ANALISI/Il rianimatore di un’identità

di Grace Russo Bullaro

Nel 2003 a Roberto Benigni un giornalista chiese come si sentisse per l'essere stato designato a simbolo dell'Italia. Era in buona compagnia. Gli altri simboli erano la pizza, la Ferrari, il Vaticano, i Carabinieri e la moda italiana. Benigni, da irriverente comico qual è, girò questa dimostrazione di affetto del pubblico italiano per la sua persona e per il suo "personaggio" con una delle sue battute: "Quindi adesso, per uno straniero che venisse in Italia, l'immagine più rappresentativa del nostro Paese sarebbe Benigni con un generale dei Carabinieri e un cardinale che, scendendo da una Ferrari tutti vestiti Armani, se ne vanno in pizzeria con tre amanti..."

Facile per lui scherzare così! Ma per molti italiani, Benigni è preso in seria considerazione come il distillato del vero carattere italiano e, dopo il suo grande successo con le letture de La Divina commedia, anche come grande simbolo del predominio della cultura italiana nel mondo. Francesco Morace del Il Sole 24 Ore.com, si spinge fino a dire che "un personaggio come Benigni non è immaginabile in un altro Paese. Il condensato di intelligenza, passione, lucidità gusto della battuta e profondità del pensiero...esprime il meglio della nostra tradizione culturale..." In breve, per molti italiani e anche non italiani, Benigni è il riflesso di una eredità culturale, e forse ancora più importante, l'immagine di se stessi o almeno come gli italiani vorrebbero essere.

La domanda da chiedersi a questo punto è: chi ha più potere nello stabilire l'eredità di un artista che si rifletterà a distanza di anni in un Paese, il pubblico o gli intellettuali e critici professionisti? Oggi la risposta non sarebbe così facile. I siti blog, le pagine personali, il giornalismo dei cibernauti e tutti coloro che si pubblicano da soli, offrono una infinita possibilità agli interessati, anche se individui non "esperti", di giocare al ruolo del "critico". Quindi se vorremmo esercitarci nella questione della "legacy" artistica che Benigni lascerà, dobbiamo tener conto di entrambi questi gruppi.

Se ci atteniamo a tutte le critiche, sia dei critici professionisti che di chi si è autoproclamato tale, ci accorgiamo che l'eredità di Benigni come cineasta, comico e showman rischia di essere messa in serio pericolo. Basta considerare il fiume di inchiostro virtuale che è stato versato nel processo di denigrazione dei suoi film susseguenti a La vita è bella. Per la verità, anche questo film diventò il soggetto di uno scottante dibattito al momento della sua uscita, nel 1997, se non proprio tra il pubblico che in genere lo amò subito insieme col suo regista-attore, certamente tra i critici, studiosi, storici e accademici che trovarono numerosi difetti di ideologia, di stile e di tecnica con quel film che poi vinse l'Oscar.

 

I film che vennero subito dopo, Astérix et Obelix contro Cesare (1999), Pinocchio (2002) and La Tigre e la neve (2005), o furono completamente ignorati, come il primo, o furono considerati un fallimento sia dai critici che dal pubblico. Infatti io ho riscontrato l'anno scorso, quando intervistai Benigni (Intervista pubblicata su Oggi7 il 7 luglio 2008, ndr) che anche lui non riusciva a comprendere cosa fosse successo con questi film, anche se poi lui stesso ammise che Pinocchio era stato come un treno in corsa che lui non era riuscito a controllare. In Italia il film fu accolto un po' meglio, ma non molto: "Orribile, una recitazione dilettantesca ed imbarazzante". (critico anonimo su maymovies.it)

La maggior parte dei critici considera La Tigre e la neve, nel migliore dei modi una pallida imitazione de La vita è bella, ma sfortunatamente la comparazione si dimostrò essere imbarazzante dato che sottolineava il fatto che Benigni come cineasta e attore era destinato inesorabilmente a ripetere se stesso. Come leggiamo sul clos.ilcannochiale.it "Una parentesi perché ormai Roberto Benigni ha detto tutto quello che aveva da dire, e non gli fa onore continuare a perpetuare se stesso prima in mutande, poi con la sua camminata braccia a penzoloni..."

