LE RUBRICHE/GLOBO ITALICO/Il futuro sarà sempre più “glocal”

di Piero Bassetti e Niccolò d’Aquino

Piero Bassetti, milanese, è da anni considerato il padre ideale della italicità, cioè di quel network transnazionale che accomuna italiani, italofoni e italofili. Un network che comincia a riconoscersi e a comunicare. E che Bassetti, primo presidente della Regione Lombardia (1970-74) e poi presidente dell'Unione delle Camere di commercio (1983-1992), iniziò a individuare quando intuì la potenzialità delle Camere di commercio italiane all'estero. Un insieme di realtà molto vitali ma fino ad allora operanti ognuna nel limitato ambito territoriale di competenza e che lui, negli anni in cui è stato presidente di Assocamerestero (1993-1999), ha messo in rete e fatto dialogare per la prima volta fra di loro. Presidente di Globus et Locus, associazione di istituzioni che si prefigge di analizzare le conseguenze della glocalizzazione sulla vita politica e sulle istituzioni e della Fondazione Giannino Bassetti il cui scopo è lo studio della responsabilità nella innovazione, Piero Bassetti con i suoi scritti e i convegni che organizza o ai quali partecipa cerca di spiegare i vantaggi che ricaverebbero gli italici dall'unirsi tra di loro, stringendo relazioni già esistenti e avviandone di nuove. Con Niccolò d'Aquino, giornalista nato e vissuto a lungo all'estero e attualmente inviato del gruppo Rizzoli Corriere della Sera, Piero Bassetti avvia su America Oggi una serie di colloqui su questi temi. I testi potranno essere consultati, oltre che sul sito di Oggi7, anche sul sito: www.globusetlocus.org.

d'A. - Dai prossimi appuntamenti, dopo questo primo, affronteremo gli argomenti più diversi: italiani e internazionali. Con un occhio italico. Spieghiamo quindi subito qual è l'obiettivo, il senso e il "metro" di queste chiacchierate e analisi che ci avviamo a fare con regolarità.
B.
- Noi, con il think tank Globus et locus e con il corollario delle altre organizzazioni e iniziative, vogliamo aggregare la comunità degli italici. Ovvero di quella rete culturale, letteraria, artistica, economica, politica, di affari e di costumi che unisce nei cinque continenti le persone più diverse che hanno però in comune - spesso a loro stessa insaputa - valori, stili di vita e modelli di quella Italian way of life, che l'espansione dell'economia italiana (ma anche la storia culturale e politica della civiltà italiana), nonostante la crisi internazionale attuale, ha diffuso nel mondo negli ultimi decenni. E' un mix di italiani oriundi, italofoni, italofili e anche di coloro che, pur non avendo una goccia di sangue italiano, si riconoscono e prediligono quei valori e quello stile di cui parlavo.


d'A. - America Oggi, però, oltre a essere il più diffuso quotidiano in lingua italiana all'estero, è il giornale degli italiani negli Stati Uniti e in particolare nella East Coast. Italiani magari con il doppio passaporto ma, comunque, convinti della propria italianità. Il concetto di italicità è indubbiamente un "andare oltre".

B. - Ma necessario e inevitabile. Nell'era della globalizzazione un'aggregazione transnazionale la si effettua soprattutto usando quello strumento formidabile e ormai onnipresente che è la Rete: internet, blog, forum, chat eccetera. Rispetto a una rete lunga e vasta come quella mondiale, un quotidiano come America Oggi, che tra l'altro dispone di un'interfaccia multimediale, è però un importante punto di osservazione e di diffusione. Perché opera da postazioni fondamentali come gli Usa e New York. I suoi lettori sono abituati a essere considerati in termini di italiani o ex italiani, cioè portatori di una doppia appartenenza. Quello che vogliamo far capire loro è che, in realtà, il loro futuro è italico. Il che da una parte è limitativo, perché - è vero - si tratta di una appartenenza meno spessa, più generica e superficiale. Ma dall'altro è più estensivo e stimolante, perché si tratta di un'appartenenza globale. Il che, ripeto, piaccia o no, è il futuro. Gli italiani d'America, come quelli che vivono negli altri continenti, devono capire che dovranno rivedere il loro "posizionamento" culturale e affettivo: non più soltanto italoamericani o italofrancesi o italocanadesi o italoaustraliani eccetera che si rapportano e confrontano - anche criticamente - con l'Italia (dovranno rapportarsi con gli italici del Canada, ecc. ). Il nuovo rapporto sarà necessariamente più ampio, con la rete italica.


