INTERVISTA AL REGISTA-GIORNALISTA/"Abbiamo dimenticato quelle nostre sofferenze...”

di A. F.

A pensarci bene tutte le storie di migrazione partono dal pane, dalla fame che per decenni ha spinto milioni di italiani a stiparsi come animali su un vaporetto nella speranza di guadagnarsi un paio di pasti decenti ogni giorno. Pane amaro era una canzone molto popolare tra gli emigranti all'inizio del Novecento, che lamenta il dolore della lontananza. "Il pane è amaro perché mangiato lontano dalla famiglia. Molti partivano da soli per guadagnare qualche soldo da spedire a casa e tornare in patria nel giro di qualche anno. Mi sembrava un'immagine adatta a questo lavoro". Il giornalista e filmaker Gianfranco Norelli ha raccontato daccapo una storia, quella degli italiani in America, intorno alla quale si discute sempre con tanta retorica. Pane Amaro supera finalmente le frasi fatte sul sogno americano e gli italiani "brava gente".

"I nostri connazionali dovettero sopportare la diffidenza degli americani di origine anglosassone, ma pochi sanno della spietata ostilità mostrata loro dal popolo che più avrebbe dovuto accoglierli con simpatia, i cattolici irlandesi", spiega Norelli. La difficile convivenza tra i fedeli del Papa è chiarita con una bella storia, raccontata all'inizio del documentario. "La chiesa dedicata alla Nostra Signora del Carmelo ad Harlem venne edificata da un gruppo di salernitani che la costruivano di sera, dopo una giornata di lavoro sfiancante. Però, quando l'edificio fu terminato, agli italiani che l'avevano realizzato non venne permesso di celebrare la messa. A quei tempi il clero cattolico era quasi tutto irlandese, così la chiesa vera e propria venne destinata alle funzioni in inglese, mentre gli italiani dovettero riunirsi nello scantinato. Episodi del genere si verificarono spesso, tanto che i nostri connazionali vennero ribattezzati ‘basement catholics', cattolici da cantina. Gli irlandesi accusavano gli italiani di paganesimo. Erano scandalizzati dalle processioni durante le quali la statua della Madonna veniva fatta sfilare in strada, di fronte a bettole, negozi di liquori e venditori ambulanti di salsicce. Bisogna anche ricordare che gli irlandesi erano discriminati dagli americani protestanti; se la prendevano con gli italiani anche per rifarsi su qualcuno più debole".

In un clima del genere, non sorprende che gli immigrati guardassero alla patria abbandonata e al suo governo per trovare stima in sé stessi. "Gli italiani in America si affidarono al fascismo per farsi rispettare. Mussolini ebbe ammiratori in Inghilterra e negli Stati Uniti, quindi era normale che un immigrato si aggrappasse alla sua fama. Voleva dimostrare agli americani che gli italiani non erano tutti pezzenti. Non mi sorprende che quando Mussolini organizzò una trasvolata atlantica di 12 aerei, alla quale partecipò anche Italo Balbo, gli italiani in America accolsero i piloti atterrati a New York come degli eroi. L'adesione al fascismo non era politica, ma in un certo senso sentimentale".

Per guadagnarsi un po' di rispetto i nostri connazionali diedero anche vita a una scena culturale. "Si organizzavano spettacoli teatrali e concerti, si stampavano giornali e si aprivano biblioteche. Era un sistema  per mantenere il contatto con la cultura d'origine, che purtroppo si perse con il processo di americanizzazione".

Questo era l'obiettivo di tutti gli italiani d'America, ma fu anche la fine dell'identità italiana. "Gli immigrati pagarono un prezzo altissimo per diventare cittadini americani alla pari degli altri. Prima di tutto furono costretti a perdere la lingua. Nelle scuole si poteva parlare solo inglese: ai bambini sorpresi a parlare italiano veniva lavata la bocca con il sapone, letteralmente. L'accanimento contro le tradizioni della terra d'origine causò prima un penoso senso di nostalgia e poi una vera e propria alienazione, perché gli immigrati non avevano ancora assimilato la cultura americana ma dovevano abbandonare quella italiana. Nel passaggio si ritrovarono privi di identità".

Così, nel giro di qualche decennio, quasi tutti i migranti persero ogni legame con la vecchia patria. "Non era possibile riallacciare i contatti tornando indietro ogni tanto. Agli inizi del Novecento chi partiva investiva tutti i suoi risparmi in un biglietto di terza classe. Chi si imbarcava con la famiglia sapeva che non sarebbe tornato".
Storie del genere dovrebbero spingerci all'accoglienza nei confronti degli immigrati che arrivano oggi nel nostro Paese. A noi piace pensare che i nostri bisnonni partiti per attraversare l'Atlantico fossero diversi dai marocchini e gli albanesi di oggi, ma non è così. "Lavorando a Pane amaro ho notato che l'emigrazione presenta sempre gli stessi problemi. Certo, per molti versi questa storia è unica, ma c'è qualcosa di profondo nell'esperienza del lavoratore straniero - parliamo di solitudine, razzismo, diffidenza, derisione - che torna sempre. Siamo stati migranti per secoli, ma abbiamo dimenticato certe sofferenze non appena abbiamo smesso di patirle".

Spesso cominciandole a infliggerle agli altri.