MUSICA LIRICA/Pavarotti sempre Verdi

di Franco Borrelli

Han fatto notare la vitale luminosità degli occhi i suoi amici, a Petra (in Giordania), durante il concerto che ne celebrava - lo scorso autunno - il compleanno, l'umanità e l'artista. Ma di lui, di Luciano Pavarotti, è il colore del canto e quel suo particolare timbro a conservarlo tra i grandi di sempre (e non solo nell'àmbito della lirica). Se si chiedesse, infatti, quale italiano rappresenti il Bel Paese in questi ultimi decenni, certamente il suo sarebbe il primo volto e il primo nome a venire in mente. E la sua figura, nonché il suo peso lirico, continuano ancor oggi a dettar legge e a fare scuola. Non conosceva, forse, la musica, ma questo, come ha sottolineato di recente anche Mirella Freni, non è rilevante, in quanto è difficile trovare un canto più rotondo, più melodico, più vellutato e più preciso (proprio dal punto di vista musicale) del suo.

Giusto quindi che lo si continui non solo a ricordare ma a venerare come, appunto lo scorso anno in Medio Oriente, hanno voluto fare tanti dei suoi colleghi e amici, da Domingo a Carreras, dalla Gheorghiu alla Lawrence, da Sting a Zucchero, da Milnes alla Pausini, da Jovanotti a Griminelli, alla regina Rania di Giordania. Il concerto, registrato dal vivo il 12 ottobre, è ora - grazie alla Decca (gruppo Universal Classics) - anche un Dvd che tutti si può gustare nel comodo del nostro salotto. «The Tribute to Pavarotti - One Amazing Weekend in Petra» non solo è un documento di affetto, ma è anche un conservare l'arte e la voglia di vivere del nostro grande tenore, attraverso le parole di coloro che gli sono stati vicini; nonché un'eredità lasciata a quanti credono che la bellezza del canto sia tale e sempre, non importa a qual genere appartenga.

E' vero che si deve a tratti storcere anche il muso, quando, ad esempio, si è "costretti" ad ascoltare Sting cantare con la Gheorghiu la stupenda mozartiana "Là ci darem la mano". C'è un abisso tra la voce di lui e la soave rotondità di quella del soprano rumeno, limiti da una parte ed eccellenza dall'altra. Ma son questi, si sa, i rischi del cosiddetto "crossover". E' accettabile quest'ultimo quando si cerca di restare scherzosamente entro i propri limiti, quando evidentemente si va oltre si trasforma in una nota "stonata". La Pausini, Jovanotti e Zucchero restano nel loro seminato ed è un piacere ascoltarli in "Caruso", "Vivere", "Miserere" e "Guarda che luna"; passi anche per il Bocelli che interpreta Puccini in "E lucevan le stelle" o la "Mattinata" leoncavalliana; ma ci si trova certamente meglio in compagnia di Milnes, Carreras, Domingo, la Lawrence e soprattutto la Gheorghiu nelle pagine pucciniane dalla «Bohème» e dalla «Turandot».

Una mistione di voci, di toni e di "azzardi" che a Pavarotti sarebbe certamente piaciuta e che lo avrebbe fatto sorridere di cuore, come nei tantissimi concerti modenesi di "Pavarotti & Friends" serviti a reclamare all'opera folle di giovani che avrebbero certamente storto il naso al solo sentir nomi come Puccini, Donizetti o Verdi.

A proposito di quest'ultimo, va qui segnalato anche il doppio Cd della stessa Decca, «Celeste Aida - Pavarotti, the Verdi Album», ove, praticamente, il Nostro ci offre tutto il meglio del Cigno di Busseto. Verdi, è risaputo, è compositore essenzialmente per tenori e soprani, e Pavarotti con lui s'è sempre trovato più che a suo agio. Per quella carica spumeggiante di umanità, evidente soprattutto quando indossava gli abiti del Duca di Mantova, ma anche quando si faceva più serio e drammatico in capolavori tipo «Macbeth», «Ballo in maschera», «Forza del destino», «Luisa Miller», etc. etc.; si vede anche, abbastanza chiaramente, e si sente quanto egli non si trovasse bene nei panni dell'«Otello». Pare non l'abbia (quasi) mai interpretato in scena, e ad ascoltarne qui le pagine si capisce come si sia potuto trovare in difficoltà con quel sostenuto spinto che il Moro lagunare di forza reclamava.

Ma non è un nèo, anzi; Pavarotti stesso ne era cosciente e non si nascondeva mai. Qui è appunto il suo esemplare valore di artista, oltre che di uomo.

Chiunque l'abbia conosciuto di persona non può non ricordarne la sincerità che sprizzava da ogni suo sguardo, da ogni sua espressione del volto, da ogni suo gesto. Si capiva, ad ascoltarlo, quanto fosse preso dalla tragedia della guerra nella ex Jugoslavia (lo incontrammo per intervistarlo, una decina d'anni fa, nel suo appartamento su Central Park, proprio nei terribili giorni di Sarajevo), quanto avesse a cuore i destini della lirica ("per definire bravo un cantante d'opera bisognerebbe attendere dieci anni di sua attività, prima di darne giudizio; oggi i giovani, grazie ai media, corrono troppo e sono spremuti dalle organizzazioni"), quanto necessario fosse l'allenamento continuo ("di gorgheggi e di esercizi vocali riempio ogni giorno diverse ore"), e quanto amasse le persone che, senza volersi approfittare di lui, ne condividevano invece interessi e passioni. Capitato anche lui tra manager di pochi scrupoli, di qua e di là dall'Atlantico, non sempre poteva e riusciva ad esprimere tutto quel che voleva; esigenze di contratti; ma la sua spontaneità ed umanità erano sempre evidenti, anche a chi, nei concerti negli stadi, nei parchi o nelle Hall rinomate di mezzo mondo, sedeva nell'ultima fila di posti.

Qui, in quest'album favoloso, Pavarotti è semplicemente al suo meglio, sia nelle vesti di Macduff ("O figli, o figli miei") sia in quelle di Rodolfo ("Quando le sere al placido"), in quelle del Duca che più delle altre gli stavano a pennello ("Questa o quella", "Ella mi fu rapita!", "La donna è mobile", etc.), e in quelle dei vari Manrico ("Di quella pira"), Alfredo ("Un dì felice", "Lunge da lei...", "Parigi, o cara"), Henri ("Á toi j'ai chêrie"), Riccardo ("Su, profetessa...", "È scherzo od è follia", "Ma se m'è forza perderti"), Carlo ("Fratello... Riconoscimi"), Don Carlo ("Io l'ho perduta!"), Radamès ("Se quel guerrier io fossi!", "La fatal pietra..."), Otello ("Già nella notte densa..."), o nella raccolta fede dell'"Ingemisco" dalla «Messa da Requiem». Fraseggio, il suo, incantevole e poetico sempre, con quella carica melodica che ne segnava l'unicità. Tutto, tutto Verdi è qui, ripetiamo, e Pavarotti ne è sacerdote ispirato e coinvolgente. Con lui, nei duetti trii e quartetti, anche camei vocali eccellenti del padre Fernando, Joan Sutherland, Sherrill Milnes, Kathleen Battle, Christa Ludwig, Paolo Coni, Ghena Dimitrova, Kiri Te Kanawa e altri. Una voce la sua non solo verdiana, ma del bel cantare in assoluto. Ascoltatela, su tutto, nel "Nessun dorma" delle terme romane di Caracalla, nel '90, scelto come chiusura ideale per la lunare serata di Petra, e ve ne renderete conto.