d'A. - Questa però è una stagione politica in cui, per vari motivi, tra cui la paura verso l'"invasione" degli emigranti, sembra di assistere a un ritorno dei localismi nazionali. Una vera chiusura.

B. - Vero. Ed è un problema. Che, come europei, abbiamo superato o stiamo superando visto che siamo entrati nell'Unione. Certo il concetto di Unione Europea è ancora difficile da capire per chi non lo vive. Ha ragione Henry Kissinger quando ci dice: "Voi europei dovete prima darvi un numero di telefono". Ovvero: createvi una realtà visibilmente toccabile con mano. Ma ha ragione dal suo punto di vista, americano. Gli Stati Uniti sono nati da una rivolta, anche militare oltre che economica, che ha messo fine a una colonizzazione e dato vita a una nuova entità, indipendente e democratica. Noi europei, invece, abbiamo scelto la strada dell'aggregazione pacifica, partendo dall'unificazione monetaria. E la stessa strada pacifica va percorsa dalla rete italica. Che, messa insieme, è fatta di circa 250 milioni di persone, superando di gran lunga i meno di 60 milioni di italiani d'Italia e i pochi milioni di italiani all'estero registrati ufficialmente nelle liste dell'Aire.


d'A. - Ma come si fa, materialmente, a convincere un italiano all'estero a superare lo schema a cui si è abituato e che, per semplicità, possiamo definire delle "due Patrie"?

B. - Per prendere l'esempio americano, finora il dilemma era: "Siamo americani o siamo italiani in America?". La letteratura è piena di romanzi che ruotano attorno a questo quesito. La glocalizzazione, cioè il vivere la globalizzazione senza perdere la centralità locale, supera questa ultima frontiera.   Finora l'alternativa era la scelta verso una delle due loyalties. Gli italiani d'Italia, per esempio, non hanno mai capito che è sbagliato chiedere agli italiani in America o negli altri paesi di confermare una sola appartenenza, quella verso l'Italia. Si tratta di capire che siamo, noi tutti, cittadini del mondo. Cittadini di "qualità" italica (concetto felice e molto importante) che, in questo caso, vivono negli Stati Uniti e vivono con serenità questa condizione. Nella consapevolezza che la glocalità non solo non rende problematica o addirittura drammatica l'appartenenza multipla ma anzi la premia.


d'A. - Il melting pot, insomma, non basta più.

B. - Esatto. Le società che hanno trovato la propria forza e si sono sviluppate grazie al melting pot si trovano oggi di fronte a una nuova sfida: il melting pot va messo a servizio della costruzione di un nuovo mondo, quello glocal. Dovremo capire che , senza nulla togliere alle rispettive tradizioni e appartenenze di origine, "servire" una sola nazione sarà sempre più un'anomalia. E' quello che, faticosamente, sta avvenendo per noi europei nei confronti dell'Europa unita. Siamo portatori di un universalismo che nel mondo glocalizzato può realizzarsi molto più di quanto abbiano finora provato a fare le singole nazioni raffrontandosi con il contesto internazionale. E gli italiani, pur orgogliosi della propria nazionalità di partenza, questo spirito lo hanno nel sangue. Un esempio contemporaneo è quello dell'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne, italiano del Canada con tre passaporti, compreso quello svizzero. E che non vede alcuna difficoltà nel considerare la Fiat italiana o americana o europea. Giustamente.