PRIMO PIANO/POLITICA/Giovani a confronto sull’Europa

di Mary Palumbo

Siamo nella settimana del voto per il rinnovo del parlamento europeo, ma le elezioni non suscitano molto entusiasmo tra i cittadini dell'Unione. Gli europei chiamati alle urne sono più di 375 milioni e dovranno eleggere 736 deputati. In Italia si parla ancora poco di Europa: nell'aria c'è una generale disaffezione alle urne. Secondo un sondaggio dell'Eurobarometro, tra il 4 e il 7 giugno, l'astensione potrebbe toccare il 66 per cento in Europa e addirittura il 70 in Italia. Eppure sono oltre 50 milioni gli elettori italiani chiamati a votare per i 72 parlamentari europei. Oggi7 vi propone un'intervista doppia a due tra i "più" giovani candidati al PE. Abbiamo cercato prima di capire chi sono e poi gli abbiamo chiesto di parlarci d'Europa, per capirne qualcosa in più.

Carlo De Romanis in viaggio per i colleggi elettorali. 29 anni, candidato per il Popolo delle Libertà nella circoscrizione Italia-centrale (Toscana, Umbria, Marche, Lazio). Politico di formazione. Laureato in scienze poliche, esperienze di studio negli Stati Uniti e in Spagna, segretario generale del movimento giovanile del Partito popolare europeo (Ppe). Da 7 anni vive tra Roma, Bruxelles e Strasburgo. Consigilere del Secondo Municipio di Roma e carriera europea: ha lavorato già come stagista al Parlamento Europeo e da un anno alla Commissione Europea, nel Gabinetto del Vice-Presidente Antonio Tajani.
Michele Dalai in diretta su Skype. 36 anni, candidato per Sinistra e Libertà, nella circoscrizione Italia-occidentale (Piemonte, Valle d'Aosta, Liguria, Lombardia). Passato e presente da giornalista ed editore, è un ottimo comunicatore grazie anche alle esperienze in radio (RadioDeejay, Rtl 102.5), televisione (Tatami e Supergiovani sulla Rai) e carta stampata (GQ, La Repubblica, L'Unità). Da diversi anni lavora per la casa editrice di famiglia, la Baldini Castoldi Dalai.

Li abbiamo sentiti in maniera separata e senza la possibilità di contraddittorio. Di seguito saranno riportarte le loro risposte in maniera alternata.

Carlo De Romanis (CDR) Un background di tutto rispetto, per un candidato così giovane, non è da tutti. Qualcuno ha parlato di nepotismo.
«Non sono il nipote di Antonio Tajani, ma lo stimo profondamente, mi sono formato molto con lui. Ho fatto per diversi anni politica a Roma (ho cominciato nel 1995, quasi per gioco, un volantino distribuito fuori scuola), poi, nel corso di una visita organizzata al Parlamento Europeo, a soli 17 anni, ho avuto la possibilità di conoscere Tajani, a Strasburgo. Mi sono sempre interessato di "Europa", studiando all'univesità, viaggiando e conoscendola da vicino, e di "politica", come consigliere del Secondo Municipio di Roma e in Forza Italia Giovani. Ho lavorato all'organizzazione di diverse conferenze per sensibilizzare i giovani verso le tematiche europee. Una di quelle è stata un successo: 400 giovani a parlare dell'Europa. Tenevo informato Tajani, ho seguito la Convenzione Europea e i lavori del trattato di Lisbona. Prima ho fatto uno stage al Parlamento e poi, successivamente, Tajani mi ha offerto di seguirlo come assistente, alla Commissione Europea ai Trasporti».

