PUNTO DI VISTA/Troppo facile lucrare sui vinti

di Toni De Santoli

Fu amato e fu odiato. Fu idolatrato e vilipeso. Morì sessantaquattro anni fa, il suo cadavere ("Mexican butchery", disse Churchill) venne appeso a testa all'ingiù. Il luogo: Piazzale Loreto, Milano, 28 aprile 1945. Questa fu la fine di Benito Mussolini, la fine del Duce, del direttore dell'"Avanti!", del massimalista socialista, del fondatore e capo del Fascismo. Di lui - soprattutto dal '45 in poi - tutto è stato detto. E' stato detto che avesse la sifilide, che sua moglie Rachele fosse sua sorellastra (e che lui lo sapesse); che la ferita alla testa riportata come bersagliere nella Grande Guerra, fosse fasulla...

 

Gli stessi che negli anni del trionfo (i Montanelli, i Monelli, i Vittorini, gli Argan e altri ancora) scrissero che quest'uomo era un prodigio e che il Fascismo era la salvezza, il riscatto, dell'Italia, già fra il '45 e il '46 lo indicarono invece come un avventuriero, un bandito, un delinquente. Di lui Paolo Monelli negli Anni Cinquanta ci dette una biografia dal titolo "Mussolini piccolo borghese". Ma Mussolini non fu mai un "piccolo borghese". Nacque, visse (e morì) da proletario. Non si lasciò mai sedurre dal denaro, dallo sfarzo, dall'opulenza. Fino alla morte fu assertore della Lotta di Classe, ma già intorno al '14 credeva che l'Italia non potesse permettersi il lusso di scivolare nella Lotta di Classe: ne sarebbe uscita ancor più povera e disperata di quanto già lo fosse.

Ma ora si torna all'attacco di Benito Mussolini. A lanciare stavolta l'offensiva, è il regista Marco Bellocchio (divenuto celebre nel '66 con "I pugni in tasca") col suo "Vincere", che di recente al Festival di Cannes è incorso in un un solenne "flop". La ragione di ciò non è artistica, non è cinematografica. Essa è culturale, morale: gli stranieri ne hanno abbastanza della nostra antica abitudine di accusare, dileggiare, offendere i nostri capi finiti nella polvere. Di vibrare colpi di maglio a chi da questa Terra se n'è già andato. Di voler passare per "coraggiosi" quando ormai si sa di non rischiare più un bel nulla...

"Vincere" (di cui Oggi 7 si è diffusamente occupato domenica scorsa) racconta la presunta vicenda del legame fra Mussolini e Ida Dalser e del figlio, Benito Albino, che da questa relazione sarebbe nato e che l'agitatore socialista divenuto poi "Dux" non avrebbe mai riconosciuto. Sia la Dalser che il ragazzo sarebbero stati fatti poi rinchiudere in manicomio (per il resto della loro vita) da Mussolini in persona perché "scomodi". La vicenda presenta parecchie ombre. C'è molto di "circumstantial" e poco di definitivo. Di comprovato. Lo ammette lo stesso Bellocchio.

Fatto sta che in Italia la "professione" dell'antifascista rende. Rende ancora. E parecchio. Si lucra grazie a invettive lanciate contro una folla di fantasmi, lanciate contro i vinti di ben sessantaquattro anni fa...  Si lucra sui morti. Sui morti dell'una e dell'altra parte. Sui corpi dei repubblichini e sui corpi dei partigiani. Si sfrutta insomma la situazione... La si sfrutta con cinismo salottiero. Allo scopo, certo, di ricevere nuovi onori, nuove acclamazioni (e nuove prebende). Non si è colti dal senso del ridicolo che dovrebbe invece cogliere chi si imbarca in un gioco cinematografico quale, appunto, "Vincere". Il quale gioco non è di nessun valore morale, storico, intellettuale.

 

D'altro canto, oggigiorno è ancor più facile che mai riappendere a capo all'ingiù Benito Mussolini. Non c'è più nessuno che abbia voglia di difendere il Duce... Non ne prendono le parti nemmeno coloro i quali fino all'altroieri "il figlio del fabbro" lo definivano come "il più grande statista del Novecento"... Ma questa è l'Italia che seguita a sparare sui cadaveri (degli sconfitti...) e seguita a genuflettersi dinanzi ai potenti, ai "simpaticoni", ai ciarlieri, ai ridanciani. A quanti vivono nel lusso, nello sfarzo, e vogliono - pretendono - che in giro lo si sappia... Il loro prestigio così s'accresce...