SPECIALE/TEATRO/Una questione di DNA

di Samira Leglib

Non è la prima volta che tra consanguinei si passi, oltre al dna, lo stesso talento. Che si tratti di arte, musica, sport o cinema. Dopo il padre Paul e la sorella Mira, ora che tra gli attori "di casa" vi è anche Michael: è proprio il caso di dire che per i Sorvino recitare è un affare di famiglia! Già da tempo nel settore come autore teatrale e televisivo, Micheal muove i primi passi a New York per poi spostarsi a Los Angeles e recitare nell'acclamata mini-serie televisiva "Human Trafficking" nonché nel film di Spike Lee "Summer of Sam". Ritorna a est due anni fa che, come ci dice lui stesso, «è casa per me».

Lo abbiamo incontrato questa volta in teatro, sul palco del suo ultimo ruolo, quello di Claude un appassionato scultore che sembra aver perduto la vena creativa in "Stuck" di John Bale. Tra il pubblico anche papà Sorvino che, ci dice l'agente di Michael, Vincent P. Ponte, «è il suo fan più grande». Entrambi, padre e figlio, a dispetto della fisicità imponente del primo rispetto al secondo, si dimostrano simili per quella certa aria bonacciona (forse italianità?) che nonostante Hollywood e le luci della ribalta rende facile, alla gente, l'avvicinarsi.

Viene subito da chiedere: cosa attrae, in numero sempre maggiore, attori di cinema spesso e volentieri già affermati, verso l'esperienza teatrale?
«Personalmente ho iniziato come attore teatrale, il teatro è stato quindi la mia scuola. Quando reciti dal vivo, sperimenti qualcosa di nuovo ogni sera. Mi piace anche il cinema certo, ma i tempi sono molto diversi; sul set ti chiedono di girare una scena nel bel mezzo della storia e poi magari l'inizio del film. In teatro vi è invece una progressione temporale. Sono cresciuto andando a trovare mio padre sul set e adoro l'eccitazione che si prova. C'è però qualcosa di veramente unico che appartiene al teatro. Sono però anche simili, laddove per entrambi [cinema e teatro] devi cercare la verità del personaggio».

Suo padre ha detto, in una recente intervista con Oggi7, che la sua generazione di attori -De Niro, Al Pacino- risultava più mascolina rispetto a quella odierna in quanto la mascolinità dell'attore italo-americano faceva parte della recitazione in sé mentre oggi sta diventando un tratto del personaggio meno importante. È d'accordo con questa affermazione?
«Se pensiamo al ruolo che sto recitando in "Stuck", è evidente che il mio personaggio viene de-mascolinizzato dalla moglie per tutto il primo atto. Poi si prende la sua rivincita. In molti sono desiderosi di rivedere dei ruoli mascolini a teatro e al cinema, ma credo che a partire dalla vita reale non si sappia più come comportarsi e quali ruoli assumere. Sia la moglie che il marito vogliono lavorare ed entrambi vogliono prendere la maternità/paternità. Gli uomini oggi non sanno davvero come interpretare il ruolo di uomini e le donne, dal canto loro. pretendono troppo. Così a teatro e al cinema c'è fame di ruoli tradizionali. Dove sono andati a finire i vecchi eroi? Credo però che sia ormai difficile inseguire gli archetipi dei grandi attori americani».


E con sua sorella Mira? Come sono i rapporti?

«Ottimi. Abbiamo recitato insieme più di una volta ed è anche capitato di interpretare il ruolo di suo fratello in una serie per la TV. Al momento io e Mira abbiamo appena concluso le riprese di "The Trouble with Cali" un dramma scritto da mia sorella Amanda e diretto per la prima volta da mio padre. Come si dice: an all family affair!»