CONFERENZE/CENTRO PRIMO LEVI & ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA/La diaspora ebraica a Venezia e in Puglia

di Alfonso Francia

Il dialogo interreligioso? Ufficialmente è nato con il Concilio Vaticano II, ma le comunità ebraiche e cristiane di Venezia lo praticavano già da secoli scambiandosi visite tra chiesa e sinagoga. A ribaltare vecchi luoghi comuni sulla presenza degli ebrei in Italia è la conferenza "East of the West", organizzata dal Centro Primo Levi assieme all'Istituto Italiano di Cultura e al Consolato generale.

L'incontro era dedicato alla comunità più conosciuta, quella di Venezia, e a una quasi del tutto dimenticata, quella pugliese. Tre professori ne hanno raccontato la storia: Gadi Luzzatto Voghera, docente della Boston University alla sede di Padova, Shaul Bassi della Ca' Foscari di Venezia, e Fabrizio Lelli, che insegna lingua e letteratura ebraica all'Università di Lecce. In poco più di un'ora di conversazione i tre studiosi hanno demolito parecchie certezze sul trattamento riservato agli ebrei dai fedeli del Papa. "Certo, di notte le porte del ghetto venivano chiuse e non era possibile uscire, ma quelle strade erano un luogo aperto dal punto di vista culturale. I cristiani andavano spesso ad ascoltare i rabbini al tempio, e un letterato ebreo come Leone Modena si faceva spesso vedere in chiesa", riporta Luzzatto. Gli scambi erano anche linguistici, aggiunge Lelli: "Gli ebrei della diaspora avevano un legame naturale con l'Oriente. Continuavano a parlare il greco quando in Europa quasi tutti l'avevano dimenticato. Così in Puglia divennero dei veri e propri mediatori culturali tra gli italiani e le genti dell'Est".

Quello pugliese è un caso curioso. Quasi nessuno sa che questa regione fu una delle prime mete raggiunte dagli Ebrei della diaspora, dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C. per opera di Tito e la successiva dispersione. "In epoca imperiale molte famiglie ebraiche vivevano intorno a Brindisi. Quella città sull'Adriatico era una vera porta verso l'Est. Non a caso molti ebrei divennero commercianti, e quasi tutti finirono con l'andare via", conclude Lelli.

Bisogna riconoscere che neanche la celebre comunità di Venezia è ormai molto popolata. "In tutto ci saranno cinquecento persone. Probabilmente ci sono più ebrei in questo isolato che in tutto il Veneto", scherza Bassi. "Ma le minoranze, se attive, fanno bene all'Italia, che sta imparando solo in questi anni a convivere con lingue e culture diverse". Preoccupa semmai la perdita delle tradizioni. "A Venezia siamo riusciti a preservare le strutture, dalla sinagoga alla biblioteca. Ora dobbiamo occuparci di salvare la memoria. Non parliamo solo della cultura religiosa, ma anche dell'eredità culinaria, dei piccoli riti e abitudini". Non si dica che un piatto di felafel non contribuisca positivamente al dialogo interculturale.