Otto attori per una regista

di Alfonso Francia

Maria Sole Tognazzi ha una grande fiducia nei suoi attori. Con L'uomo che ama, il suo secondo lavoro, la regista romana ha costruito una storia di complessi incroci sentimentali basandosi su pochissimi interpreti, che reggono da soli i cento minuti del film. Come in uno spettacolo teatrale, appena otto personaggi recitano sullo schermo. Persino le comparse sono bandite. La Torino dove un disperato Roberto (Pierfrancesco Favino) si aggira senza pace dopo essere stato lasciato da Sara (Ksenia Rappaprt), è completamente deserta. Non importa l'orario, la stagione o la zona della città; i soli visi riconoscibili sono quelli dei personaggi principali. Le riprese della Torino svuotata dai suoi abitanti sono costruite in maniera semplice ma hanno una grande forza suggestiva, e si accordano bene alla perdita sofferta dal protagonista.
Senza distrazioni, il film si focalizza sul dolore sofferto e inflitto da Roberto. Gli altri personaggi girano intorno ai suoi affetti, a cominciare da Alba, la donna abbandonata interpretata da una Monica Bellucci un po' rigida ma credibile. Roberto deve fare i conti con il male causato dall'assenza della persona amata, e con l'incertezza che nasce quando si sente smorzarsi il sentimento per un'altra compagna.
Il film descrive i sentimenti dal punto di vista maschile, senza censure; Roberto piange di fronte al fratello, implora la donna che l'ha tradito, affronta notti senza dormire e trascorre l'intera mattinata a letto senza riuscire ad alzarsi. A questa vicenda la Tognazzi affianca con delicatezza la storia d'amore dei genitori e quella di Carlo, il fratello di Roberto, innamorato del suo compagno ma in difficoltà nell'ammettere la sua omosessualità.

L’insieme dei sentimenti si manifesta senza asprezze davanti allo spettatore, anche grazie alla colonna sonora  di Carmen Consoli, delicata e per nulla invasiva. Forse qualche concessione a una battuta leggera avrebbe aiutato lo spettatore a digerire le sofferenze dei personaggi, ma la scelta di non permettersi ammiccamenti è senza dubbio coraggiosa. “Non volevo fare un film già visto, era importante concentrarmi sul tema e seguirlo fino in fondo”, spiega la regista, arrivata a New York per presentare L’uomo che ama al festival Open Roads. “Io e Ivan Cotroneo, col quale ho scritto sceneggiatura, volevamo mostrare il lato maschile della sofferenza amorosa. È un tema che di solito non viene affrontato dal cinema italiano; al massimo si parla dei tormenti di uomini gay”. Rispetto alla maggioranza dei film nostrani cambiano anche i toni. “Siamo influenzati dal melò, quindi le crisi di coppia di solito vengono risolte con urla, scene isteriche e stoviglie che volano. Nel mio film non c’è niente di tutto questo, i sentimenti sono espressi in maniera chiara ma quieta. In questo senso forse ci siamo avvicinati al cinema francese”.

Un paragone che torna anche nella tendenza alle ripetizioni, paradossalmente un punto di forza del film. “Le abbiamo inserite volontariamente; per sottolineare quanto determinati gesti nella vita di una persona possano essere abituali, ma non sempre ce ne rendiamo conto”. Così non solo vediamo Roberto che, giorno dopo giorno, prepara il caffè, fa la doccia, percorre il solito tragitto per andare al lavoro. Lo ascoltiamo anche abbandonare Alba con le stesse parole che gli vengono riservate quando Sara decide di lasciarlo.

La musica di Carmen Consoli merita una menziona a parte; non è la solita raccolta di canzoni più o meno inedite, ma un flusso continuo di immagini musicali. “Io e Carmen ci conosciamo da tempo – racconta Maria Sole -. Sapevo che aveva voglia di curare una colonna sonora, ma entrambe desideravamo un accompagnamento musicale non tradizionale. Carmen ha scritto il tema portante prima che cominciassimo a girare, subito dopo aver letto la sceneggiatura. Io l’ho fatto ascoltare più volte agli attori, quindi possiamo dire che la colonna sonora ha influenzato la realizzazione del film”.