SPECIALE/PERSONAGGI/La star italiana ti arriva con Gallotta

di Gina Di Meo

Prima c'erano stati Joe Cocker, Frank Sinatra, Ray Charles con Renzo Arbore, Dionne Warwick, Ennio Morricone, LaBelle Reunion, ora c'è Roberto Benigni ed in un futuro non troppo lontano un artista che sveleremo a breve. La mano dietro questi concerti, alcuni dei quali si possono definire storici, sia in Italia che negli Stati Uniti, è quella di Massimo Gallotta, di professione producer.
Detto così sembra il lavoro più bello e più facile del mondo. Non è così, richiede tanta passione, determinazione e disponibilità quasi totale, around the clock! Massimo ha 50 anni (ma davvero non li dimostra), è originario di Salerno anche se poi si è trasferito a Roma e da tre anni vive a New York. È un uomo del Sud, lo si vede dalla sua apertura, dal suo essere solare e anche dal suo non prendersi troppo sul serio.

Massimo ci ha raccontato di lui e del suo lavoro mentre ci parlava della sua ultima "conquista", il debutto di Roberto Benigni negli Stati Uniti che porterà in giro il suo "Tutto Dante". A New York sarà il 30 maggio al Manhattan Center.

Massimo, come hai iniziato a fare questo lavoro?
«Ho iniziato questo viaggio fantastico nel mondo del backstage nel 1976, per caso, organizzando un concerto rock nella mia città. A questo ne è seguito un altro e poi un altro ancora. Alla fine è diventato il mio mestiere. Frequentavo il primo anno del liceo classico e già mi sentivo un manager in carriera, avendo avuto la fortuna di iniziare a fare il promoter nella mia regione con il più affermato rocker italiano, Edoardo Bennato e con i più importanti promoter italiani. La scuola diventò la mia attività secondaria. In un paio di anni riuscii a conquistarmi un ruolo significativo nel "giro" dei promoter di concerti, lavorando con artisti rock fra i più affermati in Italia in quegli anni: Pfm, Banco, Angelo Branduardi, Pino Daniele,Tony Esposito e tanti altri. Nel 1979 mi sono iscritto alla facoltà di giurisprudenza ma, dopo qualche esame, la tentazione di continuare il mio percorso naturale nel mondo della musica prese il sopravvento. Tutto ciò anche perché nel 1981 ebbi l'onore di conoscere Renato Carosone, il quale si era ritirato dalle scene all'apice della sua carriera e non voleva più saperne di ritornare a cantare dal vivo. Riuscii a fargli cambiare idea, diventai il suo manager e iniziammo a fare concerti in giro, tanti, e non c'era più tempo per studiare all'università. È stata un'esperienza bellissima che mi ha insegnato molto, a 22 anni rappresentavo uno dei più grandi artisti italiani ed ogni suo concerto era un evento!»

E visto che poi hai continuato non si è trattato del classico colpo di fortuna...
«Da allora la mia carriera ha avuto una svolta importante. Il rigore ed il rispetto verso gli artisti ed il pubblico sono diventati parte dei miei valori ed ho capito che l'investimento nella qualità paga sempre, anche se non subito. Sicuramente il mio territorio di origine, la Campania, con i suoi teatri naturali, aree archeologiche, spiagge, piazze storiche, stimolava il mio lavoro di promoter di eventi. Da qui il concerto di Frank Sinatra nell'area archeologica di Pompei, quello di Ray Charles e Manhattan Transfer e Gilbert Becaud sulla spiaggia grande di Positano, i concerti di Caetano Veloso e Gilberto Gil al Teatro antico di Taormina e al porto di Napoli e i concerti di Pino Daniele e Massimo Ranieri all'Arco Naturale di Palinuro e tantissimi altri».

Quando hai deciso di trasferirti a New York?
«Nel 2006, dopo dieci anni di viaggi di lavoro e di produzioni all'estero, soprattutto negli Usa, ho creato a New York la Massimo Gallotta Productions, con l'intento di lavorare soprattutto per la promozione della cultura e della musica italiana all'estero. Nel febbraio del 2007 ho prodotto il primo concerto, quello del maestro Ennio Morricone con un'orchestra e coro di 200 elementi, al Radio City Music Hall di New York. E proprio in quel mese il Maestro ha vinto l'Oscar alla Carriera ed ha tenuto un concerto nella sala dell'Assemblea Generale dell'Onu per il benvenuto al nuovo segretario generale Ban Ki Mun. L'evento è considerato fra le produzioni italiane più importanti mai realizzate negli Stati Uniti il che mi rende molto orgoglioso. Dopo quella data, la mia permanenza a New York è diventata quasi stabile, dico quasi perché sono spesso in Italia per lavoro. In questa città tutto è sicuramente più difficile, tutto è competizione e business ma, per citare una famosa canzone If I can make it there, I'll make it anywhere! E con questo spirito di rimettermi in gioco, in un territorio dove l'entertainment business è planetario, ho ricreato il mio percorso con incontri incisivi e fondamentali».

Incontri che ti hanno permesso di realizzare lo storico concerto di riunione del trio Labelle.
«Sì, ho conosciuto Patti LaBelle ad un suo concerto e lei stava registrando un disco di reunion delle LaBelle, allore le dissi che sarebbe stato belle fare un concerto di reunion del trio all'Apollo Theater, nel tempio storico della musica afro-americana. E così è stato, il trio si è riunito dopo trent'anni ed è stato un evento eccezionale».

Quali requisiti si deve avere per fare il tuo lavoro? E c'è molta concorrenza?
«Si deve avere fantasia ma anche una forte motivazione. Diciamo che parte tutto da un'idea, poi devi saper coinvolgere l'artista ed individuare ciò che vuole fare. C'è anche molta concorrenza, ma quando hai le idee ben chiare, sai cosa vuoi realizzare e sei in sintonia con l'artista le cose cambiano. Diciamo che devi portarlo nel posto giusto. Quando centri questo obiettivo è già un successo. Devi avere in mente come una fotografia, con il palco, l'artista, il pubblico. Se alla fine tutto quadra, il successo è assicurato».

E hai mai fatto fiasco?
«Sì, per fortuna solo una volta a Positano. Era un concerto dove duettavano Toquino e Ornella Vanoni. Ad un certo punto la Vanoni andò via un'ora prima senza salutare il pubblico. Il concerto andò avanti lo stesso, ma la Vanoni mi disse che prima di fare certe cose bisognava incontrarsi, provare. Diciamo che in quel caso sono stato poco previdente».

Abbiamo accennato ad un altro dei tuoi "colpi" messi a segno negli Stati Uniti, ossia il debutto di Benigni con il suo famossimo Tutto Dante, ma per questo autunno hai in serbo un'altra sorpresa, ci accenni qualcosa?
«Sì, ai primi di ottobre porterò Pino Daniele all'Apollo Theater. Era da molti anni che cercavo di convincerlo a venire negli Stati Uniti, quattro anni fa c'ero anche  riuscito, poi per l'uscita del disco e la promozione, il suo management cambiò il programma».


Hai un sogno nel cassetto?

«Certo, vorrei sviluppare il progetto di Renzo Arbore, che con l'Orchestra Italiana porta in giro nel mondo la canzone napoletana. Io vorrei che fossero i grandi artisti qui a cantarla».