L’INTERVISTA/ PAGANI E I RICORDI DI GIOVENTU’ IMPEGNATA/“Nella Pizzica il futuro del Rock”

di Donatella Mulvoni

Mauro, dopo il tributo a Fabrizio De Andrè, con il quale tu hai collaborato  per tanti anni, torni a New York da scrittore, per presentare il tuo primo libro "Foto di gruppo con chitarrista". Come l'hanno accolto gli italiani e cosa ti aspetti dagli italo americani?
«In Italia il libro è stato accolto con entusiasmo.  Io ho cercato di costruire, attraverso lo strumento del romanzo, un quadro veritiero. Affronto 10 anni, dal  69 al 79, che a mio avviso sono stati fondamentali.  Ho avuto tante buone recensioni  e ottimi riscontri. Qui in America quello che mi aspetto è un po' simile alla scorsa volta... Vorrei vedere facce incuriosite, interessate, che magari degli anni ‘70 non sa nulla. Con questo libro vorrei che le persone capissero quanto quegli anni siamo stati fantastici, importanti».

A chi ha studiato quel periodo sui libri di scuola e a chi sta vivendo le conseguenze ora di quegli anni, il tuo entusiasmo non convince troppo...
«È per questo che ho scritto il libro. C'è stato il terrorismo è vero, l'orribile morte di Moro, ma è anche nato il  costume del pensiero giovanile italiano. Sono anni in cui la nostra musica, ma anche la nostra cultura, è riuscita a farsi conoscere all'estero.Noi ragazzi non parlavamo solo di politica, non possiamo essere identificati solo con quella. Erano anni di grande fermento per la musica, i giovani avevano voglia di sognare, di cambiare il mondo. Pensa che la categoria dei giovani è nata in questi anni. Nel decennio precedente non esisteva un mondo per i giovani. I cibi, i locali, i ragazzi vivevano nei ritagli di spazio adibiti ai grandi. Eravamo piccoli adulti in aspettativa. Noi del ‘70, invece, ci siamo resi che potevamo dire la nostra, riguardo al nostro futuro. Eravamo sicuri che, solo dio sa quanto ci sbagliavamo, un mondo migliore fosse possibile».


Per la prima volta quindi parlando degli anni ‘70 la politica non è assoluta protagonista?

«No. Nelle pagine del mio libro descrivo  la meraviglia della vita quotidiana a Milano dal ‘69 al ‘79. Era un periodo speciale. Allora si  suonava molto, i locali restavano aperti fino a tardi e si parlava tanto fra di noi. Non  come adesso, dove tutto sembra morto. Milano è diventata la città del business. Ho voluto riportare le nostre conversazioni nei pub, o nelle case che convidevamo con altre persone».


Se dovessi rappresentare gli anni ‘70 con uno strumento musicale, quale sceglieresti?

«La tastiera e l'uso innovativo dei pianoforti. In questo periodo nascono i sintetizzatori, importantissimi. Pensa, si lavorava su suoni totalmente inventati da capo. I suoni per la prima volta si creavano. Una rivoluzione».


Hai detto più volte che in quegli anni costruivate attraverso mille chiacchierate il vostro futuro, i vostri sogni. L'italia attuale, vista con quegli occhi di allora, ti delude?

«Tanto.  Mai avrei pensato che  l'italia si sarebbe chiusa in un sistema miope, figlio della televisione, senza identità. Ero convinto che noi avessimo quelle qualità che ci avrebbero  permesso di non arrivare a questo. Tutto lo schieramento politico degli ultimi trenta anni ha pensato soltanto a se stesso, se ne è fregata della nostra terra e delle sue potenzialità. Non è stata capace di infiammare i nostri sogni».


Qual è la principale differenza fra i giovani della tua generazione e i ragazzi di oggi?

«Una cosa su tutte. Noi pensavamo al nostro futuro in maniera collettiva. Pensavamo a un mondo migliore, ci speravamo. Oggi ognuno pensa a cavarsela per conto proprio. Se arriva il successo e tanti soldi ancora meglio».

Hai impiegato tre anni per  scrivere questo libro. Hai aspettato che la spinta emotiva si placasse per scrivere in modo asciutto. Non erano bastati 30 anni per far scemare questa emotività?
«No. Sai la mia generazione ha volato davvero molto alto che quando l'illusione è finita, la caduta è stata molto forte. È per quello che quelli della mia età stanno iniziando a raccontarsi solo ora. Abbiamo avuto bisogno di lasciar decantare il sogno prima e la disillusione poi. Io credo nei procedimenti creativi, bisogna scrivere sotto lo slancio dell'ispirazione, ma bisogna anche assicurarsi che l'innamoramento non renda miopi».


Cambiamo argomento. Una parola sull'evento di domenica (stasera per chi legge) a Staten Island. Cosa sono per te la Taranta e la pizzica?

«Siamo 8 artisti e suoneremo le musiche tipiche del Salento, ma anche del Gargano.  La Taranta deve uscire fuori dall'isolamento, diventare internazionale, far conoscere il suo linguaggio. Un po' come è successo al raggae. Sono convinto che se la pizzica verrà rivalutata potrà essere in futuro la base per il nuovo rock».