SPECIALE/TEATRO/Metti in recita l’Aquila a New York

di Alfonso Francia

Ci sono voluti quarantacinque anni di lavoro, oltre 90 opere pubblicate e un'antologia retrospettiva, ma alla fine Mario Fratti, drammaturgo aquilano vincitore di sette Tony Awards da decenni una celebrità negli Stati Uniti, è riuscito nel suo vecchio sogno. Raccontare una storia della Resistenza italiana e contemporaneamente omaggiare la sua città natale, terribilmente colpita dal terremoto del 6 aprile.
Il suo ultimo lavoro, L'Aquila, debutterà il due giugno allo Cherry Lane Theatre (7pm, 38 Commerce street).

. Gli incassi dello spettacolo andranno in beneficenza. L'opera è composta da due atti unici, Martyrs e Unearthed, che collegano i disastri della guerra a quelli del sisma. Nel primo Mario mette in scena un dialogo tra due ragazzi aquilani, che durante la Seconda Guerra Mondiale presero le armi contro i tedeschi assieme a sette loro amici, tra i 17 e i 20 anni di età.

I tedeschi li trovarono con le armi addosso nei pressi del convento di S. Giuliano e li ammazzarono senza pietà. Ai ragazzi, ribattezzati "I nove martiri", venne dedicata una piazza dell'Aquila dopo la fine del conflitto. Una storia bella e terribile, che Fratti racconta quasi da testimone, perché conosceva alcuni di quei giovani, che erano suo coetanei.

Il secondo atto è stato scritto dalla figlia Valentina, attrice e regista teatrale. È stata lei a ideare il progetto, realizzato con estrema velocità.
«Avvertii io mio padre del terremoto in Abruzzo - racconta Valentina -. Lui era appena tornato dalla Polonia dove aveva partecipato a un Festival, e sulle prime non credeva che la situazione fosse tanto grave. Solo la mattina dopo, resosi conto dell'enormità di quanto era successo, cominciò ad agitarsi».

C'era voglia di reagire impegnandosi in qualcosa di significativo, anche a un oceano di distanza. Alla fine i testi sono stati completati in poco più di un mese. «Scrivo sempre con rapidità, anche per questo riesco a presentare un paio di opere l'anno», spiega Mario, che anche in questo caso non ha rinunciato all'abitudine di lavorare con carta e penna.

«La mia creatività scompare di fronte allo schermo del computer. Scrivere a mano ha una sua bellezza, è come dipingere. Certo, si fanno degli errori, ma vengono a galla quando detto quello che ho scritto alla mia tipografa». Neanche Valentina ha avuto difficoltà a stendere Unearthed nel giro di poche settimane. Forse l'ha aiutata l'attaccamento alla città. «Sono sempre stata molto affezionata all'Aquila. Mio padre mi ci ha portato tante volte, raccontandomi una storia per ognuna delle strade che attraversavamo. Conoscerla bene mi ha aiutato a scrivere la mia parte dello spettacolo; racconto dei nove martiri che tornano sulla terra dopo essere stati risvegliati dal terremoto».

«Già - commenta compiaciuto Mario - unearthed significa disseppellito; possiamo dire che io ho disseppellito la mia memoria giovanile! I ragazzi che compaiono nel mio atto li conoscevo, eravamo coetanei, mi chiesero di unirmi ai partigiani assieme a loro ma io rifiutai. Un giorno uno di loro, Giorgio Scimia, un mio ottimo amico, venne da me e mi disse semplicemente: "Andiamocene in montagna a combattere!" Io gli chiesi come pensava di fare, come ci saremmo attrezzati, quali armi aveva a disposizione. Lui mi rispose che possedeva "una pistola e una bomba a mano!". Non andai, e così mi salvai. Nella mia metà dello spettacolo immagino il dialogo tra questi due amici, Giorgio e Bruno, che mi criticano perché non ho avuto il coraggio di unirmi a loro. Insomma, nello spettacolo faccio la figura del vigliacco! Non avevo mai parlato di questo episodio in vita mia, lo faccio per la prima volta a sessant'anni di distanza. Si tratta senza dubbio di una delle cose più personali che abbia mai scritto. Possiamo dire che Unhearted di Valentina è un lavoro di immaginazione, mentre la mia è una confessione».

