SPORT/PERSONAGGI/Il “piccolo professore”

di Flavio Giuliano

Dominic Paul DiMaggio, fratello del leggendario fuoriclasse del baseball Joe Di Maggio, è morto l'8 maggio scorso nella sua casa a Marion, nel Massachusetts, dopo una lunga malattia che lo aveva colpito ai polmoni. Aveva 92 anni. Anche Dominic è stato uno dei più grandi campioni di tutti i tempi, pur se nell'ombra di due icone del baseball come il fratello Joe e il compagno di squadra Ted Williams. Giocò per i Boston Red Sox stabilendo nel 1949 il primato assoluto della squadra per la più lunga serie di partite con battute vincenti, 34.

Ironia della sorte: fu proprio il fratello Joe a interrompere la serie record, in una partita tra Boston Red Sox e Yankees. Dominic, dalla corporatura minuta e con curiosi occhialini sul naso, era soprannominato dai tifosi "Il Piccolo Professore".

Nacque il 12 febbraio del 1917 a San Francisco, in California, da una numerosa famiglia di emigranti siciliani (cinque maschi e quattro femmine). Era il più piccolo dei tre fratelli stelle della Major League: Joe, quasi un'intera carriera negli Yankees, morto nel 1999 (diventato famoso in tutto il mondo per aver sposato, per soli 9 mesi, Marylin Monroe) e Vince che chiuse l'attività con i New York Giants (oggi San Francisco Giants), morto nel 1986. Crebbero tutti a North Beach, la Little Italy di San Francisco, dove i genitori gestivano un ristorante.Dominic era un esterno centro e giocò un'intera carriera nei Boston Red Sox, da 1940 a 1953. Iniziò nel 1937 nelle leghe minori con i San Francisco Seal (Pacific Coast League). Nel 1939 fu notato dai Red Sox, per aver chiuso la stagione battendo a .369, una prestazione strabiliante.

Al suo debutto in Major League colpì con una media di .301. Tra il 1941 e il 1942 il suo "score" era superiore alle 100 "runs", ed era tra i migliori dieci giocatori per "doubles" e basi rubate. Perse tre anni per andare a servire la Marina Militare, durante la II Guerra Mondiale. Al suo rientro, nel 1946, disputò la sua miglior stagione, con uno .0316 alla battuta, quinto assoluto nella lega. Il record di 503 giocate difensive valide su 526, messo a segno nel 1948, ha resistito oltre trent'anni. Fu anche convocato due volte nella selezione delle All Stars. Uno dei record più celebrati della storia è quello delle 56 battute valide di Joe DiMaggio, ma pochi ricordano quello del fratello Dominic.

In un libro scritto da Alan Swartz, "Once upon a game", è lo stesso Dom a ricordare quel suo record che contribuì a regalare agli sportivi la più eccitante corsa al titolo dell'American League nella storia, e di come il fratello Joe riuscì a fermare il suo primato."Tanta gente ha fatto un gran rumore attorno al record dell'estate 1949 - ha spiegato Dom -, e su come sarebbe stato infranto da una strepitosa giocata di mio fratello Joe. Ma ora voglio chiarire ogni cosa. Innanzitutto - racconta il Piccolo Professore nel libro di Swartz - quando misi in fila quella serie di 34 partite stavo semplicemente svolgendo il mio lavoro. Non andavo certamente a cercare cattivi pitchers per inseguire il record".

Ma quel 9 agosto del 1949 al Fenway Park si giocava contro gli Yankees e di fronte c'era il fratello Joe: "Tra noi e gli Yankees la rivalità era grande e l'atmosfera pesante. Poco importava se si giocasse al Fenway Park o allo Yankee Stadium. Eravamo terzi - prosegue Dom -, sei partite dietro agli Yankees, primi in classifica. Ma stavamo rientrando in corsa per la conquista del titolo. Sono partite dove la pressione si sente e condiziona il rendimento. Però quel giorno mi sentivo bene. Colpii subito pesante sull'uomo di terza base che trasformò in out. Feci ancora un paio di out".

Nell'ottavo inning Dominic DiMaggio rientrò sul piatto di battuta: "Davanti a me c'era Vic Raschi, - racconta - un maledetto gran buon pitcher. Colpii la palla fortissimo sul centro, passò vicino alle orecchie di Raschi. Lui chinò la testa per evitarla e mi dissi, ‘Ok, quella è la 35'".

Ma quella palla non cadde mai, in mezzo al campo c'era il fratello Joe. Si fece un gran parlare di quella presa, così spettacolare, e del presunto dramma interiore per aver interrotto la serie record del fratello. In realtà le cose andarono diversamente: "A fine partita Joe mi disse che se non avesse preso quella palla - ricorda Dom - sarebbe finita direttamente tra i suoi occhi. Fu un gesto istintivo, non fece nessuna fatica per prenderla. Purtroppo la serie era finita, ma non ci badai molto. Dopotutto avevamo vinto 6 a 3. Nel '51 feci una serie di 27 partite. Ma è solo statistica".

Sì, solo statistica. Solo dannati numeri. Ma è proprio un dato statistico ad avergli procurato il più grande rammarico della sua carriera: essere andato in pensione con un .298 medio e non essere entrato nella Hall of Fame.

