FESTIVAL/”HUMAN RIGHTS”/Filmare per testimoniare

di Laura Caparrotti

Fra le storie portate quest'anno dagli Human Rights Watch Film Festival che si tiene al Lincoln Center di Manhattan, ci sono anche quelle raccontate da due registi italiani, Fabrizio Lazzaretti e Paolo Santolini.  Fabrizio era già apparso al Festival insieme ad Alberto Vendemmiati nel 2001 con "Jung: In the Land of the Mujaheddin" un documentario sul lavoro di Emergency nell' Afganistan pre-11 settembre. Allora avevano vinto il Nestor Almendros Award. Quest'anno si parla sempre di Emergency, ma i posti del mondo si sono raddoppiati. Le storie, infatti, sono di ragazzi vittime, in un modo o nell'altro, di guerra, alcuni a Kabul e un altro a Khartoum, in Sudan. Il documentario è crudo, forte e non sempre facile da guardare, ma è pieno di quella speranza che fa andare avanti il mondo e dunque va visto. Fabrizio e Paolo saranno presenti alle proiezioni del 19 giugno alle 9:15 pm e del 20 giugno alle 4pm. Intanto, abbiamo chiaccherato con loro della loro esperienza nel girare "Back Home Tomorrow".

Quando avete girato "Back Home Tomorrow" e quanto sono durate le riprese?

Fabrizio Lazzaretti: "Abbiamo fatto quattro diversi viaggi in Sudan per un totale di sei mesi di riprese, iniziate nell'aprile 2006 e finite i primi di febbraio del 2008. In Afghanistan, invece, ci siamo fermati tre mesi durante l'estate del 2007. Arrivati  lì, abbiamo agganciato le storie di queste bambini in ospedale e siamo andati avanti a seguirli."

Come mai avete scelto il Sudan e Kabul?

Lazzaretti: "Ci sembrava interessante come operazione perché riuscivamo a rappresentare due storie, quella che riguardava la specialità principale di Emergency, vale a dire portare assistenza gratuita alle vittime di guerra,  e quella, che vale come tendenza per il futuro, di allargare il campo medico, in questi ospedali dove agisce Emergency, alla medicina di eccellenza come cardiologia e cardiochirurgia. Le due situazioni sono accostabili perché entrambi teatri di guerra, visto che il Sudan ha vissuto per vent'anni la guerra civile. Però, in Sudan, ci sono soprattutto, ad oggi, altri problemi che in minima parte l'ospedale di Emergency sta cercando di aiutare."

Che tipo di spazi ci sono per prodotti come il vostro documentario? Questi film così duri e così reali, riescono a suscitare l'interesse dei canali televisivi e cinematografici che sembrano più votati all'intrattenimento molto leggero?
Paolo Santolini: "Dico solo che la BBC ci ha chiesto di ridurlo a 60 minuti e lo hanno già trasmesso. In Italia, il film lo ha la Rai, ma non lo ha ancora trasmesso perché dicono che sia abbastanza complesso, perché è duro e perché mostra certe realtà. La nostra scelta, però, è stata proprio quella di fare un film della realtà, di raccontare in diretta quello che succede; abbiamo seguito i ragazzi nella sofferenza all'interno dell'ospedale e abbiamo mantenuto certe scene perché pensiamo sia un dovere, perché quella è la loro normalità. Lo scopo era quello di fare un film che parli di infanzia violata e di vittime di guerra, ma anche della vita e della quotidianità di quei bambini in quei posti".

Secondo voi, che funzione possono svolgere documentari come il vostro?
Santolini: "Le reazioni a volte sono abbastanza sorprendenti, anche di molta gente in Italia. Noi non siamo più abituati a carte situazioni e pensiamo, vedendole, di assistere ad eventi straordinari, mentre a Kabul e in quel campo profughi vicino Khartoum, quel modo di vivere è la normalità. Nel Nord Europa c'è una situazione molto diversa: la BBC ha voluto comprare il documentario, perché hanno un pubblico pronto per un film del genere. In Italia è un momento complesso già di suo, penso sia difficile far passare certe cose, c'è una sorta di autocensura."

Quali sono le similarità e le differenze fra le due situazioni, quella in Sudan e quella a Kabul?
Lazzaretti: "Sono due situazioni simili, con poche differenze. Magari in Africa il problema è che i campi prpfughi stanno diventando una realtà stanziale, intere popolazioni che si muovono, che si mettono a costruire case di paglia e fango e ci rimangono vent'anni, pensando invece di starci solo per qualche mese. Retaggio di situazione drammatiche: fame, mancanza di lavoro, una sanità inesistente  e così via. Kabul è più legata ad un conflitto purtroppo ancora in atto, ogni giorno sentiamo notizie di attentati piuttosto che di scontri a fuoco fra la coalizione e i Talebani; spesso di mezzo ci sono civili che si trovano in mezzo e ne pagano le conseguenze. Purtroppo ce ne siamo resi conto stando in ospedale tre mesi, vivendo l'affluenza continua di vittime che venivano da attentati e da mine per terra. Sostanzialmente, però, sono entrambe storie di guerra."

Quali ostacoli avete incontrato nel girare?
 "Sicuramente abbiamo avuto più difficoltà in Sudan nel seguire la storia di Yagoub, profugo di guerra da quando aveva un anno, dunque per 14 anni. Il problema è stato piano piano entrare nel campo profughi, ci abbiamo messo un mese per farci accettare, ed è stato complesso perché era come entrare in un inferno con la telecamera. Puoi spiegare che hai sentimenti nobili, ma è gente arrabbiata, ferita ed è difficile che ti stiano ad ascoltare. Ma quando abbiamo creato dei legami, siamo stati accettati e tutto è andato per il meglio."

Mi ha colpito il ruolo delle famiglie e soprattutto delle donne...
"La famiglia di Yagoub era convinta che lui non ce l'avrebbe fatta, perché non avevano soldi e non c'erano ospedali. Quando sono entrati nell'ospedale nuovo di Emergency, gli sembrava fantascienza, per loro era una cosa impensabile. Nel caso di Kabul,  ci siamo soffermati su una madre, che col velo sporco del sangue dei figli, ha avuto la forza di decidere di far amputare la mano al figlio. Sembra strano, ma quella afgana è una società in cui la donna, all'interno della famiglia, conta moltissimo.  Anche noi pensavamo che sarebbe stato il padre a prendere la decisione e invece una volta arrivato in ospedale, il marito ha detto alla moglie ‘decidi tu'. Abbiamo lasciato questa scena, perché anche quella era una scena che si ripeteva quotidianamente. "

Per informazioni, contattare il 212-875 5600 o visitare il sito www.filmlin.com