SPECIALE/MOSTRE/L’ arte in dormiveglia

di Olivia Fincato

7.00 a.m.: beeep bep bep beeeeeep...quante volte abbiamo alzato il braccio, senza neppure aprire gli occhi, alla ricerca del pulsante snooze della sveglia bramando altri cinque minuti di sonno. E sono proprio quei cinque minuti in più, passati nel limbo tra sonno e veglia, la chiave attorno a cui si crea e sviluppa la mostra "Snooze" curata da Marco Antonini alla Scaramouche Gallery c/o Fruit and Flower Deli della Lower East Side.

«In questa mostra mi sono concentrato sulla dimensione onirica, affascinato dai processi e allucinazioni mentali che si verificano durante la fase ipnagogica del sonno, quello stadio di transizione tra sogno e realtà» spiega il giovane curatore approdato a New York cinque anni fa «volevo trasmettere attraverso i lavori che questo momento border line dove le allucinazioni si presentano come flash, immagini di cose vissute recentemente, simboli». La fase ipnagogica del sonno consiste proprio nell'"osservare dal vivo" come il cervello fabbrica i sogni, grazie alla comparsa di immagini isolate e bizzarre che appaiono spontanee, come provenienti da uno strato superficiale del nostro subconscio.
Detto questo, se qualcuno entra nella piccola visionaria galleria al 53 di Stanton st. senza sapere di cosa tratta Snooze, può rimanere spaesato: poche opere e un ordine casuale, sono appese curiosamente su angoli, vicino ai cornicioni del pavimento, sono vicine, lontane, spiazzanti. A prima vista sembrano non comunicare poi ci accorgiamo che tra di loro è disteso obliquamente un tappeto bianco su cui poggiano due bicchieri.

«L'opera simula una persona dorminente ...nei due 2 bicchieri capovolti ci sono due mosche morte» spiega il curatore «erano vive durante l'inaugurazione e il loro movimento frenetico all'interno dei bicchieri evocava il movimento delle pupille nel dormiveglia...»
Ed è quest'opera di Alessandro Dal Pot che fa dialogare tutte le altre, dagli strati di immagini oniriche di Aleksandar Zograf alla sequenza fotografica "Siren" di Bettina Cohen e gli scatti di ovunque e nessun luogo di Ivan Petrovic, dai dipinti nati dal movimento inconscio del mouse di Evan Roth all'opera di Alessandro Roma e le clessidre che misurano un non tempo di Patrick Meagher.
Ma quello che poi sorprende è un bigliettino, sembra svolazzante, ma è ben appeso, si trova sopra al termosifone all'entrata: ha un numero di telefono, dal 646 iniziale sicuramente un cellulare, seguito dalla scritta "info-line 6 a.m/8 a.m.".

Marco Antonini si rende quindi disponibile a spiegare Snooze ogni giorno durante il "suo stato ipnagogico". «Il fatto di avere l'info-line è una parte importantissima del progetto. È inusuale dare informazioni nel momento successivo, io volutamente non ho voluto comunicare troppo nel comunicato stampa» interviene Marco «la mia è una provocazione, non mi aspetto che tutti i visitatori mi chiamino. Il desiderio è quello di dare l'impressione che la mostra non può essere compresa totalmente. Bisogna in un certo senso accettare il limite della mostra stessa, quello di non poter essere completamente autosufficiente».
In effetti la stessa esperienza ipnagogica non è chiara a chi la vive, figurarsi a chi cerca di decifrare le allucinazioni altrui. Curioso il fatto che lui, il curatore, "entri" nella sua mostra, tramite il piccolo e intelligente escamotage «Essere dentro alla mostra è atipico per chi la cura, io spesso cerco di inserirmi nel concept che creo attraverso interventi semi-artistici. Questo non sempre va bene agli artisti, ma non c'è niente da fare io concepisco una mostra creativamente...ma non mi impongo mai, anzi l'ultima parola è sempre dell'artista».

Il lavoro di Marco Antonini si basa appunto sul dialogo con gli artisti, scambio immediato e spontaneo grazie a cui poter sviluppare e mettere in atto idee e progetti condivisi.  Quasi tutti gli artisti con cui collabora sono in fase emergente e quindi molto aperti alla sperimentazione e al confronto «il loro ego è molto meno presente nel lavoro e sono molto più flessibili a ricevere ed elaborare idee».
E, andando a ritroso attraverso i progetti curati da Marco Antonini, dall'ultima Snooze a Net o quello curato per il Lower Manhattan Cultural Council, The Shape of Things To Come, mostra dedicata a capire come una serie di artisti prima dell'11 settembre abbiano dato forma a qualcosa che poi sarebbe successo, notiamo un comun denominatore: l'interesse per l'invisibilità, per la dimensione onirica, per le strutture sottili che stanno al di là delle cose. Interesse che poi ha trovato terreno fertile in una città come New York «Questa città è stata una scelta obbligata.

Qui posso percorrere liberamente e senza troppe convenzioni lo svilupparsi di idee e progetti. Le uniche due esperienze che ho avuto in Italia sono state talmente negative che ho deciso di andarmene» rivela il curatore, un altro dei tanti talenti fuggiti, «qui le cose le devi fare da solo ma poi vedi i risultati, io mi considero un jack of all trades... uno che sa fare un po' di tutto, la mia intera pratica curatoriale si basa su questo: sono una persona molto eclettica, forse -colpa di New York- leggermente affetta da ADD Attention Deficit Disorder!»