OPEN ROADS DOC/ “EFFEDIA-SULLA MIA CATTIVA STRADA”/Il De André di Teresa Marchesi e Dori Ghezzi

di Samira Leglib

Con gli ideali e con i sentimenti si costruiscono delle realtà sognate. La realtà, quella vera, è fuori dalle porte del teatro» F. De André
Ed è un fuori teatro, o un fuori ‘maschera' come lo definiva lui stesso, il ritratto che Teresa Marchesi, giornalista e regista dipinge di Fabrizio De André in "Effedia-Sulla mia cattiva strada", proiettato la scorsa domenica nell'ambito della rassegna Open Roads del Lincoln Center. Si vede il cantautore, il poeta, il filosofo, ma anche l'uomo, il padre, l'amico. In una parola, Faber.
Sul palco a presentare il documentario e in attesa delle domande del pubblico, insieme alla regista vi era anche il cantautore italiano Lorenzo Cherubini (Jovanotti) che dall'Italia alle rive del fiume Creek, passando per New York, si è fatto portavoce delle memorie del cantante genovese scomparso nel Gennaio del 1999.

«Ho incontrato De André solo due o tre volte, la prima di queste a 18 anni al Festival di Sanremo dove c'era Dori Ghezzi -moglie di De André nonché produttrice del documentario Effedia, ndr- che cantava. [De André] mi disse: Tu sei Jovanotti? Sono con te!» Dopo la proiezione, in un Q&A moderato da Antonio Monda ma fortemente attivato da un pubblico che durante il film applaudiva e intonava le canzoni in concerto quasi assistesse a uno spettacolo interattivo, è ancora Cherubini a prendere la parola e raccontare De André quando gli viene chiesto se il cantante era un artista isolato o aveva lavorato insieme ad altri musicisti: «Come un Pablo Neruda, sia per la sua musica e gli arrangiamenti che per le liriche, le sue canzoni parlano a tutti. Non solo a livello locale. Pur partendo da radici popolari e mediterranee, cantava anche musiche francesi, ha collaborato con artisti brasiliani e sardi. Quello che posso dire è che se guardo alla mia carriera, come quella di molti cantautori, vi sono album buoni e altri meno. De André ogni cosa che fa è un'opera d'arte».

La regista Teresa Marchesi spiega un po' quella che è stata la lavorazione del film e perché solo ora, a dieci anni dalla scomparsa, si è realizzato il primo documentario biografico su De André: «Si tratta per la maggior parte di materiale inedito che abbiamo raccolto grazie alla collaborazione di Dori Ghezzi. Sono stati necessari dieci anni per mettere insieme questa testimonianza, perché ci sono voluti dieci anni per accettarne la morte. Ma volevamo tenere viva la sua memoria perché negli ultimi anni è stato un po' dimenticato e far sapere al mondo chi era».

Nel documentario, tra le altre interviste, appare Wim Wenders che dichiara di essersi, e non solo lui, completamente innamorato delle canzoni del cantautore italiano che considera tra insieme a Bob Dylan, George Van Morrison, Leonard Cohen e Georges Brassens, tra i più grandi poeti del mondo. Se si dovesse realizzare il progetto di un concerto a New York per offrirgli un tributo a livello internazionale, il regista tedesco sottolinea che sarà in primissima fila insieme a tutti i ‘missionari di De André'.

Da sempre schierato politicamente e da un certo costume benpensante considerato un sovversivo, De André canta i suoi messaggi ma non si aspetta una risposta: «Preferisco aprire i cancelli alle tigri che cavalcarle. Ho sempre avuto delle idiosincrasie sia verso il comando che verso l'obbedienza», sentiamo dire da De André in uno spezzone di intervista che appare nel documentario. «Parlare della guerra serve a far parlare la gente di certi argomenti. Non certo a fermarli. Un tempo davamo il nostro voto a un De Gasperi che al massimo sceglieva i libri su cui avrebbero studiato i nostri ragazzi; oggi diamo il nostro voto ad un perfetto straniero che decide se il nostro Paese entrerà in guerra o no. Quello che dico è di conservare le nostre radici culturali per non correre il rischio di sentirci gettati in un palcoscenico mostruoso».