vissero sulla loro pelle lo stesso trattamento riservato ai nativi americani, ritrovando il primo barlume di resistenza nella nascita dei giornali italo-americani e nella lotta sociale condotta da socialisti e anarchici. Bollate dal presidente Woodrow Wilson come sovversive, le associazioni etniche sopravvissero a una vera e propria tempesta culturale e molti italiani abbracciarono i primi anni fascisti come una speranza di riscatto per la propria cultura, in un decennio nel quale la Commissione nazionale per l'americanizzazione proponeva l'obbligo di imparare l'inglese e di richiedere la cittadinanza entro un massimo di tre anni. Le leggi per l'istruzione patriottica, negli anni Venti inflissero ulteriori colpi alla difesa della lingua etnica, vissuta come una vera e propria pestilenza da parte di numerosi immigrati in cammino verso l'emancipazione.

Il divieto di insegnare nelle scuole pubbliche le lingue straniere si consolidò durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale costringendo molti connazionali a mutare perfino il proprio cognome e a vivere in due mondi paralleli, divisi tra una scuola che aveva eliminato ogni riferimento alla cultura e alla lingua italiana e una famiglia in affannosa ricerca della conservazione delle proprie radici. Usata come arma sottile per sradicare ogni pericolo di slealtà nei confronti degli Stati Uniti, la lingua inglese divenne infine l'unico vettore con il quale cercare di affrontare la scalata sociale a discapito di una lingua madre che però non soffocò strangolata dagli attacchi concentrici.

La lenta risalita, iniziata negli anni Dieci del Novecento con la lotta sindacale e la vittoria nello sciopero di Lawrence, proseguì con la resistenza dei fogli etnici, capaci di mantenere quel sottile legame con le radici italiane e si consolidò infine  nel 1965, in seguito all'abolizione delle restrizioni razziali sull'immigrazione, dando spazio al nuovo associazionismo e alla nascita delle organizzazioni della tutela italo-americana.
Negli anni '60, secondo le statistiche della Modern Language Association, 11mila ragazzi studiavano italiano, nel 1970 diventarono 34mila, nel 1998 ha superato la soglia dei 40mila iscritti, e nel 2007  ha toccato quota 60mila. Tra il '98 e il 2002, gli studenti che hanno scelto l'italiano sono aumentati del 30%, piazzandosi dietro il francese e davanti alla storica presenza del tedesco.

Anche il numero degli iscritti ai master e ai dottorati è passato dalle  925 unità del '98 alle 1100 di oggi, ma soltanto sopra al numero di 1200 iscritti un programma entra nella classifica federale e ha diritto ad avere finanziamenti e borse di studio. Una "battaglia di civiltà" dedicata a Edith Labue.