N.J./Groviglio di vipere, con le “volpi” della Hellman, allo Shakespeare Theatre

di Franco Borrelli

Ambizione, avidità, astuzia e irrisione dei sentimenti (compreso l'amore-affetto per il coniuge): un groviglio di vipere in famiglia (o, meglio, una famiglia di vipere?). Quando si tratta di denaro, il resto può tranquillamente andarsene da qualche altra parte. Al diavolo le emozioni, la solidarietà e quanto ci lega ai consanguinei (soprattutto a quelli scelti come compagni di vita). Un mondo gretto, arido, tutto dedito alla sete di guadagno, al sogno della bella vita; alla faccia del sangue e delle ragioni del cuore!
Un po' tutto questo è «The Little Foxes» di Lillian Hellman, un capolavoro segnato dal successo a Broadway (ove "aprì" nel lontano '39) e nella cinematografia con una stupenda Bette Davis nelle vesti della protagonista Regina. Per chi non avesse letto la Hellman, visto il film o avuto mai sentore del play a Broadway (o per chi tutto questo, o parte di esso, l'avesse fatto), lo Shakespeare Theatre of New Jersey ne offre una stupenda versione al Kirby della Drew University di Madison, NJ (fino al 28 di questo mese, tel. 973\408-5600).

La direzione impeccabile e ricca della giusta tensione è di Matthew Arbour, che si avvale di una scenografia (Scott Bradley) e di costumi (Brian Russman) che ci portano immediatamente nel Sud degli States; e di un cast davvero super con la brava e convincente Kathryn Meisle nelle vesti della perfida Regina protagonista, contornata dalla patetica ed alcoolizzata Birdie di Deanne Lorette, dalla dolce e romantica (ma dal carattere assai deciso e forte) Alexandra di Lindsey Wochley, e dai non meno rilevanti Oscar di Brian Dykstra, Benjamin di Philip Goodwin e Leo di Fisher Neal.

Al centro, la costruzione di una fabbrica per la lavorazione del cotone e la partnership con un industriale residente a Chicago. Ognuno dei tre fratelli (Oscar, Ben e soprattutto Regina) vuole per sé il meglio della percentuale e più guadagni. Nessuno batte però la sorella che più fredda, cinica e spietata di questa Regina non può essere; senza amore e senza pietà nemmeno per il marito (l'Horace di Bradford Cover) morente per disfunzioni cardiache; anzi, c'è anche il di lei coinvolgimento nell'attacco che lo porterà alla tomba.

Un quadro, dicevamo, segnato solo dalla voglia di potere e dalla completa assenza di sentimenti, forse eccessivo nelle tinte della Hellman, machiavellico perché su tutto e su tutti conta il fine prefisso, ma non lontano affatto dalla quotidianità dominata dagli interessi e dagli eccessi. Una sorta di partita a scacchi ove non si guarda affatto in faccia a nessuno, restando impassibili (Regina) dinanzi all'attacco fatale per il consorte, non ci si fa scrupolo nel rubare i soldi altrui (del fratello\zio), e si irride alla semplicità e all'amore professate dalla giovane Alexandra, forse l'unica nota di speranza in questo pessimistico panorama (con sincera e disinteressata solidarietà per la fanciulla mostrata dalla domestica Addie, la brava Venida Evans).
La famiglia "disfunctional" in ogni senso non è, come si vede, una scoperta del teatro d'oggi. E questa Hellman (la vicenda è ambientata agli inizi del '900) ne è prova evidente e chiara. Cospirare e cercare di fare le scarpe agli altri, pur se così facendo la famiglia va a pezzi, è ciò che qui più conta. Manipolazioni, congiure e perfidie, quindi, tra consanguinei: un dramma degno in tutto e per tutto di Shakespeare. Oggi (e Wall Street insegna) è cambiato forse qualcosa?