A modo mio

Giro di boa

di Luigi Troiani

Giovedì, con il discorso al Cairo, il presidente degli Stati Uniti ha chiuso l'epoca della percezione rancorosa tra Stati Uniti e islam. Non ha però aperto l'epoca della realtà nuova, con riferimento specifico alla pacificazione tra Israele ed arabi e all'edificazione dello stato palestinese. Efficace sotto il profilo delle indicazioni sulle cose da evitare, la retorica di Obama non ha saputo o voluto impegnarsi sul lato delle cose da fare. Sembra questa una caratteristica strutturale della presidenza Obama, portata sin qui soprattutto a mostrare il beau geste radicale e ideale, in politica interna come in economia, e ora apparentemente anche nelle relazioni internazionali. Con questi limiti, il passo di Obama va esaltato per gli effetti che potrà produrre nel medio periodo sui paesi a maggioranza islamica, e sul sistema internazionale.

    In quanto al primo riferimento, al Cairo il presidente americano ha evocato alcuni bisogni da soddisfare: la democrazia e i diritti delle minoranze, la promozione individuale e sociale delle donne, la libertà religiosa, lo sviluppo economico. Negli stati retti dalla legge islamica o da regimi fondati su valori islamici, sarà difficile trovare governanti che lo assecondino, anche se non mancano leader e dirigenti che hanno mostrato di saper acquisire sensibilità in materia. Premiati dalla logica di Obama saranno piuttosto gli attivisti per i diritti umani, gli accademici ed intellettuali che provano ad agitare le università i giornali e l'editoria, l'associazionismo di base, gli operatori arabi e islamici di organizzazioni internazionali. Ad esempio gli economisti di radice islamica che nei rapporti delle Nazioni Unite sullo sviluppo umano nei paesi arabi, da quasi un decennio scrivono che fare a meno delle donne nella costruzione del futuro, significa partire con un handicap del 50 per cento della popolazione rispetto ai competitor.

    In quanto al sistema internazionale, la sua stabilità e governabilità, e la stessa lotta al terrorismo islamista, trarrà vantaggio dal richiamo alla forza del diritto che il presidente Obama ha opposto al diritto alla forza, con la solenne rinuncia all'opzione solo militare che l'amministrazione repubblicana aveva imposto alla democrazia americana. L'amministrazione democratica chiede ai musulmani rispetto per l'America e offre rispetto, nel segno degli interessi comuni, riconoscendo al libro sacro dell'islam, il Corano, la capacità di ispirare alla pace e all'umanesimo. Un miliardo e 200 milioni di musulmani (tra i quali sette milioni  di cittadini statunitensi) avevano bisogno, per sentirsi impegnati a dare equilibrio al sistema internazionale, di ascoltare le cose che Barack Obama ha detto, ricordando, tra l'altro, la propria vita di figlio dell'islam, il rapporto di Thomas Jefferson con il Corano, il fatto che il Marocco sia stato il primo a riconoscere i nascenti Stati Uniti, distinguendo tra l'impegno giusto in Afghanistan e quello meno giusto in Iraq..

    Di ritorno a Washington, il presidente dovrà trasferire nei fatti della politica i presupposti del Cairo, cominciando da un ravvicinato confronto con il governo israeliano e le rigidità del primo ministro Netanyahu. La questione del nucleare in Iran e nord Corea sarà anch'essa nell'agenda immediata presidenziale. Se si confermasse il rallentamento della caduta economica che lasciano sperare i più recenti dati congiunturali, Obama potrebbe trarre vantaggio dall'effetto combinato della crescita degli incassi petroliferi nei paesi arabi e della ripresa di consumi e occupazione in Occidente.