Musica lirica/Corelli: classe e voce

di Franco Borrelli

Dal belcantista al pucciniano, dal verdiano al verista, dal barocco al... francese: c'è davvero tutto il colore della lirica nella voce e nel repertorio di Franco Corelli, icona indimenticabile dell'opera. Non fosse stato per quella sua paura della scena che lo prendeva a tratti improvvisa, o per quel sibilare della "s", sarebbe stato uno dei più grandi in assoluto, una leggenda. Eppure, malgrado questi nèi del tutto veniali, che gli si possono perdonare di cuore, resta, il suo, un tenore per eccellenza, eroico, drammatico e romantico quanto occorre, e anche quel quasi impercettibile "vezzo" di pronuncia si trasforma in poesia e melodie indimenticabili.

 

Ce ne dà ampio saggio un cofanetto dell'EMI Classics, che, attraverso quattro Cd, conserva e tramanda il meglio del suo meglio, in registrazioni in sala o in studio eseguite dal '58 al '68, da Londra a Milano, da Roma a Parigi, nel periodo di maggior fulgore [«Franco Corelli - The Tenor as Hero»]. E, con lui, anche deliziosi camei di Grace Bumbry, Birgit Nilsson, Lucine Amara, Tito Gobbi, Renata Scotto, Piero De Palma, Antonietta Stella, Mirella Freni e altri ancora che sarebbe lungo enumerare.

Debutto davvero storico il suo, alla Scala. Era il 7 dicembre del '54, con il revival de «La Vestale» spontiniana, mai messa in scena lì dopo il 1929, regìa di Luchino Visconti e con Maria Callas protagonista assoluta e... divina. Di gran levatura e di notevole spessore il suo Licinio. Indiscusso campione, Corelli, della triade degli anni Cinquanta-Sessanta, con Mario Del Monaco e Giuseppe Di Stefano. Sorta di ‘tre tenori' "ante litteram", meno strombazzati e meno mediatici, ma di un valore e di una tecnica che stupisce ancor oggi, per esemplarità ed eredità lasciate ai posteri.

«Corelli ha tutte le carte per vincere, - scrisse di lui il critico Eugenio Gara dopo il suo esordio milanese -, calda, piena e ricca la sua voce e, quel che più conta, dotato d'un perfetto equilibrio suono-gesto-parola».
Di impressionante presenza scenica, Corelli nacque ad Ancona nel '21. Cantante "dilettante", non pensava ad una carriera da professionista, da stella qual poi sarebbe diventato. Furono gli amici ad incoraggiarlo a prender lezioni di canto, al Conservatorio di Pesaro; "ingaggiato" poi dal Comunale di Firenze, solo dopo i trent'anni partecipò ad una competizione canora ufficiale. Esordì come Don Josè, in una «Carmen» del '51. Il resto, dopo d'allora, è cronaca. Tutti ne conoscevano ed apprezzavano la statura scenica ed il valore tecnico, molti ne conoscevano la fobia e il terrore d'apparire in palcoscenico; e, si dice, fu proprio a causa di uno di questi attacchi di panico che qui a New York, al Met, venne sostituito da un giovane tenore, un certo... Plàcido Domingo.

«Aveva un carattere rimarchevole - ebbe a dirci tempo fa Renata Tebaldi, durante quella che fu, se non andiamo errati, la sua ultima venuta a Manhattan -; l'augurio era quello di vederlo in scena, almeno una volta. La sua voce era il suo bene prezioso. Quando si dice classe, Franco aveva classe. Quando si dice voce, Franco era la voce».

Alla Scala, dopo «La Vestale» interpretò praticamente tutto: «La fanciulla del West», «Turandot», «Fedora», «Andrea Chénier», «Giulio Cesare», «Eracle», «Aida», «Ernani», «Il trovatore», «La battaglia di Legnano», «Pagliacci», «Il pirata», «Carmen», «Poliuto», «Cavalleria rusticana», etc. etc.; nel 1962, inoltre, riportò alla luce «Gli Ugonotti» di Meyerbeer, in una storica edizione diretta da Gianandrea Gavazzeni.

Al Met debuttò il 27 gennaio 1961 nel ruolo di Manrico ne «Il Trovatore», al fianco di un'altra debuttante d'eccezione: Leontyne Price. Quel debutto fu l'inizio della sua grande carriera americana. A New York rimase per sedici stagioni consecutive, dal 1961 al 1975, cantandovi tutte le opere del grande repertorio verdiano, pucciniano e verista; alle quali aggiunse «La Gioconda» e due importanti opere del repertorio francese: «Roméo et Juliette» di Gounod e «Werther» di Massenet.

L'ultima sua apparizione, a Torre del Lago, nella «Bohème» del 13 agosto 1976, a soli 55 anni. L'addio, nel novembre del 1981 a Stoccolma, in occasione di un concerto in onore di Birgit Nilsson. In effetti - per la cronaca -l'ultima vera esibizione di Corelli era avvenuta già nel luglio precedente a Holmdel, nel New Jersey, in un concerto che fu un po' la "summa" della sua straordinaria carriera.

In questo set di gran valore dell'EMI, c'è un po' tutto il Corelli che s'è fatto apprezzare ed amare sulle due sponde dell'Atlantico (cantò con molti fra i più grandi direttori d'orchestra del suo tempo: Tullio Serafin, Fernando Previtali, Gabriele Santini, Gianandrea Gavazzeni, etc.; Herbert Von Karajan lo volle nel 1962 a Salisburgo per interpretare «Il Trovatore». E' morto a Milano, il 29 ottobre del 2003, a causa di un ictus (e lì è sepolto, nel Cimitero Monumentale).

Ascoltarlo nelle sue migliori letture liriche ["Favorita del re", "La vita è inferno", "Se quel guerrier io fossi!", "L'anima ho stanca", "Recitar!... Vesti la giubba", "E lucevan le stelle", "Nessun dorma", e tante tantissime altre] è il più semplice ed il miglior tributo che gli si possa dare. In più, in quest'antologia, v'è un Cd intero dedicato a Napoli e alle sue eterne melodie: un gioiello nel gioiello, da "Core 'ngrato" a "O paese d'o sole", da "Fenesta che lucive" a "Tu ca nun chiagne", da "Guapparia" a "O surdato 'nnammurato" (solo per citarne alcune, e in una dizione dialettale davvero incantevole).