Michele Dalai (MD) In Italia, soprattutto nell'ultimo decennio, politica e giornalismo sembrano fondersi. In America si dice che il giornalismo è il cane-da-guardia della politica. Insomma, perchè in Italia non esiste la politica pura e l'editore puro? La tua candidatura non è una contraddizione in termini?
«Non sono un politico di mestiere. E' vero, ho più esperienza nel giornalismo e nell'editoria, qualità che voglio offrire per la creazione del nuovo progetto politico con Sinistra e Libertà e con persone come Nichi Vendola o Claudio Fava, miglior parlamentare europeo uscente secondo "The European Voice". Il giornalismo in Italia attraversa una fase critica già da molto tempo. Si fa fatica a reperire notizie "sane" di politica come di finanza. E'diventato il cane-da-passeggio della politica. Essere servi del potere è facile: poca fantasia e poco approfondimento. Ma una parte di giornalisti che guardano alla qualità esiste ancora. Pensate a Roberto Saviano. Avere un'azienda mi mette in una condizione privilegiata, ma non voglio essere considerato un nepotizzato. Ho imparato tantissime cose lavorando sul campo - prima come direttore commerciale-amministrativo poi fondatore della BCDe Incorporation - e ho una posizione di responsabilità verso tante persone. La mia scelta di "metterci la faccia" - ho cominciato nel 2006 come candidato alle pre-primarie con Enrico Letta e il nascente PD - nasce da una motivazione sincera e una completa adesione al partito e al programma per la creazione di un nuovo Partito socialista europeo».


Passiamo all'Europa e i Giovani L'Europa, sopattutto per i giovani, sembra voler abbattere i confini geografici. Basti pensare ai progetti di scambio - come l'Erasmus e il Leonardo - che affacciano all'UE migliaia di studenti e neo-laureati. Per quanto riguarda l'Italia, viviamo ancora in un sistema in cui la meritocrazia conta poco, tra network familiari e raccomandazioni. Voi che vi affaciate all'Eeuropa come possibili candidati italiani cosa dite a quei giovani che sono costretti ad andarsene all'estero per fare carriera?

MD «Viaggiare e girare l'Europa da giovani è un'ottima cosa. Apre gli orizzonti. Il sogno europeo può coinvolgere molte persone. Il problema della meritocrazia è all'ordine del giorno in Italia, ma è anche un tema bistrattato. In questo paese si soffre soprattutto di un impoverimento a livello di formazione - il taglio al fondo per l'istruzione è un'oscenità - con  una scuola che andrebbe completamente riformata. Poi, andrebbe ricostruita l'economia, ridotto il lavoro nero, stabilite nuove regole per risolvere la piaga del precariato. Dare più tutela ai giovani, offreno più garanzie e accessi al mondo del lavoro».
CDR «Il problema è che siamo sottorappresentati e l'Europa può essere un'opportunità per emergere. Ad esempio ci sono bandi che in Italia non sono per niente pubblicizzati. In Italia non c'è una cultura della progettualità, bisogna lavorare su quello. Coinvolgendo in maniera diretta i giovani nei programmi a loro dedicati con un più facile accesso alle risorse economiche dell'UE».

In questi giorni il Presidente del Consiglio Berlusconi è su molte prime pagine di giornali europei, non per la sua candidatura, ma per diversi scandali: dalle otto modelle nelle liste del Popolo della Libertà al caso Noemi Letizia. Qual è il messaggio che si manda a queste giovani generazioni?
CDR «Sono solo illazioni. Prima di tutto il Pdl non candida giovani belle donne, ma giovani con un curriculum. Come Licia Renzulli, Laura Comi. Io non ho un passato da showman e sono anche stato invitato a Villa Certosa dal premier. Posso dire che c'erano delle ragazze, tutte del giovanile di Forza Italia, rappresentanti delle liste. Per il resto sono questioni personali, un'arma della sinistra per screditare il lavoro del premier. Salto direttamente pagina. Io parlo d'Europa».
MD «Alle nuove generazioni diamo un messaggio terrificante. Esiste purtroppo un modello di riferimento negativo che si riversa anche nella politica. Non voglio montare la polemica ma alcune scelte professionali, virate all'improvviso verso la politica, risultano quanto meno curiose. Il ministro Carfagna,  forse non è un caso, passata alla politica dopo i calendari. Capita che la vita privata del premier sia indagata e presa come un modo per fare "campagna contro". Ma è un personaggio pubblico e quando la sua vita privata tocca la sfera pubblica è affare di tutti. Peccato per la politica sana e l'Europa».


