Visti da New York

L’orgoglio e la vergogna

di Stefano Vaccara

Proud to be American". Già da tempo sentivo crescere l'orgoglio di essere cittadino Usa. Il privilegio della nazionalità americana l'ho da poco più di sei anni, ma è da quando ho contribuito ad eleggere Barack Hussein Obama presidente che questo orgoglio mi tuonava dentro, anche se cercavo un po' di contenerlo, quasi per paura di esagerare. Poi, dopo aver ascoltato il discorso di Obama del Cairo rivolto al mondo islamico, non ci riesco più: grazie all'intelligenza, alle capacità comunicative e soprattutto ai valori espressi e, speriamo sempre con tenacia, difesi da questo nostro presidente, sono convinto che l'America tornerà ad essere percepita all'estero come l'unica nazione indispensabile, l'unica capace di infondere la speranza a qualunque essere umano ovunque egli si trovi, di qualunque oppressione stia soffrendo, di poter vivere anche lui, un giorno - e se non lui forse i sui figli -  in un mondo più libero e felice.

Mi rendo anche conto proprio adesso che, dopo quasi venti anni di residenza all'estero, non mi ero mai sentito così poco orgoglioso di essere un cittadino italiano, come invece mi accade in queste ultime settimane. Ricordo che l'unico momento che provai come vergogna del mio Paese mentre mi trovavo all'estero, avvenne solo pochi mesi dopo essere arrivato negli Stati Uniti. Era la primavera del 1992, e le terribili stragi che assassinarono prima Giovanni Falcone e dopo Paolo Borsellino con le donne e gli uomini di scorta, riempivano la prima del "Boston Globe" e del "Boston Herald". Così nel "T" che mi portava all'università cercavo di non dare nell'occhio nascondendo l'altrettanto drammatica prima pagina di "America Oggi".

Oggi, quando nel mio quartiere di Brooklyn aspetto che mia figlia esca da scuola e mi ritrovo a sfogliare la copia di questo giornale, altri genitori con cui non avevo mai parlato prima si avvicinano con l'espressione tra il divertito e il serio e mi fanno: "Is Berlusconi just a clown or could he really be dangerous?"
Ovviamente distinto mi viene subito di replicare: ma no, ma che pensate, sono tutte esagerazioni che si leggono nella stampa anglosassone in cerca di sensazionalismo, ma quali pericoli, sono solo scandalucci, gli italiani sono semmai molto divertiti....

Quando qualcuno si fa più insistente e nella conversazione invece di bellezze in topless nella villona in Sardegna del premier, se ne esce fuori con la notizia che il nostro premier avrebbe detto "sono contro un'Italia multietnica", e frasi di questo genere (l'ultima sarebbe stata: Milano sembra africana...) e ti dicono: "Is it possible?". Allora ecco che non ho più risposte, e  non ho neanche io più voglia di "sdrammatizzare" e mi rendo conto che anche io passo non solo allo biasimo, ma alla vergogna, profonda vergogna.
Poi cerco comunque di cavarmela affermando che spero sia colpa della campagna elettorale, che insomma certi toni così tra qualche giorno saranno scomparsi... Già solo qualche giorno. Veramente tra una settimana, nel giardino delle rose della Casa Bianca, noi giornalisti vedremo spuntare il Presidente Barack Hussein Obama con accanto il Premier italiano Silvio Berlusconi. Ed ecco un brivido di freddo: il cittadino italiano che è in me, che dopo la vergogna provata in questi giorni, comunque vorrà difendere in qualche modo la patria dalle cattive figure, dimenticando magari anche il ruolo di giornalista, - sì in lingua italiana, ma pur sempre di un giornale americano - evitando di fare domande "inopportune". Ma il cittadino americano pieno di orgoglio per Barack e la nuova ventata di valori positivi e universali che sta diffondendo, ecco che vorrebbe aprofittare del suo essere giornalista, e rimarcare difronte al mondo la differenza tra quei due leader. Già, basterebbe una semplice domanda a quel magnifico presidente americano di origini africane: Mr President, ha chiesto al premier italiano Berlusconi cosa intendesse dire quando afferma che lui vuole un'Italia non multietnica?