Non si tratta di un particolare irrilevante: nelle decine delle sue opere finite sul palcoscenico Mario ha spesso inserito riferimenti alla sua esperienza personale, ma mai in maniera così intima e diretta. «Spesso lo spunto di partenza di un'opera mi arriva da una notizia letta sui giornali. Senti che Pinochet sta compiendo dei massacri in Cile e ti viene voglia di scriverci sopra qualcosa. Lo stesso è accaduto per Cecità, centrata sulla guerra irachena. Forse anche per questo riesco a essere veloce nella composizione. In questo lavoro l'inglese, che è monosillabico e conciso, è molto d'aiuto». In effetti lo scambio di battute tra Giorgio e Bruno, oltre che commovente, è molto efficace e diretto. «Mi piace scrivere dialoghi proprio perché permettono di andare dritto al punto. Per questo ho sempre amato scrittori di teatro come Pirandello, Tennessee Williams e Bertold Bretch».

Martyrs e Unearthed sembrano far parte di un'unica opera, ma padre e figlia hanno lavorato in completa autonomia: «Non abbiamo scritto insieme - spiega Mario - i due atti unici sono collegati ma indipendenti». Non a caso il brano scritto da Valentina potrebbe diventare lo spunto per un'opera più grande, che lei vorrebbe dedicare alla Resistenza italiana, magari concentrandosi sul contributo delle donne, mai del tutto riconosciuto nel nostro Paese. Ma ora tutte le energie sono concentrate sulla realizzazione di questo spettacolo, recitato da attori che Valentina conosce bene.

«Ho collaborato con loro in numerose occasioni. Non a caso mentre preparavamo L'Aquila io li chiamavo ‘i miei partigiani'».Per mantenere l'atmosfera, le musiche dello spettacolo saranno basate sui canti popolari della Resistenza. «Verrà suonata anche Bella Ciao. Debuttare il 2 giugno ci permette di festeggiare a dovere la Festa della Repubblica italiana», commenta Valentina.

Sapere che lo spettacolo verrà presentato di fronte al pubblico newyorkese fa un bell'effetto, ma probabilmente molti lo reclameranno su un palcoscenico italiano, magari proprio all'Aquila. «Ma dove potremmo rappresentarlo?», si chiedono entrambi. «È tutto distrutto» fa notare Mario. Secondo Valentina si potrebbe approfittare dell'estate e metterlo in scena all'aperto, «oppure aspettare il prossimo Aprile e commemorare così l'anniversario del terremoto: staremo a vedere».

Per Fratti sarebbe l'occasione per mantenere i legami con una città mai dimenticata, che ha visitato tante volte in questi decenni. Non si pensi che con questa ultima opera Fratti abbia deciso di fare in qualche maniera i conti col passato. Non ha mai voluto evitare di parlare degli anni della guerra, anzi. «In gioventù scrissi un romanzo ambientato all'Aquila nel periodo della dittatura fascista  - ricorda - , ma nessuno volle pubblicarlo perché citavo nomi di alcuni ex gerarchi ancora in vita. E nel 1962 vinsi un premio Rai per Il Nastro, la mia prima opera teatrale, dedicata alla Resistenza. Ma non andò mai in onda per lo stesso motivo». Sembra che l'Italia di quel tempo non avesse molta voglia di ricordare un passato imbarazzante.
Poi nel 1963, il suo atto unico Suicidio venne presentato al Festival di Spoleto, dove venne notato da Lee Strasberg, che lo volle dirigere all'Actors Studio di New York. Fu l'inizio di una carriera che non ha mai permesso a Fratti di tirare il fiato, ma non gli ha fatto dimenticare quei coetanei cresciuti a poche centinaia di metri da casa sua, che furono trucidati quando erano ancora dei ragazzi.

Ci sono voluti quarant'anni, ma alla fine il drammaturgo aquilano è riuscito a raccontare questa storia della sua giovinezza. I nove martiri e la sua città natale sono sicuramente fieri di lui.