Sono trent'anni che si pone lo stesso problema, e anche stavolta sembra stia andando così. Nel 1979, quando il parlamento di Strasburgo (una delle sedi del Pe, le altre sono Bruxelles e Lussemburgo, ndr) è stato eletto a suffragio universale diretto bisognava credere fortemente nel progetto europeo per andare a votare. All'epoca l'assemblea non contava quasi nulla. Ma nel corso degli anni ha assunto poteri notevoli, che però molti europei ignorano. Dalla libera circolazione di persone e servizi, alla sorveglianza sui prodotti chimici, all'orario di lavoro, senza dimenticare l'euro e la disciplina dei mercati finanziari. Cosa decidono gli elettori europei con il voto tra il 4 e il 7 giugno?

MD «Il Parlamento Europeo è il grado di legiferare sui singoli paesi, nè ha influenza per il ¾. Gli elettori europei decidono molto. Per molti, negli ultimi vent'anni, è stato un passaggio per andare a svernare politici che in Italia non hanno avuto più un ruolo di primo piano. Mentre nessuno sa che il PE prende tutte decisioni importanti. Sinistra e Libertà si propone di rispondere all'allarme democratico che siamo vivendo in Italia per la costruzione di una grande Partito Socialista Europeo. Vediamo nel Parlamento europeo una garanzia: un "il fratello maggiore" che offre i consigli giusti ad un fratello minore in difficoltà. I temi fondamentali di cui vogliamo occuparci sono l'ambiente e una spinta verso l'economia sostenibile, la laicità, i diritti civili».
CDR «Decidono per il loro futuro. Il Pe assumerà competenze impensabili di co-decisione. L'Italia è apparsa assente in questa ultima legislazione perchè un gran numero di parlamentari italiani non conosce l'Europa e non parla le lingue. Bisogna fare sistema-paese-Italia. Essere più forti nella rappresentanza regionale e Bruxelles, nel Commissariato europeo, nelle istituzioni.  Molti deputati arrivano nell'attesa che si liberi una sedia in Italia, poi, tornano a casa. Non è stato un caso quando un mese fa si è parlato del "Terremoto in Abruzzo": pochi eurodeputati italiani erano presenti. La presenza deve essere costante. Se fossi eletto mi occuperei in particolar modo di politiche giovanili, affari sociali, di crescita e occupazione e - perchè no - dell'ingresso del Popolo della Libertà nel Ppe».

L'Europa e crisi d'identità. Il Trattato di Lisbona, firmato nel 2007, è stato redatto per sostituire la Costituzione europea bocciata dal ‘no' nei referendum francese e olandese del 2005, ma ancora non siamo ad una svolta. Inoltre l'UE è per ora  un'unione economica e monetaria, ma non politica, sociale, culturale. Che fare?
CDR «Parlare di più d'Europa. Durante la campagna per le europee si è parlato poco di temi europei, ma più di vicende familiari, locali e nazionali. Il Trattato di Lisbona è il primo passo verso una costituzione europea. Non è un trattato nazionale, ma un diritto in più che noi avremo. E' sarà sicuramente un vangaggio per l'Italia. L'Ue a 27 non riesce più ad affrontare i temi dell’Europa a 15. Una maggiore integrazione a livello dei gruppi parlamentari, come il Ppe, potrà essere una chiave per lavorare in futuro alle liste europee e alle campagne politiche comunitarie».
MD «Il primo ostacolo è proprio il Trattato di Lisbona. Pensare ad una campagna comune europea è possibile, ma è presto, prima di tutto bisognerebbe ratificare il Trattato. Il Parlamento Europeo, la Commissione Europea e il Consiglio d’Europa marciano decise in nome di un’identità più forte, ma è anche vero che il cammino è lungo e non può essere accelerato».

I costi della politica. Come e quanti soldi avete speso per la vostra campagna elettorale?
MD «Poco. Meno di 2000 euro, per ora. I nuovi modi di comunicare offrono numerosi canali e riducono i costi della politica. Non ho fatto manifesti, giro in auto, con un diesel. Ho cercato di ottimizzare i costi. Dalle cartoline elettorali “in comune” alle chiacchiere con i militanti per i mercatini ed in sezione».
CDR «Ho speso 1/10 degli altri elettori. I conti si vedranno alla fine. Credo sui 10 mila euro. E se c’è chi spende di meno penso che non stia girando. Fare il giro di quattro colleggi richiede molti pieni benzina».