SPECIALE/TEATRO/L’oscura previsione della realtà

di Samira Leglib

Vi è un particolare momento, quasi una pausa tra la notte e il giorno, quando il tempo sembra fermarsi ed esaminare se stesso. Questo particolare momento era quello che lo scrittore statunitense John Steinbeck chiamava pearl time. è esattamente in questo tempo che Alessandro Corazzi, giovane regista teatrale, situa Blue Day (trasposizione in lingua inglese de "L'ora della perla" scritto e diretto da Corazzi nel 2005), una commedia umana in un unico atto e due soli personaggi.

Giulio (Ira Lopez), è un operaio trentacinquenne che ha appena perso il lavoro. Il mese che segue si deve sposare ma lo vediamo invece in piedi immobile con al collo un cartello che dice "I lost" (ho perso, ndr) cospargersi di benzina e in procinto di darsi fuoco. Tutto è deciso, sta solo aspettando che i media arrivino a testimoniare il suo gesto disperato. È qui che entra in scena Carlotta (Jessica Kuhne), una diciassettenne piena di vita che inizia a tempestare Giulio di domande nel tentativo di distrarlo e, forse, salvargli la vita. Al centro della vicenda c'è una crisi: economica, sociale, umana. Non si ha più la forza di andare avanti perché sembra che nella vita che viviamo non vi è nulla che veramente abbiamo deciso. Giulio ricorda il padre sorridente in una fotografia dopo aver segnato il massimo punteggio al pungiball della fiera. Da lì in avanti, il padre di Giulio i pugni li ha sempre e solo presi.

La commedia di Corazzi attinge dalla realtà e si contestualizza in un perfetto sincrono di credibile, temibile e desiderabile dove il pubblico può fare sì con il capo e sapere esattamente quello che succederà; perché succede davvero fuori dal teatro. Ma qui interviene l'elemento di riscatto da un reale che a volte è buono solo per sottrarci forza nelle braccia e nei pugni e ci rende dimentichi del positivo che ancora c'è nelle nostre vite, che a tutto c'è una soluzione, l'importante è resistere. La scenografia è minimalista, solo un'impalcatura sullo sfondo a sostenere lo schermo su cui vengono proiettati dei filmati didascalici. Ci accompagna una voce narrante che nell'originale italiano apparteneva a Valerio Mastandrea. Tutto ruota sull'espressività degli attori che regalano un'ottima prova. All'uscita una coppia americana avvicina Corazzi lodandone il genio nell'anticipare la crisi economica che ci ha colpito. Corazzi risponde: «In Italia era già da un po' che stavamo così!»

Alessandro Corazzi, romano, si laurea in Letteratura, Musica e Teatro a La Sapienza. Dopodiché frequenta la Scuola Nazionale di Cinema, segue il corso "Uno Uno Prima" tenuto a Lucca da Giuseppe Bertolucci e le sue attenzioni sembrano andare nella direzione della Settima Arte fino all'incontro con Dario D'Ambrosi, padre del Teatro Patologico, che lo riporta alle origini. Diventa stretto collaboratore di D'Ambrosi e lo assiste in tutte le produzioni teatrali, nonché nelle trasposizioni cinematografiche delle stesse, dal 2002 ai giorni nostri.

Blue Day in scena fino al 14 Giugno, traduzione di Celeste Moratti presentato da La MaMa Theater e l'Associazione Panni Sporchi, è il suo debutto americano.

Incontriamo Alessandro Corazzi il giorno dopo la prima. Ci offre un caffè nel locale dirimpetto al teatro prima che si alzi per la seconda volta il sipario.
Gli chiediamo subito qual è stato l'esito della serata di apertura e di raccontarci come mai un testo scritto nel 2005, quando ancora non si sospettava una crisi delle proporzioni odierne, sembri calzare a pennello alla realtà attuale, del vecchio e del nuovo mondo.
«La prima dello spettacolo è andata bene. Il testo in verità l'ho scritto nel 2003 dopo che avevo letto su un trafiletto di giornale di giusto poche righe di cronaca interna di un disoccupato di Foggia che si era realmente dato fuoco davanti al palazzo del comune in seguito alla perdita del posto di lavoro. In quel periodo stavo leggendo Vicolo Cannery di Steinbeck (da cui trae il titolo la versione italiana di Blue Day) così ho unito le due cose ed è nata questa commedia».


Il messaggio che arriva è di speranza, "dedicato a coloro che resistono". Vale anche oggi e la stesura americana è rimasta fedele a quella italiana?

«In entrambe il protagonista è un giovane e il suo senso di impotenza ma se ne "L'ora della perla" la salvezza viene presentata in maniera più esplicita, in "Blue Day" la storia si chiude con lui che trova il coraggio di gridare aiuto. Non è detto che poi le cose vadano bene, ma si apre uno spiraglio di speranza. Mi sembrava infantile, soprattutto in questi tempi, risolvere tutto con le chiacchiere di una ragazzina e dei vestiti nuovi come accade nell'opera italiana».


Si cerca quindi una corrispondenza realista ed il realismo è anche il caposaldo dell'Associazione Panni Sporchi nonché una seria componente del teatro di D'Ambrosi, in quale misura queste variabili si legano tra loro?

«Il mio si può definire un realismo poetico fatto di ingenuità, semplicità e leggerezza. Si parte da uno spunto realistico che ha in sé una componente di nostalgia, però poi questo viene pennellato, colorato, rispetto a quella che è la realtà. Non è il neorealismo italiano nudo e crudo, si avvicina di più ai film francesi degli anni Trenta».

Che similitudini hanno fra loro il suo teatro e quello di D'Ambrosi?
«Nessuna. Escluso il modo di lavorare e l'importanza che viene data alle persone in scena. Tutto è concentrato sull'energia dell'attore. Vi deve essere come prima cosa un lavoro di onestà dell'espressione. La forma di esternazione qui è diversa, si lavora sui piccoli dettagli, gesti e situazioni. D'Ambrosi porta in scena la malattia mentale, i suoi sono tonalità forti. Possiamo dire un realismo patologico verso un realismo poetico».

Avendo studiato anche scrittura per il cinema, per di più con Bertolucci, può dirci qualcosa che il Teatro consente a differenza del Cinema e viceversa?
«Hai in mano due modelli e due forme di espressione. Io parto dalla scelta della storia e poi decido quale dei due mezzi è più idoneo a raccontarla. Quando ti concentri su una storia di persone, il teatro è più diretto. Una cosa che invece che non riesco a raccontare tramite il teatro, è l'evoluzione temporale. Ma il mio obiettivo è quello di raccontare storie, non sono un rivoluzionario né un avanguardista. Mi piace l'idea di avere più vettori a disposizione. Con il teatro per certi aspetti è più semplice. Ti armi di un po' di buona volontà e a qualcosa arrivi. Per il cinema hai invece bisogno di una struttura produttiva alle spalle».

Se dovesse scegliere?

«Come regista il cinema, come autore il teatro». Risponde senza esitazione Corazzi.
"Blue Day" fino al 14 Giugno a La MaMa Theater (74 east 4th Street) dal giovedì al sabato 8pm, domenica 2.30pm. 18$   www.lamama.org