TEATRO/ “L’AQUILA” DI MARIO E VALENTINA FRATTI/La confessione d’un ragazzo d’Abruzzo

di Alfonso Francia

Di solito gli artisti affermati hanno un carattere difficile; non accettano attacchi, critiche o suggerimenti, e sembrano del tutto incapaci di riconoscersi il più trascurabile difetto. Il commediografo Mario Fratti, autore di 91 testi teatrali e vincitore di sette Tony Awards, non è uno di loro. Con L'Aquila, la sua ultima opera realizzata insieme alla figlia Valentina e presentata martedì allo Cherry Lane Theatre, lo scrittore di origine abruzzese ha messo in scena una confessione bellissima e impietosa, mostrando una sincerità emozionante.

Lo spettacolo, composto da due atti unici, è una celebrazione dell'Aquila a due mesi dal terremoto che l'ha quasi distrutta e svuotata dei suoi abitanti, ma anche un tributo a nove ragazzi, amici di Fratti, conosciuti tra gli aquilani come "i nove martiri". I giovani, tutti fra i 17 e i vent'anni, volevano unirsi ai partigiani per combattere gli occupanti tedeschi, ma vennero scoperti dai nazisti alle porte della città e giustiziati in una caserma poco distante.

Fratti li ha ricordati perché lui era il decimo del gruppo, quello che non volle partire. Nel suo atto, intitolato Martyrs, l'autore immagina il dialogo tra due di loro, Giorgio Scimia e Bruno D'Inzillo, che prima di partire per le montagna accusano Mario di essere "un gran parlatore senza coraggio". L'atto si apre sul palco nudo con una scena commovente; entrando in casa sua, Giorgio sorprende l'amico mentre sistema su un tavolo dei piccoli regali per i suoi familiari "nel caso non dovessimo tornare". Il dialogo è toccante, ma asciutto e senza retorica. Gli scambi di battute tra i due compagni sono carichi di un entusiasmo che solo i diciassettenni possono mostrare ma che Fratti sa esprimere benissimo. Gli attori Tim McCracken e Nicholas Rodriguez non hanno alcuna difficoltà a farsi passare per due adolescenti nell'Aquila occupata del settembre 1943.

Nel secondo atto, intitolato Unearthed e interamente scritto da Valentina, i nove giovani sono risvegliati dal terremoto del 6 aprile e scoprono che la loro città è finalmente libera dai nazisti, ma ora metà di essa è stata sepolta dalle macerie. Uno di loro, Fernando, uscito dalla tomba, racconta agli altri quel che ha visto per le strade: poche persone, nessun viso conosciuto, e un grande cambiamento. Quella che una volta si chiamava Piazza 28 Ottobre è diventata Piazza dei nove martiri. La loro città non li aveva dimenticati.
Dopo aver ricordato al pubblico i loro nomi, gli attori interpretano prima a cappella, poi con l'accompagnamento di una chitarra, il canto più famoso dei partigiani, Bella Ciao. Anche stavolta senza retorica. Solo parole di speranza e libertà, cantate con la sincerità che animava quel gruppo di ragazzi idealisti e sfortunati.

C'è da sperare che quest'opera venga presto messa in scena in Abruzzo, per poterla vedere recitata in italiano. Anzi, in aquilano.