Intervista con il Direttore John Biaggi

di M.C.

La sede dell'organizzazione umanitaria Human Rights Watch si trova all'interno di uno dei palazzi simbolo di New York, l'Empire State Building; in mezzo al traffico della Quinta Avenue, è una piccola oasi di impegno civile e pacatezza e qui ci sono anche gli uffici di una delle creature di questa organizzazione: l'Human Rights Watch International Film Festival.

Alla direzione del festival cinematografico c' è John Biaggi, romano di nascita  e cresciuto negli Stati Uniti; dopo essersi laureato in antropologia presso l'università californiana di Standford, John ha seguito per otto anni le orme materne dedicandosi alla scultura ("Mia madre ha uno studio a New York, è una scultrice indipendente" precisa Biaggi ) per poi passare al cinema realizzando un documentario su di un lebrosario americano in Lousiana.

Da tredici anni lavora all' Human Rights Watch Film Festival, occupandosi prima della programmazione, poi divenendo menbro del direttivo e da due anni  direttore di questo festival importante e seguito che si svolge al Lincoln Center.
«Prima di cominciare a lavorare in questa organizzazione ho fatto il documentarista - ci dice John Biaggi -  ho sperimentato in prima persona quanto sia difficile trovare dei fondi per la produzione e far si che il tuo film, specialmente se è un piccolo film di impegno sociale, possa vedere la luce. alla fine comprendi che per poterlo realizzare drevi spenderei molti soldi. E' successo anche a me, nonostante il mio documentario abbia avuto un buon successo e sia stato venduto a delle emittenti televisive, ho compreso che non potevo permettermi economicamente di dedicarmi solo alla documentaristica. Così rimanendo nell'ambito di ciò che più mi interessa, il cinema, i diritti umani, l'impegno civile, ho trovato lavoro nell'organizzazione di questo festival».


Qual è la parte più difficile per un documentarista?

«Il problema più grande per chi non fa film hollywoodiani è la distribuzione,  fare dei film indipendenti è una sfida. Prendendo questo festival come metro di misura posso dire che il trenta per cento dei film che noi mostriamo poi avranno una distribuzione televisiva importante, altri ne avranno una più di nicchia ma la maggior parte avrà una vita difficile.  I film indipendenti sono generalmente autoprodotti e se alla fine l'autore riesce a  rientrare delle spese è già un gran successo, me ne sono reso conto in prima persona e ciò è un peccato ma è la realtà del mercato attuale».


Cosa pensa dei documentari italiani di questo periodo?

«Sarà banale ripeterlo ma l'Italia ha una grande tradizione cinematografica, direi la più grande tradizione cinematografica, questo retaggio si percepisce ancora nelle opere contemporane.
Nei documentari italiani è presente una grande attenzione e cura sia nella ripresa, nella fotografia, quanto nel montaggio che non sono mai scontati. Purtroppo pochi lavori italiani escono dall'Italia ed ho l'impressione che, come nel resto del mondo, la vita del regista indipendente in Italia sia molto difficile».


L'amore per il cinema e per il suo lavoro traspaiono da ogni parola e dalla pacatezza gentile con cui si racconta e racconta del suo lavoro: la selezione dei film, l'impegno sociale ed umano che sono il fulcro dei criteri di selezione oltre che il linguaggio cinematografico, mezzo indispensabile per far arrivare messaggi dal contenuto delicato quali quelli della condizione umana nel mondo.

«Ho molta stima e rispetto per i registi - ci dice - perchè so quanto è difficile questa professione specialmente per i documentaristi. Il cinema i    ndipendente è un cinema necessario».