SPETTACOLO/Woodstock a Bologna

di Valentina Soluri

Nella torrida pre-estate bolognese il clima elettorale si scalda di scandalucci a sfondo sessual-clientelista, e  per fortuna fa già dimenticare una precedente polemica sulla presunta malagestione di fondi pubblici da parte della Cineteca: così, durante il Festival di Cannes, i giornali pubblicavano indignati la storia dello spreco di denaro rappresentato da una piccola combriccola di dipendenti - ben sei - e dalla loro visita alla Croisette. Presentavano cinque restauri commissionati dalla World Cinema Foundation, tra i quali "Giù la testa" di Sergio Leone e "Senso" di Luchino Visconti: patrimonio culturale di difficile stima in termini economici, forse però superiore a un viaggio dall'Italia alla Francia, in sei.      

In realtà sono e restano grandi lo sforzo e l'attenzione costanti dedicati al cinema dalla città di Bologna, già storta dal piede della promozione artistica con la difficile stagione e l'incerto futuro del Teatro Comunale. Bologna va a Cannes con i restauri e torna da Cannes con un'anteprima: l'unica commedia pura del regista Ang Lee, "Taking Woodstock", presentata nel corso della terza edizione del Biografilm Festival, per definizione rassegna di cinema biografico già promotrice di ritratti memorabili, come quelli tracciati negli scorsi anni di John Belushi o Hunter S. Thompson. Da sempre legato indossolubilmente all'amore per la musica (ai tempi del primissimo Future Film Festival, frutto del lavoro dello stesso gruppo di cinefili, si dava già ampio spazio ad artisti come Radiohead e Bjork), il Biografilm aveva da poco reso omaggio ai favolosi anni '60 con il quarantesimo anniversario della Summer of Love, nel 2007, e presentato testimonianze e filmati d'essay su Janis Joplin e Otis Redding, tra gli altri indimenticabili.

Nel 2009 i riflettori sono invece puntati sul ricordo del festival di Woodstock, la tre giorni di pace, amore e musica giunta quasi per caso - con centinaia di migliaia di ospiti - alle porte di New York tra il 15 e il 18 Agosto 1969. Lontano dallo storico palcoscenico, "Taking Woodstock" racconta la storia del giovane Elliot Tiber, autore del libro omonimo e presente al Festival, «una specie di Dustin Hoffman ne "Il laureato"», come lo descrive lo stesso Tiber. Titolare insieme ai vecchi e scorbutici genitori di un hotel fatiscente nella cittadina di Bethel, Elliot sceglie di dare ospitalità all'evento musicale degli "hippie, gay e sporche lesbiche - non so perché le lesbiche venissero sempre credute sporche" che una cittadina a poche miglia aveva sfrattato, temendo l'arrivo di orde selvagge e frikketoni. Una scelta che scrive la storia della musica senza che il protagonista se ne accorga, preso dall'unico sogno di uscire dai debiti per raggiungere, forse, l'agognata San Francisco.

Attraverso la rappresentazione di icone "cult" della storia del cinema (l'hippie, il reduce di guerra, il "laureato" appunto), Lee racconta la storia particolarissima dell'universale scontro-incontro tra diversi, confrontando i pregiudizi contro la famiglia russa ed ebrea di Elliot alle uguali stereotipazioni ostili verso il futuro che avanza; quella controcultura che il padre di Elliot lo esorta a raggiungere, pur chiedendosi: dove vanno i giovani? "They don't even know".

Oggi, Tiber è ancora un autentico figlio dei fiori, con occhiali dalle lenti colorate, una perenne sigaretta in bocca, e anche con lo scherzo pronto, un po' malinconico ma allo stesso tempo distante, così tipico nella gente di New York. Non sembra ancora rendersi conto di cosa la sua età ha rappresentato; in eterna contemplazione, assieme a una generazione che vedeva lo sbarco sulla Luna, di utopie spesso ridotte a cenere ma forse vive e vivibili nel passaggio di storie - essenza del cinema biografico e certo non solo.
Si parla di celebrazioni di vite e quest'anno il festival omaggia anche se stesso ricordando la rivista "Voci Off", primo bimestrale di cinema a proporsi, alla fine degli anni '90, sia in versione cartacea che online. Poiché proprio su Voci Off anche chi scrive ebbe l'onore di vedersi per la prima volta pubblicata, sarebbe arrogante definire il gruppo - studenti che ruotavano attorno al Dams negli anni in cui nasceva l'insofferenza verso la critica cinematografica classica o ghezziana - come una piccola fabbrica di talenti; se i 19 numeri della rivista non avessero  contribuito a segnare i primi passi anche per Andrea Romeo, direttore del Festival, Roy Menarini, poi docente universitario, Mauro Tinti, oggi scenografo, il fotografo Alessandro Ruggeri.

Il ricordo del Biografilm, che si chiude quest'anno con la vittoria in selezione ufficiale di "In a dream" di Jeremiah Zagar, va appunto ai sogni, alle buone piccole idee da cui possono nascere grandi cose - come quella di ospitare centomila hippies in un fienile a Bethel; e lancia un altro segnale del buono stato di salute di Bologna... almeno nel cinema.