TEATRO/ BROADWAY & DINTORNI/Ipocrisia in ufficio

di Mario Fratti

Nella commedia "Offices" di Ethan Coen abbiamo divertenti scene sul mondo delle ossessioni in uffici dove si teme un possibile licenziamento (Atlantic Th. Co., 336 West 20th Street). Sono tre brevi atti unici collegati dal tema e da un'abile scena movibile di Riccardo Hernandez. Nel primo Laura (Aya Cash) è seduta alla sua scrivania. Ascolta con apparente interesse i quattro colleghi che descrivono la loro ansia ma sta in effetti facendo altro. Elliot (Joey Slotnick) si lamenta ininterrottamente usando valanghe di parolacce. Elliot odia l'ipocrisia dei suoi colleghi e del suo capufficio Cassidy (F. Murray Abraham). Viene deriso ed ignorato. Si ride.

Nel secondo, un uomo politico che somiglia al vicepresidente Cheney si preoccupa della sicurezza del paese solo a parole. "Si deve far qualcosa..." e getta via il documento. E' un ipocrita (John Bedford Lloyd) che dà ordini ad un passivo subordinato (Greg Stuhr). Lo vediamo poi a casa, in famiglia dove regna il caos.

Nel terzo abbiamo un ironico mendicante (il bravo F.M. Abraham) che espone la sua filosofia. Viene invitato a dirigere l'ufficio e continua la filosofia di chi non teme il licenziamento. Il suggerimento al pubblico è di non aver eccessivo timore. Una soluzione si trova sempre. Ottima compagnia di attori, ben diretti da Neil Pepe.
Per la prima volta a Broadway abbiamo un autore che lo merita. "Reasons to Be Pretty" di Neil Labute che dimostra talento ed ottima struttura al teatro Lyceum (149 West 45th Street). L'autore ha molti pregiudizi sulle donne; non le ama, chiaramente, e vuol punirle (anche nei suoi testi precedenti). Avverte noi uomini e ci dà consigli. Il primo, il più importante, è che bisogna dire alle donne che son bellissime, uniche. Se si usa un aggettivo più modesto siamo nei guai. E' l'inizio della commedia. Greg (il convincente Thomas Sadoski) deve subire per quasi venti minuti la sfuriata della sua donna. Non ha sufficientemente lodato il suo volto. La furiosa Steph (Marin Ireland) lo lascia. Abbandona l'appartamento e si porta via la sua macchina. Greg è depresso ma va lo stesso al lavoro nella fabbrica dove il suo migliore amico è Kent (Steven Pasquale). Steven è fortunato con le donne. E' sposato ma racconta a Greg di questa sua nuova donna, una meraviglia. Le conquista perché sa mentire e dir loro quel che vogliono sentire. Sua moglie è Carly (Piper Perabo) che lavora nella stessa fabbrica come agente di sicurezza. Kent la bacia e palpeggia in ufficio per dimostrare a Greg come si trattano le donne. C'è tensione fra i due. Greg non stima ed accetta il comportamento del collega. C'è un'esplosione di rabbia su un campo sportivo e i due si picchiano. Tutto perché Kent vorrebbe che mentisse per lui, per proteggere la sua avventura sessuale.

Greg e Steph s'incontrano in un ristorante dove lei sta per incontrare un nuovo fidanzato. E' ovvio che Greg la ama ancora e vorrebbe riavere la loro vita insieme. Carly, la moglie, attende ora un bambino. Ha sospetti e cerca di scoprire la verità da Greg, il quale cerca di evitare il soggetto. Ma alla fine le dice di andare dove sono i due amanti. Li scopra lei ed affronti la tragica realtà del tradimento. Ultima scena. Steph viene a trovarlo. Sta per sposarsi e mostra l'anello ma in una scena ben preparata, è ovvio che lei vorrebbe tornare dal suo uomo Greg; timido, gentile ed innamorato. Il pubblico si attende un finale lieto. Ne abbiamo uno realistico, valido. Ottimo. L'autore capisce quale sia il vero compito di un drammaturgo. Affrontare la realtà. Applausi entusiastici. Successo.

Nei teatrini "59 E 59" sempre testi interessanti, ben recitati. Abbiamo ora "The Dishwashers" di Morris Panych (compagnia Chester-Shiloh). Nello stanzone dove i lavapiatti sono relegati. Vita grama ed umile fra i resti di ricchi pasti dei clienti di un elegante ristorante. Dressler (Tim Donoghue) fa quel lavoro da tanti anni e si sente importante, un vero generale. Dà ordini ben precisi su come lavare e preparare i piatti destinati ai clienti che li sovrastano. Arriva il giovane Emmett (Jay Stratton), un giovane che ha conosciuto la bella vita, ha pranzato in quel ristorante ma deve ora fare il lavapiatti per sopravvivere. Ascolta con attenzione, senza ribellarsi ad imposizioni ridicole. E' il tipo che sa attendere il momento propizio per ritornare a galla. Il terzo servo è Moss (John Shuman), un vecchietto fragile e malato che è stato licenziato ma non lo sa.

Continua a lavar piatti e riceve un modesto salario da Dressler che ruba e rivende cibo del ristorante. Emmett, che non si scoraggia mai, cerca di organizzare un sindacato contro i padroni. Dressler è contrario. Moss si lascia corrompere ed accetta il sindacato. Come si sospettava, Emmett ha una fidanzata ricca che lo ama ed aiuta e torna nel mondo dei ricchi. Elegantissimo, viene a visitare il basso dove lavorava. Incontra lo schiavo che lo sostituisce. E' il giovane Burroughs (Michael J. Fulvio). E' umile ed obbediente come lo era Emmett all'inizio. Ottimo dialogo. Ci rivela i problemi di oggi. Disoccupazione, lavori umili, sfruttamento, necessità di unità fra i lavoratori, speranza in un futuro migliore.

Nello stesso edificio, "A Play on Words" di Brian Dykstra. Quest'autore-attore è sempre pieno di energia ed usa bene il suo originale dialogo. Il suo amico Mark Boyett, vicino di casa, gli dà il solito saluto amichevole. Cominciano ad analizzare ogni parola che si dicono. Molto uso dell'etimologia (inizialmente chiamata entologia). Un vero duello di parole. Si giunge ad una conclusione. Brian vorrebbe scrivere un cartello con doppio significato: la solita vaga frase che potrebbe creare una zuffa. Ricerca accurata. Molti riferimenti politici. Due ottimi attori, ben diretti da Margaret Perry.