SPECIALE/TEATRO/Con Dante dallo psicanalista

di Alfonso Francia

Ci sono attori stanchi di portare sul palcoscenico commedie tradizionali che li costringono a ripetere battute, gesti e trucchi scenici superati da decenni. La maggior parte di loro si affida, con più o meno successo, ad autori giovani e disposti a sperimentare, ma c'è anche chi lo spettacolo lo inventa da sé. È il caso di Monica Guerritore, invitata a New York per recitare all'Industria Superstudio nel corso di una serata organizzata dalla Scuola D'Italia. L'attrice, vista di recente sul grande schermo con Un giorno perfetto, ha presentato Dall'Inferno all'Infinito, rivisitazione di Dante e altri giganti della letteratura italiana con l'aiuto della psicanalisi. Un lavoro capace di affiancare senza sforzo Leopardi e Pasolini, nato grazie a quella che dovrebbe essere la passione di ogni bravo attore, la lettura. La Guerritore ha parlato di questo e dell'altro spettacolo presentato al pubblico newyorkese, Giovanna D'Arco.

Che genere di lavoro c'è alla base dello spettacolo Dall'Inferno all'Infinito? Hai tentato di reinterpretare Dante in qualche maniera?
«Ho lavorato sui materiali della Commedia per darne una traduzione personale usando gli strumenti della psicanalisi. Così il viaggio di Dante diventa un percorso nell'Io interiore, che è facilmente riconoscibile nella Selva oscura citata nel primo canto. In questa maniera metto a confronto Beatrice, la Donna angelicata e quasi immateriale, con la donna umana, la Francesca amante di Paolo, capace di un amore terreno. Un lavoro diverso da quello di Benigni, che partendo da Dante è riuscito a collegarsi all'attualità politica italiana».

In effetti mai come in questo periodo Dante è studiato, letto e commentato. Per quale motivo ti ha sedotto tanto da volerlo portare sul palco?
«Dante fu uno dei rari poeti in grado di affrontare quei temi eterni, che interrogano da sempre la mente umana; prendiamo il canto dedicato al Conte Ugolino, rinchiuso di in una torre dal vescovo Ruggeri e arrivato a mangiare per fame i corpi dei suoi figli morti di stenti. Con quei versi Dante descrive la rottura di una delle leggi fondamentali di ogni civiltà umana, secondo la quale i genitori sono impegnati a dare, e non a togliere la vita. Quelle terzine, che recito nel mio spettacolo, si confrontano con le questioni ultime dell'identità umana».


Dall'Inferno all'Infinito si apre con la Commedia, ma nel corso dello spettacolo reciti e commenti le parole di altri scrittori. Come hai cercato di legare i brani tra loro?

«Ho scelto i testi partendo dalle mie letture, raccogliendo e collegando le parti cercando poi il filo conduttore. L'unico denominatore comune delle opere che ho selezionato è la ricerca di sé. Questo viaggio nel mondo dell'Io è svolto con l'aiuto delle parole di Hillman, Eco, Paul Valerie, e ancora scritti di Pasolini, Elsa Morante, Cesare Pavese. Tutti noi, quando proviamo una grande gioia o un grande dolore, abbiamo il desiderio di raccontare agli altri come ci sentiamo. Così hanno fatto questi scrittori, che nel raccontare i loro sentimenti hanno creato capolavori che dureranno nei secoli».

Per quale motivo hai deciso di costruire uno spettacolo autonomamente, senza affidarti a un autore teatrale?
«Volevo realizzare qualcosa di diverso da sola ma non sapevo come, dato che non sono una scrittrice. Il mio mestiere è simile a quello del detective; si cerca e si indaga su quel che gli uomini sentono, con un vero e proprio lavoro di ricostruzione. Io l'ho fatto usando i miei sentimenti. I poeti non cercano di imporci una interpretazione rigida delle loro parole, anche perché la loro verità è diversa dalla verità del mondo reale. Prendiamo Leopardi, del quale riprendo L'Infinito. Leggendo la poesia siamo portati a pensare che lui sia stato colto dall'ispirazione mentre si trovava ritto sulla cima di un colle, guardando oltre una siepe che gli impediva di vedere l'orizzonte trasmettendogli una sensazione di infinitezza. Invece pare che Leopardi abbia avuto lo spunto decisivo mentre era seduto a pochi centimetri da un grosso cespuglio che si trovava di fronte a casa sua, e gli ostruiva completamente la vista».


Che tipo di impegno hai dovuto invece affrontare per preparare Giovanna D'Arco?

«Il lavoro fatto per Giovanna è centrato sulla sua personalità, per questo non ho voluto alcuna complicazione scenica che distraesse dalla sua figura. Sul palco compare solo un alto palo, quello al quale la giovane verrà poi legata per essere bruciata sul rogo. Ho deciso invece che un commento sonoro fosse necessario, ma in un'opera del genere non aveva senso recuperare la musica del tempo, proporla ora sarebbe anacronistico e non comunicherebbe nulla allo spettatore. Nel momento in cui Giovanna muore, il pubblico ascolterà invece The show must go on, ultima canzone composta da un Freddie Mercury già molto malato. È un potentissimo inno alla vita scritto da una persona che stava guardando in faccia la morte, che infatti lo porterà via pochi mesi dopo. Il collegamento tra quest'uomo del nostro tempo e l'eroina francese del Quattrocento dimostra che i sentimenti, le passioni e i bisogni degli uomini ci legano al di là delle distanze dello spazio e del tempo».


La partenza  per l'America ti ha permesso di lasciarti alle spalle le polemiche seguite alla tua lettura delle parole di Veronica Lario durante una puntata di Annozero. Ti aspettavi attacchi tanto duri?

«Quello che è accaduto dimostra la potenza dell'interpretazione. Le parole, quando vengono lette ad alta voce, diventano carne. Il senso di quella lettera era sentito, aveva una grande forza etica. La reazione è stata molto violenta e certo inaspettata: ho cercato di non farmi travolgere dal mare di orrore che hanno cercato di rovesciarmi addosso. Mi sono sottratta a questa violenza preparandomi alla trasferta americana. Certo con storie del genere non facciamo una gran figura all'estero: se qualcuno mi farà domande in proposito durante questo soggiorno risponderò che l'Italia è migliore del momento, speriamo passeggero, che sta attraversando».