SPECIALE/EVENTI/Niaf, non proprio una lobby ma...

di Stefano Vaccara

La National Italian American Foundation ha celebrato a New York, con un gala al Marriot Marquis Hotel  di  Times Square, il 34esimo Ambassador's East Coast Gala.  Il quotidiano ha già pubblicato il resoconto dell'importante evento e dei tanti vip partecipanti, su Oggi7 riportiamo le due interviste avute con due dei protagonisti della serata della Niaf, il Presidente Joseph Del Raso e l'attore Paul Sorvino. A quest'ultimo la Niaf ha destinato lo Special Achievement Award for Entertainment, un premio alla lunga carriera di successo per l'attore, regista, produttore, scrittore, scultore e anche cantante lirico.

Ma iniziamo con la conversazione avuta con Del Raso: Presidente, sembra che la risposta della Niaf per quanto riguarda il terremoto dell'Abruzzo vi abbia soddisfatto molto. Lei è da poco tornato dall'Aquila dove ha consegnato un assegno...
"Gli italo americani avrebbero dato pronte risposte per qualunqe città, ma in particolare hanno sentito così forte il richiamo dell'Aquila per la sua storia culturale e per la popolarità della sua regione. Non dimentichiamo che moltissimi italoamericani sono di origini abruzzesi, come il sottoscritto. E poi ricordo la risposta degli italiani quando ci fu l'uragano Katrina. Insomma è una solidarietà che scatta subito da entrambe le parti dell'Oceano".

Il ruolo della Niaf, in questa raccolta fondi che si è scatenata in tutti gli Usa,  è stato visto come il più naturale coordinatore degli aiuti"Noi siamo una organizzazione nazionale, con sede a Washington, e con stretti contatti con l'amministrazione. Insomma con il Dipartimento di Stato, l'intesa è stata ben coordinata. Poi abbiamo stabilito un fondo per aiutare gli studenti dell'università di L'Aquila a venire a trascorrere un semestre in alcune università americane..."


Presidente Del Raso, la Niaf può essere considerata un lobby in America per l'Italia?

"Non possiamo usare quel termine per la Niaf. Noi siamo soprattutto la voce degli italiani in America a Washington, dove noi vogliamo essere sicuri che il contributo degli italiani in America, tra le stanze ministeriali venga riconosciuto e amplificato. Ovviamente abbiamo anche una funzione educativa e culturale e ci piace essere un ponte con l'Italia. Siamo in cooperazione con Roma, per scambi culturali, turistici, di studio".

Quindi la Niaf, per esempio, non può essere d'aiuto all'Ambasciata italiana quando cerca di far sentire le ragioni del governo italiano presso il governo Usa?
"Ripeto noi non facciamo e non potremmo fare neanche il lavoro vero e proprio di lobby, che deve essere propriamente identificato. Certamente, i rapporti tra i funzionari dei due governi può avvenire in vari modi e noi possiamo facilitarli, attraverso le nostre attività dove facciamo in modo che possano partecipare insieme, conoscersi, noi siamo come dei facilitatori..."

Quale è il criterio di scelta per i vostri top manager della Niaf?
"Prima di tutto bisogna vedere i risultati raggiunti da un candidato nel suo particolare campo di lavoro. Guardando anche a cosa hanno dato indietro alla società attraverso quel lavoro, e deve essere rappresentativo del successo della comunità italiana  in America. Per questo, per esempio scegliamo molti nel campo delle scienze e della medicina. Poi ovviamente guardiamo anche ad altri settori,  nominando tutte le persone che si sono distinte in svariate professioni".

Passiamo all'attore Paul Sorvino,  una figura che domina subito tutta la sala del Marriott Marquis. Crescere a Brooklyn ha facilitato la sua carriera di attore? In America i migliori attori sono italoamericani?
"Essere italomericani certamente favorisce questa carriera. Per quanto mi riguarda sapevo fin dal principio che volevo fare l'attore, e sapevo anche che volevo essere tra i migliori attori, non mi sarei accontentato niente di meno.   Questa mania del perfezionismo l'ho presa da mio padre, lui era originario di Napoli... Poi devo dire che la comunità italoamericana preserva con gli italiani una cosa: l'espressione delle emozioni. Noi siamo meglio predestinati a fare gli attori, perché il nostro carattere ci fa esprimere meglio le nostre emozioni, ci viene quindi tutto più facile... Quando crescevo prima ancora di sentirmi americano sapevo che ero italiano. Certo, ero pure americano, ma sapevo che avevo qualcosa dentro di diverso. Tutto questo ha facilitato molto la mia carriera di attore."


Come vede la comunità degli attori italoamericani?

"Molto bene, ripeto, ci viene più facile recitare, sentiamo meno stress rispetto agli altri".


Lei fa parte della "greatest generation" di attori italoamericani, con De Niro, Al Pacino... le maggiori differenze con quelle nuove?

"Direi nella mascolinità. Per noi, per la nostra generazione, la mascolinità faceva parte del recitare, ora vedo che questo è meno importante..."

Ma è stata la vostra "the greatest generation"?
"Non posso dirlo io questo. Dico soltanto che sono orgoglioso di aver fatto parte di una terrific generazione di attori italoamericani".


Che significa ricevere un premio dalla Niaf? A che serve per lei la Niaf?

"È un grande onore. C'è sempre tanto lavoro da fare per far migliorare la percezione della nostra comunità. Sono in molti ancora a pensare che essere italiani in America significa mafia. Ma per l'Fbi ci sono in tutto 2500 mafiosi mentre gli italoamericani nel Paese sono 25 milioni!  E quindi la Niaf serve a far riscoprire agli italoamericani le loro radici culturali, per dargli una più forte identità, per potersi meglio difendere da certi stereotipi duri a morire."


Lei ha recitato grandi personaggi, come Henry Kissinger nel "Nixon" di Oliver Stone per esempio. Ma c'è un personaggio che non ha ancora recitato e che assolutamente vorrebbe fare?

"King Lear!".