Il rimpatriato

Quell’Italia poco attraente

di Franco Pantarelli

I giovani laureati italiani - i più bravi e più intraprendenti fra loro - in genere vanno a lavorare all'estero perché il loro Paese non ha niente da offrire loro, se si eccettua l'esortazione a "comportarsi bene" rivoltagli tempo fa dal presidente Giorgio Napolitano, durante un "raduno" a Roma organizzato dal ministero degli Esteri. Belle parole, quelle del raduno e quelle di Napolitano, ma parole e basta, come si addice alla politica dell'apparire e non dell'essere. Qualcosa di concreto come una paga decente? Neanche a parlarne. La prospettiva di uno sviluppo professionale? Da non contarci. E per di più la necessità di sottoporsi a pratiche complicate e perfino umilianti di fronte ai potenziali datori di lavoro, mentre per andare all'estero basta rispondere alle offerte sui siti specializzati in internet e presentare il proprio curriculum. Non è che sia facilissimo, ma almeno si riceve una risposta chiara e rapida (se è negativa si può ritentare altrove) e dopotutto l'unico "impegno" è stato quello di scrivere una e-mail.

Bene, ora vediamo l'altra faccia di questa medaglia (non precisamente d'oro) italiana, e cioè la situazione degli studenti "altri" che scelgono di venire a lavorare (magari per un po', come si usa oggi) in Italia. Tanto per cominciare, i numeri. All'interno dell'Ocse, l'organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico che comprende 30 Paesi, sono quasi 20 milioni e mezzo i laureati che si sono spostati da un Paese a un altro, nel corso dell'ultima decina d'anni. Di questi, una buona metà sono finiti negli Stati Uniti, un settimo (poco meno che tre milioni) hanno scelto il Canada e un dodicesimo (circa un milione e 700.000) sono andati in Australia. I rimanenti si sono sparsi in tutti gli altri Paesi dell'Ocse e le loro scelte non mostrano una particolare popolarità dell'Italia. Di ogni mille di loro, a scegliere l'Italia sono stati soltanto sette!

 

Un numero miserabile che va raddoppiato per indicare quelli che hanno scelto la Svizzera, che va moltiplicato per quattro se la prescelta è la Francia, per sette nel caso della Germania e per nove nella Gran Bretagna.

Ovviamente questo pone in negativo il bilancio export-import, che al momento si presenta così: a tutt'oggi i laureati italiani espatriati in uno degli altri Paesi dell'Ocse sono stati esattamente 395.229, mentre quelli degli altri Paesi venuti in Italia sono stati 57.515. Il saldo è un deficit di 337.714 "teste", ma non pare che il semplice calcolo aritmetico sia sufficiente a fotografare la situazione. Dice infatti il rapporto da cui finora ho attinto questi dati (è intitolato "La battaglia dei cervelli: come attrarre i talenti", è stato redatto da ricercatori di vari Paesi europei ed è stato presentato ieri a Pisa, a un convegno chiamato "Brain Drain and Brain Gain") che i laureati che vengono in Italia sono un po' "particolari". A causa del "sistema di quote" che "non mira a selezionare gli elementi più qualificati", dice il rapporto, i laureati stranieri che vivono in Italia "sono il 12 per cento del totale" ma di loro, spiega il rapporto, "solo l'1.8 per cento possiede anche una specializzazione post-laura". Insomma quelli che vengono in Italia sono più scarsi di quelli che vanno in altri Paesi, sebbene - continua spietato il rapporto - sono "mediamente più istruiti degli italiani".

E del resto, perché studiosi e ricercatori molto qualificati, con un ottimo bagaglio di intelligenza, preparazione, fantasia capace di arricchire il patrimonio intellettuale, scientifico, professionale del Paese in cui si recano, dovrebbero perdersi negli istituti universitari italiani farciti di mogli, figli, nipoti e cognati del "barone"? E perché mai dovrebbero imbarcarsi nei giochi delle "quote" e della pigrizia mentale, se non peggio, molto peggio, come nei casi ricorrenti di concorsi fasulli? Perché, in definitiva, dovrebbero incamminarsi "per scelta" sul calvario che aspetta le migliaia di giovani italiani che escono dalle università? L'Italia è ancora il Bel Paese. Ogni anno i turisti arrivano a frotte attratti dagli splendori della Repubblica di Venezia, dalla Firenze rinascimentale e dalla Roma antica e barocca. Ma tutti sanno, e in particolari i giovani "scafati" della generazione di internet, che oltre il turismo è bene non andare.