A modo mio

Il silenzio e' d'oro

di Luigi Troiani

Come oggi, cinquant'anni fa, a Parigi, città tra le più vibranti e incasinate al mondo, il prefetto Maurice Papon chiudeva la "settimana del silenzio e della tranquillità cittadina". Sette giorni prima, disponendo l'ordinanza, aveva richiesto che cessassero "i rumori abusivi". Il prefetto aveva invitato i parigini a star lontani dai rumori "che assalgono in modo così sgradevole l'uomo moderno". Le cronache non ci dicono come sia andata in fatto di adesioni, anche perché ai violatori della consegna non veniva comminata pena alcuna. Si sa di proteste di commercianti e imprenditori per un provvedimento certamente rivoluzionario per quei tempi, che Papon riteneva un esempio da imitare.

   In realtà non risultano epigoni, ovvero non si ha notizia di ulteriori esempi legati al silenzio metropolitano proposto dall'autorità costituita, nemmeno in città dove il rumore è vissuto come malattia sociale e così è catalogato dalle autorità sanitarie.

   Il rumore è certamente una calamità sociale, che lesiona le facoltà dell'udito e irrita la mente, scatenando a volte aggressività e follia. Al contrario, al silenzio sono attribuite proprietà terapeutiche, insieme alla forte capacità di concentrazione mentale e di meditazione superiore. E però sono in molti a sfuggirgli. Gli ordini monastici di ogni tipo e luogo hanno dato al silenzio la capacità di aprire le porte del divino, facendone una pratica ascetica ineludibile. Per Jaspers il silenzio è l'unica risorsa di fronte all'essere della trascendenza. Wittgenstein ha lasciato scritto, nel Tractatus logico-philosophicus, che "ciò di cui non si può parlare si deve tacere". Ma nella realtà, insieme al chiacchiericcio del gossip e alle poche voci di rilievo su cose di cui non si può non parlare, ci sono silenzi assordanti... e passi per l'ossimoro.   

   Tra i silenzi assordanti, quello che viene esplicitato da Martin Luther King, "Quando ti faranno del male, non ricorderai le parole che ti sta dicendo il nemico, ma il silenzio degli amici".
    Tutto ciò detto, si tenga presente che il prefetto Papon, all'origine del provvedimento con cui abbiamo avviato questa riflessione, è famoso soprattutto perché il 6 ottobre del 1961, poco più di due anni dopo aver suonato il silenzio su Parigi dispone, in risposta agli attentati nella capitale del Fronte di liberazione algerino, che si attui il coprifuoco per "i Francesi musulmani originari d'Algeria". La proibizione vale dalle 20 alle 5.30. L'Fln chiama gli algerini alla protesta contro il "coprifuoco razzista e incostituzionale" scatenando la risposta della polizia, che approfitta dei disordini per maturare la sua vendetta: il 17 ottobre la polizia, su ordine diretto di Papon,  lincia e getta nella Senna da Ponte Saint-Michel centinaia di algerini chiamati dall'Fln alla manifestazione (i rapporti ufficiali dicono di tre vittime, la stampa  di almeno 200.

   Nel 1998 il potente prefetto sarà condannato a dieci anni di galera, per la deportazione ad Auschwitz, al tempo del regime collaborazionista di Vichy, degli ebrei di Bordeaux. Questo per dire a chi amerebbe che nella propria cittadina ci fosse un Papon, che di buone intenzioni resta sempre lastricata la strada dell'inferno. Le misure di un solo, che non gode il consenso della maggioranza, possono  tradire una mentalità autoritaria dalla quale è meglio stare lontani. Anche quando si tratta di abbassare, o magari annullare, ogni rumore.