PRIMO PIANO/CONFERENZE/NY discute dell’Islam in Europa

di Olivia Fincato

Se sentiamo la parola "Terrorismo" che immagine immediata si crea nella nostra testa? Probabilmente non quella di un gruppo di ragazzi bianchi che sentendosi minacciati dal diverso, decide di ripulire una banlieue o ghetto che sia.

Come possiamo superare questa tensione prodotta dalla presenza di Musulmani nel "nostro" Occidente? E da dove proviene questa tensione? Che incidenza hanno le politiche pubbliche e i media nell'indirizzarla? Quali sono i mezzi per prevenire estremismi, lotte, insulti, discriminazioni a favore di una solida e funzionante integrazione? E a proposito d'integrazione quali sono le differenze tra un sistema americano funzionante e uno europeo frammentato quasi in paralisi?
Questo e molto di più è stato discusso durante i 3 giorni di conferenze Islam in Europe-Insult: Fractured States? parte del programma LIVE from NYPL, New York Public Library organizzato con la European Union National Institute for Culture (EUNIC) in occasione del festival Muslim Voices: Art&Ideas presso lo Stephen A.Shwarzman building (42nd st e Fifth Ave.).

Il dibattito, inaugurato con un coinvolgente concerto Sufi e atto a esplorare la controversa relazione tra Europa e diaspora islamica, è stato diluito in cinque incontri, dall'origine del conflitto alla potenziale, malgrado lontana, integrazione futura, attraverso il prezioso e visionario contributo di noti teorici, accademici e diplomatici internazionali.
Nonostante i diversi punti di vista, la diversa provenienza, preparazione ed esperienza i relatori hanno insistito e concordato su alcuni punti focali, riemersi nel corso di tutto l'evento.
Sulla base di alcuni dati statistici (almeno 1 musulmano su 3 in Europa ha subito atti di discriminazione o razzismo) una delle questione calde della discussione è stata in cosa consiste l'integrazione europea.
Sembra infatti che l'Europa stia compiendo un passo indietro tramite la ricreazione di frontiere simboliche che impediscono lo sviluppo e l'assimilazione del diverso, determinando anzi la nascita di nazionalismi sempre più radicali e ottusi, sino ad arrivare a disastri sociali, come scuole dove i bambini musulmani entrano da porte diverse rispetto a quelli cristiani.

Il problema fondamentale quindi a differenza degli Stati Uniti, molto più avanzati da questo punto di vista, proprio perché nati dalla diversità culturale, è quello di far fronte a questa frammentazione d'identità europea, madre di una schizofrenia collettiva.
«In Europa non sappiamo trattare politicamente la differenza culturale» interviene Khaled Fouad Allam, Professore di Sociologia del Mondo Musulmano e Storia e Istituzione Islamica presso l'Università di Trieste, Urbino e Standford di Firenze «c'è il bisogno di creare un linguaggio politico che sappia definire e gestire le differenze. La speranza è fondamentale in politica ma esiste una differenza sostanziale nella percezione dell'identità tra L'Europa e l'America. Mentre in Europa la genesi del sé è profondamente legata alla singola identità religiosa, gli americani sono abituati alla multiculturalità, noi saremo in grado di gestirla solo con la nascita di una costituzione europea».

E riferendoci all'Italia come non pensare alla questione della "non-multiculturalità" lanciata dal nostro Primo Ministro, cui Emanuele Castano, Professore alla New School for Social Research e co-autore di Handbook of Experimental Existential Psycology and Transnational Identities: Becoming European in the EU, commenta così: «Berlusconi non ha capito qual è il potere del linguaggio, confonde continuamente il linguaggio da normale cittadino al bar con gli amici con quello ufficiale, che penetra nelle case di tutti, veicolando un modello triste e pericoloso. Non si rende conto dei danni che può creare nell'identità di un popolo».

Riflettendo quindi sul potere del linguaggio e dei mezzi di comunicazione di massa entriamo nel vivo di un'altra questione: l'immagine dell'Islam veicolata in Occidente.
«L'Islam si vede percorrendo la strada di tutti i giorni ma nessuno ne parla nella giusta maniera» interviene Tahar Ben Jelloun, scrittore marocchino immigrato in Francia nel 1961 collaboratore regolare di Le Monde, La Repubblic, El País seguito da Iman Abduljail Sajid, Presidente del Muslim Council for Religious and Racial Harmony U.K, che dopo aver spiegato le sostanziali differenze culturali, linguistiche e religiose che esistono all'interno dello stesso Islam (basti pensare al divario tra musulmani marocchini e indonesiani), ha indirizzato la conversazione verso quel condiviso e distorto stereotipo del musulmano, che oramai ha rimpiazzato il villano russo.

L'educazione pubblica e la responsabilità etica e sociale del sistema mediatico è dunque cruciale per intervenire nella sbagliata percezione del mondo musulmano. 

«I media possono essere usati per umanizzare i gruppi, come catalizzatori e promotori di una riconciliazione» spiega Her Majestic Queen Noor, regina di Giordania e Presidente del Noor Hussen Foundation and King Hussein Foundation (KHF) e co-fondatrice di The Alliance of Civilizations Media Found e riferendosi al discorso del Presidente americano al Cairo aggiunge: «Obama ha mostrato una particolare attenzione al linguaggio, alla storia, alla diversità culturale ed etica, ha aperto una finestra, uno spazio dando alle persone la possibilità di abbracciare questo spirito di rispetto reciproco».
Saper usare il linguaggio è dunque l’essenza del nuovo cambiamento precisa Benjamin Barber, teorico politico autore di Jihad vs McWorld , importante voce americana cross-culturale all’interno del panel: «Obama ha aperto un nuovo e fresco capitolo nella relazione tra l’America e il mondo. In Egitto quello che ha detto ha avuto la stessa importanza di quello che NON ha detto. Non ha mai usato le parole “terrorismo” o “guerra”, ha rifiutato le etichette dell’amministrazione Bush.»