SPECIALE/ISTRUZIONE/Se il prof parla l’itanglese

di Rita Pasqui*

Quando sono arrivata per la prima volta negli USA, otto anni fa, per insegnare all'università, sono rimasta subito colpita, durante le mie prime conversazioni sui miei nuovi impegni di natura accademica con alcuni colleghi già qui da un po' di tempo, dall'uso nel loro parlato di molti termini inglesi. Ad esempio: "Rita, quanti advisees ti hanno dato?"; "Guarda che se sul roster hai dato incomplete, devi poi mandare al dean un form di change of grade"; "Certo che se non mettono un language requirement non avremo mai abbastanza studenti"; "Lui ha fatto l'application per la teaching fellowship"; "Rita, se dai agli studenti un mock final simile al real final, la loro performance sarà migliore"; "Devo submit il mio paper, perché la deadline è domani." E così via. Insomma, ogni frase appariva infarcita di termini inglesi, in una bellissima giostra di codici altalenanti, dove ad una perfetta struttura sintattica italiana si sovrapponevano singoli vocaboli dell'idioma germanico.

Mi sono sempre chiesta da che cosa derivasse questo fenomeno. Pigrizia? Scarsa conoscenza dell'italiano? Direi proprio di no! Credo ci siano due motivi fondamentali: il primo è che anche se in italiano roster si dice griglia e form si dice modulo, application si dice domanda di iscrizione e deadline si dice scadenza, nel contesto concreto nel quale noi insegnanti siamo immersi, quei referenti lì si identificano più facilmente e più chiaramente con il nome che tutti qui quotidianamente usano: è vero, tra noi italiani potremmo dire saggio invece di paper, ma con paper definiamo il... paper così com'è e come è solito essere nel contesto culturale americano; così come in questa realtà, il Chair è semplicemente il Chair piuttosto che il Direttore di Dipartimento e il Dean è, molto più sinteticamente, il Dean e non il Preside di Facoltà. Il secondo motivo è che a volte la parola italiana corrispondente non è facilmente rintracciabile nella nostra memoria lessicale -o non esiste proprio nel vocabolario della nostra lingua: un advisee in Italia sarebbe... uno studente da seguire e consigliare nel suo piano di studi? Una perifrasi senza dubbio scomoda e poco economica ai fini della comunicazione.

Ma c'è un secondo fenomeno altrettanto interessante che desta curiosità. Si tratta dell'uso -non solo da parte di insegnanti, ma più genericamente di italiani che vivono qui da un certo tempo- di vocaboli italiani con un'estensione del significato sconosciuta agli italiani d'Italia. Ne riferisco alcune che ho sentito personalmente: "Senti, Rita, ti devo salutare, adesso ho classe. Ci vediamo dopo"; "Ho tre classi questo semestre, tutte di mattina. Tu come sei messa?"; "Devo sempre scrivere un sacco di lettere di raccomandazione agli studenti". Lo slittamento del significato è chiarissimo: poiché in inglese si dice class, il termine classe (che gli italiani d'Italia usano solo per indicare o il gruppo di studenti o l'aula) è passato a sostituire la parola lezione e corso. E se diciamo a un italiano che scriviamo lettere di raccomandazione per gli studenti, questo penserà che svolgiamo -alla luce del sole- quella deprecabile pratica, così diffusa nell'Italia dei ‘baroni', di favorire con mezzi e ‘aiutini' alquanto illeciti un qualche nostro pupillo: in realtà, invece, gli stiamo solo scrivendo una regolare lettera di presentazione (ovvero di referenze).

Anche per questo fatto la spiegazione è chiara: si tratta di una somiglianza nella forma delle parole, cioè nel loro significante, che ci trae in inganno. Così utilizziamo il ‘falso amico', cioè la parola italiana che più assomiglia nella forma a quella inglese, attribuendole il significato che ha in inglese, mentre in italiano ne ha un altro. Ad esempio, se uno dice "Chissà se questo progetto si realizzerà... Io sono confidente..." (da confident) vuol dire "sono fiducioso", ma confidente in italiano ha un altro significato: amico intimo. Oppure, se uno dice "Quello studente è veramente arrogante... Sono molto annoiato" (da annoyed) vuol dire in realtà "sono seccato, infastidito", ma annoiato in italiano è usato prevalentemente nel senso di tediato (come l'inglese bored).

C'è poi un terzo fenomeno, cioè la creazione di parole o espressioni totalmente nuove, che i parlanti italiani producono sotto la forte interferenza dell'inglese: "Quando l'allarme detecta un po' di fumo, si mette subito a suonare!" "Chi come noi commuta tutti i giorni è sempre stanco". Ed è proprio leggendo la pubblicità di questo giornale che mi sono resa conto dell'esistenza di parole nuove nell'italiano d'America, come il termine psichica (per dire maga, cartomante, indovina), un chiaro e totale calco dall'inglese psychic che non troverete in nessun dizionario italiano. Sia chiaro, non c'è nulla di sbagliato in tutto questo: sono fatti del tutto normali e frequenti nelle lingue.

Infine, il fenomeno più buffo di tutti è dato dagli usi totalmente diversi di parole straniere in una lingua e nell'altra. Durante le mie prime visite nelle pizzerie qui, ho impiegato un po' di tempo per capire che pepperoni è il salame piccante e non una deviazione ortografica dei nostri peperoni. Oppure, pensate ad un anglofono in Italia che senta una signora dire "Vado a comprarmi un body". Penserà che si tratti o di un caso di necrofilia o, tutt'al più, che vada a cercare un... gigoló e non che sta alludendo a della biancheria intima one-piece. Un anglofono rimarrà sorpreso nel sentire che gli italiani fanno footing, parcheggiano la macchina nel box, indossano il trench e lo smoking, o che hanno bisogno del golf perché fa fresco... Questo anglofono in Italia si troverà in un certo senso a dover re-imparare la sua stessa lingua, vista la quantità di falsi anglicismi che usiamo!

Per tornare alle considerazioni di partenza e concludere, vorrei comunque puntualizzare che il code-mixing tra inglese e italiano, in tutte le varianti che ho descritto, è assolutamente normale e inevitabile nei soggetti bilingui come noi, italiani madrelingua che viviamo all'estero. Inoltre, da una piccola ricerca che ho condotto su questo argomento, risulta che gli insegnanti italiani madrelingua qui in America sono assolutamente consapevoli di infarcire il loro italiano con termini inglesi -cosa di cui sembrano anche molto preoccupati. Tuttavia, dai dati che ho raccolto, risulta che questa ‘mescolanza' è limitata alle conversazioni con colleghi, amici e familiari, mentre è assente nelle ore di lezione, quando si trovano di fronte ai loro studenti. Non si tratta dunque di una perdita della competenza della lingua madre, né di un ‘imbastardimento' del loro italiano, come potrebbe sembrare, ma del possesso di più strumenti linguistici con cui ‘giocare', a seconda delle situazioni comunicative in cui sono coinvolti, e di cui sono assolutamente padroni.

 

*Serie curata dagli insegnanti della Università The New School: Caterina Bertolotto, Giuseppe Manca, Francesca Magnani, Rita Pasqui, Stefano Vaccara, Gina Vutera.
Per maggiori informazioni sui corsi alla New School Tel. 212 229 5676
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