TEATRO/BROADWAY & DINTORNI/Tortura: serve davvero?

di Mario Fratti

Il Public Theatre di Oskar Eustis è sempre molto attivo. Presenta ora due testi solidi ed impegnati (425 Lafayette Street). "Why torture is wrong, and the people who love them" di Chrisopher Durang. Efficiente scena di David Korins. Si comincia in una camera da letto. Felicity (la bellissima Laura Benanti, stella del "Nine" felliniano) si sveglia a letto con il robusto, aggressivo Zamir (Amir Arison). Non ricorda quel che è successo. Zamir, un arabo che si presenta come irlandese, afferma che si sono sposati. Vuol quindi conoscere i genitori di sua moglie. Salotto dove la madre Luella (la simpatica Kristine Nielsen) è una svanitella un po' sciocca che accetta il genero con facilità. Ben differente è il padre di Felicity, Leonard (Richard Poe) sospetta tutti gli stranieri. Vede in loro onnipresenti terroristi. Minaccia ed insulta. Ha al piano di sopra una stanza misteriosa nella quale nessuno può entrare.

La vediamo quando Zamir viene legato ed imbavagliato. Comincia la tortura che Leonard considera necessaria per salvaguardare l'America. Come in altri cento casi le vittime sono innocenti ed han poco da confessare. Inventano, per diminuire il dolore. E' presente Hildegarde (Audie Neenan) che condivide il principio di una tortura più umana. Leonard è troppo feroce. Si gioca su un equivoco. Hanno ascoltato il reverendo Mike (John Pankow) che vende e propone pornografia. Le sue parole sembravano un complotto. C'è anche del sangue sul torturato ma prevale qui comicità. Termina con un balletto imprevisto. Si ride e si applaude ad una satira mordente. Ben diretto da Nicholas Martin.

Nel secondo teatro del Public abbiamo "The Singing Forest" di Craig Lucas. Una storia piuttosto complicata che viene spiegata laboriosamente. La protagonista è Loe Rieman (Olympia Dukakis). Suo figlio è Martin Rieman (Mark Blum). E' uno psicanalista come sua madre che è ora una reclusa che risponde al telefono su problemi sessuali. Ha ovviamente segreti. Ha anche incontrato Sigmund Freud (Pierre Epstein) ed ha scritto diari che vengono ora rubati dalla casa di Jules (Louis Cancelmi) che si finge ricco nipote di Loe. E' in effetti suo nipote, ma non è ricco. Chi ha rubato i diari che ci riveleranno l'intera storia seppellita dall'ottantenne Loe? Gray (Jonathan Groff) che li dà alla fidanzata incinta, donna curiosa che vuole scoprire i segreti di questa ebrea che ora si nasconde. Beth (Susan Pourfar) scopre alla fine che Loe si nascondeva perché era stata violentata da un nazista e suo figlio Martin non è quindi un ebreo puro. Il regista Mark Wing-Davey fa del suo meglio per spiegare questo dedalo ma ci riesce solo parzialmente. C'è qui materiale per sei drammi.

Nel teatrino Turtle Shell (300 West 43rd Street), abbiamo "The Assistant", abile adattamento di una novella di Bernard Malamud. Compito didfficile, ma l'autore Martin M. Zuckerman sa spiegare e convincere teatralmente con rapide scene. Siamo in un modesto negozio alimentare di Brooklyn negli anni 1947-48. I due anziani proprietari sono Morris (Bern Cohen) e Ida (Susan G. Bob). Hanno una bella figlia: la studiosa Helen (Rachel Claire). Morris viene aggredito da due rapinatori. Uno è crudele e violento (Alex Adams). L'altro è più umano e riluttante. Lo fa solo perché ha bisogno di un lavoro. Si presenta più tardi come "assistente". Frank (Drew Valins) è solerte, diligente ed aiuta molto. S'innamora di Helen e la corteggia. Purtroppo la prende una sera con la forza e viene respinto. Complicazioni. Frank viene licenziato e riappare solo al funerale di Morris. Il negozio non viene venduto al ricco Julius (Stewart Steinberg) e l'assistente si offre di gestire ed aiutare. S'intravede un ritorno alla storia d'amore fra Helen e Frank. Ben prodotto da John W. Cooper. Abile regia di Elfin Frederick Vogel.

Nel teatrino "13th Street Rep." (50 West 13th Street) abbiamo un nuovo direttore che inizia la stagione con la sua commedia "Finding the Rooster". Il giovane Terence Partrick Hughes (autore e regista) ha scelto cinque attori per narrarci una storia bizzarra, ovviamente simbolica. Infatti i due coniugi che stanno per divorziare decidono di "demolire" il figlio Oscar (dave Benger) per mandarlo ad una scuola militare. Che significa "demolire" in questa commedia? Significa tagliare braccia, gambe ed altro, fisicamente.

 

Vogliono forse punirlo di qualche malefatta e ricostruirlo poi in una scuola militare dove anche gli indisciplinati sono riformati e ricreati con una nuova immagine. La moglie Evelyn (Kathryn New Neville Brown) accusa il marito Richard (Jonathan Harper Schlieman) di averle rovinato la vita. Vuole anche mutilare il figlio? Non è convinta che la scuola militare sia una buona idea. Come ha risolto l'autore-regista la scena dell'amputazione?

Arriva Stoker (Reggie Oldham), uno specialista che sa demolire le sue vittime. Arriva il figlio quindicenne; non è molto alto ma deve avere almeno vent'anni. Non importa. Stoker lo fa sedere su una poltrona seminascosta e taglia prima un bracciio, poi una gamba. Li butta in un grosso barile. Viene a trovarli Pinkie (Kevin Hauver), uomo colto che giustifica tutto. Molte citazioni letterarie e filosofiche. Il giovane Oscar, ora mutilato, va a farsi ricreare come guerriero che sa difendere la patria. Applausi. Era presente in sala anche la simpatica novantenne Edith O'Hara che ha fondato il teatro e si rifiuta di venderlo. Vuole lasciarlo alla città.