PUNTO DI VISTA/Elezioni europee nel “sultanato”

di Toni De Santoli

per settimane a Roma ci siamo imbattuti in manifesti elettorali i cui testi recitavano così: "Portiamo il Lazio in Europa" (De Angelis, candidato del Pd); "Voglio portare l'Europa in Italia" (Gualtieri, altro candidato del Pd). Niente affatto dissimili gli slogan lanciati da candidati del Pdl.  Ma ci faceva sorridere tanta bolsa enfasi, oltretutto vecchiotta, su questo singolarissimo, astratto, pre-confezionato rapporto Italia-Europa, come se teatro della collocazione storico-geografica dell'Italia fosse l'Asia, fosse il Nordafrica... Come se da secoli, o da millenni, l'"Italia", mucchio di remote e trascurabili contrade, tentasse un aggancio sempre negatole con la "remota" Europa... Leggendo dieci, venti volte manifesti di quel genere, uno scolaro, una scolara di Quinta Elementare (ma anche di Prima o Seconda Media) avrebbero potuto subire gli assalti di dubbi e perplessità e chiedere quindi al genitore: "Ma allora l'Italia non è una nazione europea...?"

Noi, cinquanta o sessant'anni fa, un quesito così l'avremmo posto a nostro padre, a nostra madre, al maestro o al professore. Ci saremmo sentiti confusi, spiazzati. Disorientati. Avremmo cercato risposte chiare e tranquillizzanti.

Ma ora, in clima appunto di elezioni europee (e amministrative), cominciamo a credere che in effetti il nostro Paese "non" si trovi in Europa... Avevamo creduto che si trovasse nel corpo del Vecchio Continente, ben saldato sotto ogni aspetto alla Francia e all'Austria, vicino all'Inghilterra e alla Germania... Ma non era appunto così. L'Italia difatti è un sultanato... E' un califfato. Nulla la lega alla Germania, alla Francia. All'Occidente. Essa ha smarrito il senso della res publica. Ha perduto, e da parecchio tempo, coscienza di sé. Non riconosce più tradizioni e consuetudini. Si muove come una megera goffa e grassa la quale, a seconda dei propri umori, cambia sovente le carte in tavola, agisce con voluttuoso dispotismo, sfodera smorfie e cupi sorrisi - beandosi di se stessa - a chi nulla, o poco, ha. A chi cerca lavoro e il lavoro gli è negato. A chi reclama rispetto e anche il rispetto gli viene negato. A chi è offeso dal dilagante lusso altrui, dal dilagante lusso degli uomini al potere, e, anzi, è invitato in modo assai discutibile (vero, signor Presidente del Consiglio...?) - e con ancor più offensiva sbrigatività, -  a "diffondere intorno a sé ottimismo".
Ecco che cos'è l'Italia d'oggigiorno. Ecco che cos'è il "sultanato" impostoci dal centro-destra, ma anche da una sinistra che sinistra più non è. Tempo fa su queste colonne parlammo di "nuovi satrapi". Ma adesso i "nuovi satrapi" appaiono ancor più forti, ancor più organizzati: scrivono e riscrivono leggi, emanano norme, disposizioni, basta una firma, accompagnata dal solito gaudente sorriso. E' tutto a posto. Tutto si svolge nella "legalità". Ai campioni del centro-destra sfugge però un antico, collaudatissimo principio di origine romana, vale a dire pre-cristiana, pagana quindi, e cioè che una cosa è la "legalità", ben altra la giustizia.

La "legalità" spesso è negazione della giustizia. E' "travesty" della giustizia. E' un insulto alla giustizia. Così, tutto oramai è lecito. Tutto è lecito per i potenti di oggi, come lo era per i potenti della sinistra di ieri. Solo che i primi non hanno lo stile dei secondi. Neanche lo sanno che cosa sia lo stile. Non sembra saperlo il ministro della Giustizia stesso, Alfano, il quale, riguardo all'inchiesta giudiziaria appena avviata sui ben noti "voli di Stato", avrebbe detto, secondo il "Corriere della Sera", che tutto sommato questo caso si sgonfierà ben presto. Come può sentirsi il magistrato in questione se il suo "boss" rilascia di queste dichiarazioni...?
Eccolo, quindi, il sultanato "Italia". Che un bel giorno - obnubliato perché ebbro, troppo ebbro, di sé - finirà comunque per uccidere se stesso. Ma resta da vedere quando...