ITINERARI/Agrigento “by night”

di Silvia P. Mazza

Si direbbe che la Sicilia possieda un "giacimento" archeologico davvero inesauribile. Altro che oro nero, se solo si fosse in grado di metterlo a frutto. Da queste parti, invece, si è capaci di tener lontani i turisti anche da un sito come la Valle dei Templi, patrimonio dell'Umanità, che nei primi quattro mesi del 2009 ha già visto un calo di visitatori del 12 per cento. Mentre da più parti si levano voci che chiedono ai componenti del Cda dell'Ente Parco di intervenire per bloccare l'affidamento ai privati dei terreni della zona archeologica e affinché venga individuato, attraverso un concorso internazionale di idee, un progetto complessivo che serva davvero a valorizzare l'intera area archeologica, il direttore dell'Ente, Pietro Meli dal primo giugno ha predisposto che la Valle, come ad Atene e Pompei, sia fruibile anche la notte, illuminata e aperta ai turisti fino alle 23. Ma basterà a invertire il trend negativo?

Intanto, un'altra "valle", quella del Belice, restituisce nuovi tesori archeologici, frutto di una campagna di scavi i cui risultati sono stati presentati al pubblico il 16 maggio scorso dalla Soprintendenza ai Beni culturali di Palermo (per un importo di circa 2 milioni e 500 mila euro; finanziamento POR Sicilia 2000-20006). I lavori hanno interessato l'area archeologica di Monte Maranfusa, una delle più suggestive dell'intera Valle, riportando alla luce un insediamento indigeno di vasta estensione (occupa un'area di circa 40 ettari), uno dei pochi finora scoperti, abbandonato nel V secolo a. C.
L'area oggetto delle ultime campagne di scavo si trova a mezza costa: qui sono emersi ambienti e recinti addossati agli speroni di roccia affioranti dove, ritiene la dottoressa Francesca Spatafora, direttrice del Servizio per i Beni Archeologici, si celebravano culti legati alla fertilità della terra. La tesi sarebbe confermata dal «rinvenimento di un'offerta realizzata in diversi momenti all'interno di uno degli ambienti, consistente in vasi per la libagione associate a forme miniaturizzate che alludono a semplici cerimonie che prevedevano la cottura e il consumo di cibi».

Recuperati anche vasi di produzione indigena a decorazione dipinta e individuati, in diversi punti del monte, nuclei di necropoli di rito islamico che si sovrapposero alle strutture dell'abitato indigeno abbandonato ormai da oltre 1600 anni. Gli scavi, ma non solo: sono, infatti, state realizzate una serie di opere che mirano alla fruizione dell'area nell'ambito del più ampio progetto di valorizzazione dell'intero Belice.
Spostandosi dall'altro capo dell'Isola, a Priolo Gargallo, nel Siracusano, le istituzioni preposte alla tutela hanno annunciato un altro intervento a favore del patrimonio archeologico: la restituzione alla fruizione di quello che, per gli scambi commerciali che vennero effettuati dai Siculi con le altre civiltà del Mediterraneo, si può definire l'«emporio» della preistoria. Si tratta del villaggio protostorico di Thapsos, ubicato nella penisola di Magnisi, di cronologia ancora incerta, che sembra andare dalla prima età del bronzo fino all'VIII sec. a. C., in coincidenza con la colonizzazione greca della Sicilia orientale.

Il villaggio è tristemente famoso tra gli esperti anche perché si trova in una località non risparmiata dall'industrializzazione selvaggia degli anni Sessanta, a breve distanza dal vecchio impianto petrolchimico dell'Espesi e oggetto anche dello smaltimento di pirite di ferro, i cui residui sono in corso di bonifica. Il progetto di valorizzazione della zona mira anche alla realizzazione di un grande parco archeologico. Ma, a questo punto, ciò che ci sembra legittimo chiedere a chi ci governa è la dimostrazione di una maggiore lungimiranza nella programmazione di simili iniziative, che vengano seguite non solo nel loro nascere ma nel corso dell'intero loro iter di crescita, evitandone il desolante abbandono che troppo spesso  dobbiamo constatare. Altrimenti, tanto meglio che quei poveri reperti rimangano "al sicuro" lì dove li si è trovati e con fatica riportati alla luce: sotto terra.

Qualcuno forse ricorderà quanto riferimmo a proposito dell'ultima Conferenza dal Comitato internazionale per la conservazione del mosaico (tenutasi a Palermo l'ottobre scorso): quando la conservazione nel contesto originario è resa altrimenti impossibile, veniva da quel consesso auspicato il minore dei mali, individuato nel reinterramento del bene scoperto - il riferimento era ai mosaici, ma la direttiva è senza troppe difficoltà "esportabile" -, come eredità da consegnare alle future generazioni, sperando in situazioni più favorevoli.