SPECIALE ARTE/ THE IIC LIFETIME ACHIEVEMENT AWARD/ Forme e connubi perfetti

di Olivia Fincato

Un evento per pochi intimi quello dello scorso lunedì all'Istituto Italiano di Cultura di New York, serata pensata per un pubblico ristretto e mirato in onore del grande maestro del minimalismo statunitense Frank Stella.
Madrina la Direttrice dell'Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles Francesca Valente che, in occasione dell'incontro con tutti i direttori degli Istituti Italiani del Nord America e Canada nella sede di Manhattan, ha unito l'utile al dilettevole, creando un evento ad hoc per conferire all'artista newyorkese di origine italiana, The IIC Lifetime Achievement Award.

«Essendo la coordinatrice per gli Istituti Italiani di Cultura della Macro Area e sapendo che la riunione di svolgeva a New York ho chiesto a Frank Stella cosa pensava di questa occasione...ed è stato un invito a nozze, usando un po' d'ingegno siamo riusciti ad accontentare tutti!» spiega la direttrice di Los Angeles sorridendo tra i colleghi.
The L'IIC Lifetime Achievement Award, istituito dalla stessa Valente nel 2005 con il supporto del County Los Angeles Museumof Art, è un sigillo per celebrare l'eccellenza italiana in vari settori dall'arte al design, dalla musica al teatro, scienza, cinema.

Il premio, una scultura in edizione limitata dell'artista toscano Mauro Staccioli initolata "Tondo", simbolo della perfezione, è stato già stato conferito a molti talenti tra cui Claudia Cardinale, Mario Monicelli, Pupi Avati per il cinema; a Sergio Pininfarina, Lella e Massimo Vignelli per il design; a Ennio Morricone per la musica; Renato Dulbecco per la scienza; Renzo Piano per architettura e Emilio Vedova per l'arte.
«Ho appena consegnato un premio a Francis Ford Coppola per la prima di Tetro all'Hammer Museum di Los Angeles» continua Francesca Valente «e ora essere qui in onore di Frank Stella è un'occasione importante per questo riconoscimento, merito di David Mirvish che mi ha introdotto al grande maestro e della gentilezza di Renato Miracco». A conclusione dei vari ringraziamenti e il consueto saluto al Console Francesco Maria Talò presente all'evento con la moglie, la parola passa a Frank Stella.
«L'arte dovrebbe esprimere la realtà in cui un'opera è stata concepita e realizzata, sono lo spazio e il tempo a fare la differenza » spiega il pioniere della corrente minimalista sviluppatasi in America negli anni sessanta e settanta.

E osservando la sua opera dai Black Paintings del dopo guerra, grandi tele nere con sottilissime linee bianche disposte geometricamente ai lavori mixed-media di fine anni settanta, dove all'estetica minimalista subentra una dinamica meno rigida e più flessibile all'uso di nuovi materiali fino ad arrivare alle sculture più recenti, possiamo capire il perché della sua battuta iniziale all'Istituto e soprattutto il valore di questo grande artista americano.
Frank Stella è stato in grado di reinventarsi nel corso di cinque decadi, dagli iniziali monocromi basati sul tema delle strisce, all'uso di media differenti, alle sculture che si estendono in architetture. (basti pensare alla mostra personale del Metropolitan, Frank Stella: Painting Into Architecture). Pittore, sculture, stampatore, Stella è sempre stato un innovatore ed ha sempre cercato di fare del suo lavoro un oggetto a sé stante, privo di ogni connotazione emotiva o caratteriale. L'opera secondo Stella esiste perché si vede, è il risultato del tempo e del luogo in cui viene prodotta, ma vale soltanto per sé stessa, al di fuori di ogni esperienza emozionale dell'artista.

Il potere autoreferenziale dell'opera-oggetto che dalla bidimensionalità degli anni sessanta assume volume e complessità di forme nelle decadi successive concede all'artista una maggiore libertà di intervento nella relazione con chi la osserva.
«Io cerco di creare un senso di "accesso" all'opera» dice Stella indicando alcuni dei suoi lavori proiettati durante la serata «ci sono diverse prospettive attraverso cui possiamo interagire con essa, tramite il disegno io posso suggerire un certo ordine, un modo di lettura».
E il suo modo di concepire e realizzare l'opera, distante da ogni rappresentazione simbolica-sentimentale, sembrava essere traslata nel suo modo di interagire con il pubblico dell'Istituto. Abbastanza schivo, di poche parole, dopo un timido ringraziamento per il premio, non lasciava trasparire alcuna tensione emotiva se non quando guardava la sua arte e sorrideva dinnanzi ad essa, quasi non curante di chi gli stava di fronte. Si allungava fino ad indicare la chiave di "accesso" delle sue sculture consapevole che alla fine, quello che conta, è il punto di contatto con l'opera d'arte.

L'opera deve dunque parlare da sé o ha bisogno di tutta una serie di ameni passaggi tra critici e curatori per dire qualcosa?
Noi siamo felici che questo award sia stato consegnato a chi non ha bisogno di troppe parole.