CHE SI DICE IN ITALIA/Aspiranti veline per “papi”

di Gabriella Patti

Quando dico che la colpa è dei genitori.... Il settimanale popolare "Oggi", il cui direttore Andrea Monti è un giornalista vecchio stampo che sa fiutare il vento, sta dedicando una lunga serie di servizi a Noemi Letizia, la ragazzina che chiama Berlusconi "papi". La mia prima reazione è stata di stupore. Capisco che la bionda e spigliata diciottenne faccia notizia - e a quanto pare, la rivista in questione che se ne sta occupando assiduamente da settimane ha aumentato la tiratura grazie a questa vicenda. Però riservarle intere paginate mi sembrava eccessivo.

 

Ma, attenzione, come dicevono gli antichi romani: in cauda velenum. Ovvero, alla fine c'è la spiegazione per quanto velenosa possa essere. Sotto forma, nell'ultimo numero in edicola, di un mini sondaggio sul fenomeno delle cosiddette "veline"commissionato da "Oggi" a un istituto di ricerca. Risulta che solo il 18 per cento dei giovani considera "normale", un lavoro come un altro, il fare la "velina" o il partecipare a un reality televisivo. Invece ben il 40 per cento degli adulti non si scompone e ritiene che si tratti di un'attività come un'altra. Se a questa percentuale si aggiunge un altro 18 per cento di adulti con figli minorenni che giudica "indifferente" la questione, ecco che per quasi il 60 per cento dei genitori italiani il futuro delle proprie figlie può tranquillamente essere quello della ragazzina pon-pon, come si diceva un tempo. Altro che medico, avvocato, giudice o insegnante.

   SIAMO IL PAESE DELLE VELINE, insomma. Berlusconi docet. Il capo del nostro governo, celebre per le sue battute che ogni tanto ci creano problemi internazionali (ma che lasciano indifferente la magioranza degli italiani che lo vota) deve avere una vera passione per questo tipo di professioniste. Tanto da avere dato della velina persino alla compassata e serissima Emma Marcegaglia, attuale capo degli industriali. Lo ha fatto, appunto, con una battuta che, secondo lui, doveva essere scherzosa. Ma la signora, giustamente, non ha apprezzato.

   SALVATE QUEL COMPUTER. Abbandonato in un sottoscala del tribunale di Milano, in attesa di essere rottamato assieme ad altri vecchi pc, ce n'è uno che ha cambiato - o avrebbe potuto cambiare - la storia d'Italia. E' quello usato nei primi anni Novanta dall'allora giudice Antonio Di Pietro nella sua celebre inchiesta Mani Pulite. Nell'obsoleto hard disk, che in tempi di netbook, Google eccetera mette quasi tenerezza, ci sono tutti gli atti, le citazioni, gli interrogatori a cominciare da quello di Mario Chiesa, che diede l'avvio alla valanga che travolse la Prima Repubblica. Qualche anno fa un magistrato nostalgico riuscì a salvare una prima volta il glorioso pc, già inserito in uno stock di ferraglia da smaltire. Ma l'unica cosa che ottenne fu una collocazione in uno sgabuzzino umido. Che, ironia della sorte,  si trova proprio di fronte a quello che fu l'ufficio di Di Pietro. Il magistrato, Elio Ramondini, un'idea l'ha avuta: dare il prezioso oggetto al Museo della scienza e della tecnologia del capoluogo lombardo. I cui dirigenti si sono subito dichiarati d'accordo. Come dice ildirettore del museo, Fiorenzo Galli: "E' un reperto che può diventare un bene museale". La domanda è stata fatta alle autorità competenti (ma chi sono? Gli addetti alla nettezza urbana?). E, quindi, si è inevitabilmente fermato tutto: la pratica si è persa nei meandri della burocrazia.