CINEMA/“OPEN ROADS”/Arte timida e minuziosa

di Alfonso Francia

Quando si parla di un'opera d'arte, si può essere certi che le parole usate per commentarla saranno "ispirazione", "genio", "intuito". Nessuno parla mai di fatica, del sacrificio in termini di impegno e lavoro che qualunque oggetto pretende per essere realizzato. Quando si guardano i cortometraggi animati di Ursula Ferrara, realizzati tra il 1986 e il 2006, pensare a quanto l'autrice deve aver faticato per completare il suo lavoro diventa quasi un obbligo.

Dopo tanti anni, la regista pisana sta ottenendo un'esposizione internazionale grazie al festival Open Roads, che ha organizzato la proiezione dei suoi lavori al Walter Reade Theater del Lincoln Center.
Gli otto cortometraggi (intitolati Lucidi Folli, Congiuntivo Futuro, Amore Asimmetrico, Come Persone, Quasi Niente, Cinque Stanze, La Partita e News) sono stati disegnati, fotogramma dopo fotogramma, dalla sola Ursula, che ha anche curato le colonne sonore e scritto le storie. Un lavoro smisurato, dove quale il sacrosanto talento deve essere affiancato a una pazienza invidiabile.
Anche perché molti disegni sono dei veri dipinti, che invece di finire esposti in una galleria d'arte o nel salotto di qualche collezionista, vengono passati per un misero ventiquattresimo di secondo di fronte agli occhi dello spettatore.

Nonostante lo sforzo Ursula non ha smesso di inventare e disegnare, preparando un cortometraggio ogni due anni, senza ripetersi mai. Perché, e qui arriviamo finalmente a parlare di ispirazione, questi corti non sono dei semplici cartoni animati fatti in casa, ma delle opere d'arte in movimento, capaci di centrifugare secoli di storia dell'arte in un calderone di immagini che si trasformano di continuo, passando da un soggetto all'altro.
Quella che era una donna distesa su un letto diventa una scatola che poi corre via con le sembianze di un gatto e si frantuma in mille pezzi dopo essere diventata una tazza da latte. E mentre cambiano le forme, cambiano gli stili. Nelle immagini disegnate da Ursula spuntano Picasso, Klimt, Van Gogh, Escher. Ma non si tratta di semplici omaggi. L'autrice usa questi riferimenti per far vedere il suo mondo, mette in immagini un flusso di coscienza che descrive sentimenti e pulsioni sessuali e arriva a toccare l'attualità. L'ultimo dei corti infatti ricostruisce, con un collage di ritagli di giornale, foto e disegni, tutta la furia dei mass media. L'articolo che descrive una inondazione in India se ne sta immobile con i suoi caratteri neri al centro dello schermo, mentre intorno si scatena la tempesta colorata che spazza via persone e animali.

Il lavoro migliore è forse quello intitolato Quasi niente, dove le musiche degli altri corti lasciano spazio a rumori di stoviglie sbattute, passi pesanti e sedie spostate, sempre più intensi e assordanti.
Si esce quasi consumati dalla visione questi corti. Messi insieme durano meno di 25 minuti, ma le idee e le sensazioni che scatena nella mente dello spettatore richiederebbero ore di discussioni. Un lavoro tanto denso di spunti non può essere visto solo in una sala cinematografica o alla televisione. Dovrebbe essere esposto in una mostra, dove ogni corto possa essere proiettato di continuo, per permettere allo spettatore di afferrarne ogni particolare. Se è possibile restare ad ammirare un quadro per oltre un'ora, non si vede perché non si dovrebbe fare lo stesso di fronte a migliaia di disegni che scorrono davanti agli occhi a velocità enorme.

Il problema è che potrebbe essere proprio Ursula a opporsi. Descrivendo le sue opere non scomoda mai il mondo dell'arte. Lei preferisce parlare di artigianato. Anche se le si domanda dell'ispirazione, altro termine fin troppo caro agli artisti, si tira indietro.
«Forse l'ispirazione neanche esiste. Esiste il saper guardare e mostrare quel che si vede agli altri. Mi piace pensare che qualcosa di intimo possa essere condiviso dallo spettatore che si immedesima in quel che vede». E il messaggio che questi corti nascondono? Alla regista non interessa precisarlo. «Il messaggio che conta è quello che ogni spettatore riesce a trovarci: è quello l'unico significato che andrebbe preso in considerazione».

Nonostante con i suoi corti Ursula sia già arrivata a Cannes, la trasferta negli Stati Uniti l'ha entusiasmata.
«Sembra la storia del fagiolo magico. Io l'ho piantato senza pensarci e ora quello è diventato una pianta enorme che mi ha portato in un castello sulle nuvole. È difficile da credere». Esperienze del genere dovrebbero rendere più fiduciosi nei propri mezzi, ma Ursula racconta di sentirsi ancora un po' insicura. «Di certo sono diventata più scanzonata. Non ho mai pensato di tenere questi lavori in un cassetto. Devono prendere aria».