LIBRI/TELEVISIONE/L’enigma “Lost”

di Massimo Sebastiani

Televisione cattiva maestra? A leggere «La filosofia di "Lost"» (pp. 166, Ponte alle Grazie, Euro 12) di Simone Regazzoni sembra ormai solo uno slogan di riporto (una delle intuizioni meno felici di un filosofo "aperto" come Karl Popper) buono per un titolo di giornale o di un convegno isterico di nostalgici della tv pedagogica del maestro Manzi. Dopo aver spiegato quanto filosofia (cioè quanto pensiero della e sulla realtà) c'è nel dr. House e in Harry Potter, e mentre altri si sono applicati a illustrare l'importanza di Nietzsche per i Simpson o per South Park, qui Regazzoni sembra voler puntare ancora più in alto (o andare più in profondità, a secondo dei punti di vista).

La celebre serie creata da J.J. Abrams e Damon Lindelof, e giunta alla quinta stagione, riporta infatti, secondo l'autore, alle radici stesse del domandare, cioè all'unica essenza della filosofia. Gli indizi sono perfino sfacciati, quasi banali: non solo i nomi dei personaggi che richiamano famosi filosofi (Locke, Rousseau, Hume, Bentham) ma soprattutto il modo di procedere delle serie, definito "philosophical drama", e quello di dialogare dei protagonisti stessi. Senza dimenticare la natura stratificata della fiction, in cui "ogni stagione procede più a fondo".

L'assunto di Regazzoni è certamente provocatorio ma difficilmente eludibile: è la convinzione che sia arrivato il tempo di parlare di "opera d'arte televisiva", qualcosa che non sta nei musei e nemmeno nella pagina scritta ma che richiede uno sforzo di pensiero e un'attitudine al godimento estetico pari a quello che riserviamo ad un romanzo di David Forster Wallace (a proposito: è lui che ha detto che "la peggiore specie di paranoia anti-tv consiste nel trattare la tv come una corruttrice diabolica") o a un quadro di Mark Rothko. Convinto, come Orson Welles, che la tv sia "nemica dei valori cinematografici classici ma non del cinema", Regazzoni sottolinea che "è indubbio che molte tra le nuove serie tv affrontino temi filosoficamente rilevanti. Ma nessuna come Lost esplicita in modo così forte e diretto, quasi provocatorio, il proprio legame con la filosofia": e non la filosofia intesa genericamente come visione del mondo, precisa l'autore, ma proprio "in senso tecnico".

Lost si fonda infatti su un enigma, che è l'isola stessa, vero soggetto della serie, e spinge i protagonisti, apparentemente vittime di un disastro aereo, a domandarsi: che cos'è un'isola? Cosa significa sopravvivere? Esiste il mondo esterno o è una mera illusione? Che cos'è la verità? E il tempo? Questioni capitali che però, avverte Regazzoni, "Lost non pone in modo intellettualistico o astratto" perché esse emergono dalle storie dei sopravvissuti, dal loro rapporto e dal rapporto tra loro e l'isola oltre che dal loro desiderio di sapere e di scoprire, mentre qualcuno muore, qualcuno partorisce, qualcuno tradisce, qualcuno si innamora: in altre parole, mentre si vive. E forse non è un caso che il saggio si chiuda sulla parola amore e sul suo senso.

E la verità? Questa, come nell'isola di Lost, è un'altra storia. Lacan diceva: "Dico sempre la verità ma non posso mai arrivare a dirla tutta". Tv cattiva maestra? Totò risponderebbe: ma mi faccia il piacere.