A modo mio

Il fico secco

di Luigi Troiani

   Leggo su "La Stampa" di qualche giorno fa che l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati è "uno di quegli organismi che contano quando la stampa li fanno contare, ma non contano un fico secco". Lo sgrammaticato eloquio è del ministro della difesa La Russa e, secondo il quotidiano torinese, si conclude con un'affermazione davvero angosciante per i poveri rifugiati o candidati tali: "Accuso questo sedicente organismo o di essere disumano o di fiancheggiare chi vuole violare la legge".

      Difendere le Nazioni Unite non vale proprio la pena: sono attaccate quotidianamente da ogni parte e sanno come spicciarsela. Mi preoccupa invece la faccenda del fico secco. Perché a me il fico secco piace, e so che è ricco di vitamine A e B, proteine, zuccheri e sali minerali (potassio, calcio, magnesio), ha proprietà emollienti espettoranti e lassative. Vederlo declassato da tanto autorevole esponente governativo (in inglese "not care a damm, a hoot") un po' mi fa male. Inoltre pungono i ricordi dell'infanzia con i buoni sapori dei secchi di Puglia, di Calabria di Sicilia, del fico secco di Carmignano a Prato. E la visione dei fichi infilzati a seccare al sole duro del sud, uno dietro l'altro sui cannicci puliti, i bianchi separati dai colorati, e tutti divisi e ben distaccati per evitare appiccicumi e infezioni, con l'occhio del sicono sempre in alto per favorire il coagulo totale del succo interno.

      E un altro ricordo dell'infanzia, il predicatore francescano che mi guarda dritto negli occhi e mi urla le parole del rabbi Gesù affamato, che maledice l'albero di fico che non gli dà il frutto cercato: "Non nasca mai più un frutto da te". E il commento del cronista apostolico Matteo: "E subito quel fico si seccò".  Sta a vedere che il possente La Russa ce l'aveva con l'albero evangelico insterilito e improduttivo, quindi insignificante e pronto per il fuoco.

      Indago ancora e, per venire a capo della faccenda, trasmigro nell'islam, religione e civilizzazione mediterranea che sul fico ha certamente da dire la sua. Trovo il fico, con l'olivo, in testa alla 95^ sura: sono dentro la formula di un giuramento sacro, testimonianza di quanto fossero considerati nobili e preziosi quei frutti. In quella cultura il fico era simbolo di fecondità legata ad una vita coniugale piena e vitale. Nell'identificazione che l'islam conferiva al fico non mancava la baraka: la grazia trasmessa dal rito dell'iniziazione, particolarmente valida nella derivazione sufi, impegnata a spargere nel mondo pace e amore attraverso la promozione della conoscenza dei cuori.

      Totale: il fico in quanto frutto appare buono e salutare, sia fresco che secco. Se tanto mi dà tanto, l'albero di fico, che genera siffatta bontà, non può certo essere peggiore, fatta eccezione della sua forma disseccata. Questa però la vediamo all'opera in un solo caso, quello narrato dagli evangelisti Matteo e Marco, quando Cristo, in genere moltiplicatore generoso di cibo per tutti, si arrabbia perché l'albero non gli dona fichi fuori stagione.

      La Russa ha avuto torto marcio a tirare in ballo il fico per giudicare l'agenzia Onu. Se proprio doveva citare i fichi, poteva magari riferirsi agli operatori dell'agenzia Onu per i rifugiati come dei gran fichi, ovviamente astenendosi dall'utilizzare il femminile dello stesso termine per i complimenti del caso alla signora Boldrini, capo in Italia dell'agenzia Onu. In realtà il nostro gentiluomo la signora ha preferito ingiuriarla pesantemente. Lo stile, come si sa, non è acqua!