"Enos Slaughter colpì esattamente .300 (tre valide su 10 lanci - ndr) nella sua carriera, e lui è nella Hall of Fame. Aveva forse un braccio migliore del mio? Giocava meglio in difesa? Gestiva meglio le basi? Chi lo sa? Tutto ciò di cui avevo bisogno erano 12 colpi in più, più o meno uno a stagione, e sarei entrato nella Hall of Fame. Mi dissi Ok, sei un uomo ormai da pensione - chiosa Dominic DiMaggio nel suo racconto ad Alan Swartz -. Ma il complimento più bello lo ricevetti dal mio teammate, Bobby Doerr che mi disse in diverse occasioni ‘Se tu stessi battendo per quinto o sesto sarei tranquillo, sei uno da 100 corse all'anno'. Ma era esattamente come per il famoso record: facevo solo il mio lavoro".

Nel 1995 Dom DiMaggio è stato iscritto nella Boston Red Sox Hall of Fame. Il suo record a Boston è tuttora imbattuto. Nel 1948 ha sposato la moglie Emily, da cui ha avuto tre figli. Dopo il suo ritiro aprì una fabbrica di materie plastiche nel New England.

 

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Sono davvero in tanti gli italiani o di origine italiana ad aver calcato il palcoscenico della Major League di baseball. Anzi, ancor prima della sua nascita, si ricorda un certo "Mr. Donato" che, nel 1849 con i Knickerbockers di New York, realizzò 9 punti contro una sola eliminazione. Erano gli albori del baseball, si trattava più che altro di un passatempo per gente di un certo ceto sociale. Dopo quella prestazione di Mr. Donato non si seppe più nulla.

Il primo giocatore con radici italiane in Major League fu Ed Abbaticchio, ai Phillies dal 1897, ma nato a Latrobe in Pennsylvania. Fino agli anni '30 non furono molti i giocatori legati al Bel Paese, poi arrivarono i fratelli DiMaggio, Lombardi, Cavilli, Viola, Calzone e Campanella (il cui padre italiano sposò una donna di colore).

C'è un aneddoto che illustra molto bene quanto sia importante la presenza "italiana" nel grande baseball americano. Il grande Lefty Gomez  durante un incontro avrebbe dovuto servire Corsetti in interbase ed invece sparò a un  incredulo Lazzeri, in seconda base, vanificando un doppio gioco. Dopo disse al suo manager: "Mi sono confuso, ci sono troppi italiani in questa squadra". E il team erano i New York Yankee di Joe DiMaggio.

Cognomi italiani li troviamo anche oggi nelle Big Leagues: Ventura è un ottimo difensore dell'angolo caldo (si è anche visto in Italia con la nazionale Usa dell'88), LoDuca è il successore di Piazza ai Dodgers, mentre i campioni 2002 di Anheim schieravano Spiezio in prima base ed erano diretti da Mike Scioscia.Anche tra i manager l'italianità furoreggia. Nel 2000 i pennant se li giocarono Piniella e Torre nell'American League e LaRussa e Valentine in National League, mentre LaSorda guidò la nazionale a stelle e strisce alla conquista dell'oro olimpico a Sidney.Nella storia del baseball professionistico americano, tuttavia, ci sono stati solamente 5 giocatori "born in Italy": Rugger Ardizoia, Reno Bertoia, Hank Biasatti, Julio Bonetti e Marino Pieretti.    

Julio Giacomo Bonetti nasce nel 1911 a Genova e nel 1937 era un lanciatore dei St Louis Browns. Anche il secondo italiano nelle Big Leaguers è un lanciatore. Marino Paul Pieretti da Lucca esordisce nel 1945 portando a casa 14 vittorie e 2 salvezze, a fronte di 13 sconfitte, servendo la causa dei Washington Senators. Fino a metà del '48, per poi passare ai Chicago White Sox.

Rinaldo Joseph Ardizoia, classe 1919 di Oleggio (Novara), ebbe l'onore di essere uno Yankee per un giorno. Rugger entrò come rilievo un giorno del 1947 e, in due riprese, concesse 4 valide, tra cui un homer, e ricevette poco supporto dalla difesa che commise 2 errori. Poi giocò nelle leghe minori con gli Oakland Oaks ed i Kansas City Blues. Quando Henry Arcado Biasatti (da Beano, Friuli) si unì ai Philadelphia Athletics nel 1949, non era la prima volta che praticava uno sport ai massimi livelli: tre anni prima era stato in NBA con i Toronto Huskies, ed è a tutt'oggi l'unico canadese (Windsor, Ontario è la sua città d'adozione) ad aver militato nei migliori campionati di basket e baseball.

L'ultimo italiano di nascita ad apparire in Major League, fu senz'altro quello che ottenne maggiori risultati. Reno Peter Bertoia nasce nel 1935 a San Vito (UD) e, prima di compiere due anni, è con la famiglia in Canada, dove il padre trova lavoro alla Ford Motor Company. La città che ospita i Bertoia è la stessa Windsor che aveva adottato Biasatti, e Reno crescerà nella casa accanto a quella di Hank. Come tutti i ragazzini del luogo sogna di giocare per i Tigers, dato che Detroit è a un passo dal confine. E a 18 anni il sogno diventa realtà. Le annate migliori le ottiene lontano da casa, quando gioca per i Senators/Twins. La sua carriera passa anche da Kansas City (con gli A's) prima di chiudersi a Detroit, dove era partita. Dal 1988, fa parte della Hall of Fame del baseball canadese.