Le critiche sulle sue capacità di regista sono ancora più taglienti. Fino al punto che numerosi critici avevano sostenuto che nel dirigere i suoi film, Benigni fosse diventato un ostacolo al suo potenziale successo: "Benigni è un ottimo attore e un grande poeta del palcoscenico ma come regista è solo sufficiente...probabilmente la ricerca spasmodica di affermazione nel mercato Americano non lo faciliterà in un compito per lui così arduo" leggiamo su lankelot.eu. Gianluca Pelleschi non è gentile quando si riferisce a "una nullità registica di un Benigni incapace di costruire alcunché, estraneo alle più elementari regole del raccontare, stilisticamente inesistente..."

Il comico Benigni suscita equamente altre controversie, soprattutto perché la sua recitazione si baserebbe pesantemente sul sesso, Berlusconi e la politica, e questo ovviamente crea ulteriori problemi. Un blogger, esprimendo i sentimenti di molti altri, dichiara: "Benigni come uomo non mi piace, come comico nemmeno. E' scontato, monotono, inutile e anche volgare..." per poi aggiungere che la volgarità di Benigni gli preclude la possibilità di diventare un simbolo nazionale. Un altro afferma che "La cosa che più m'infastidisce è la monotonia delle sue battute, che hanno come argomento il sesso e Berlusconi." La sua recitazione degli anni più recenti è stata caratterizzata come "quattro battutine idiote, trite e ritrite su Berlusconi."(matematicamente.it)

La sua ossessione con Berlusconi potrebbe finire per diventare il suo tallone d'Achille artistico, l'accanimento con il quale si spinge a criticarlo ha fatto sospettare molti che la vera forza dietro la sua satira politica sia un caso di animosità personale. Eppure la legittimità della sua posizione in Italia come un simbolo della sinistra antiberlusconiana è stata erosa dalla incongruenza del suo volerlo essere fino in fondo, come se Benigni volesse recitare la parte di un "outsider" del sistema, ma allo stesso tempo volendone godere di tutti i suoi benifici. "Nell'immaginario degli italiani una delle figure più odiose è l'uomo di sinistra che guadagna molto." (Blogger su matematicamente.it)

La sua sincerità ideologica è stata messa in discussione perché per essere un contestatore dovresti lavorare fuori dal sistema che si contesta, ma Benigni sarebbe diventato una parte integrale del sistema che lui stesso deplora, sfruttandone anche la sua grande remuneratività. Appena il 19 febbraio di quest'anno, Daniele Lepido ha scritto sul Il Sole/24 Ore che soltanto nell'ultimo anno, le varie società di Benigni hanno dichiarato profitti per circa 30 milioni di euro.

Effettivamente data la natura nel recente passato della comicità di Benigni e il fatto che il suo pubblico sempre più lo associa con la lotta politica, diventa interessante chiedersi se dovremmo considerarlo un politico e forse paragonarlo ad un Beppe Grillo. Lo stesso Benigni, nella intervista con me di un anno fa, ammise: "Mi sono sempre occupato, direttamente o lateralmente, di politica. Sono proprio una bestiolina politica e ho il desiderio di parlarne tanto. Anche se di politica non ne ho fatto mai nel cinema - in televisione sì, ma non nel cinema."

Vittorio Sgarbi ha commentato che "politico non è chi ha una carica......politico è chi fa politica. E Benigni l'ha fatta... scavalcandola in nome dell'arte e della comicità, oltretutto pagato...". Per poi andare anche oltre quando suggerisce che forse Benigni dovrebbe essere considerato un leader politico. "E chi potrebbe avere dubbi sull'orientamento politico di Benigni?" continua Sgarbi. "La leadership è lì. Nell'essere riconosciuti, comunicando passione e piacere." La differenza allora tra Beppe Grillo e Roberto Benigni? Io ritengo Grillo un demagogo, il quale seguito già costituisce un piccolo partito politico. Mentre Benigni lo giudico ancora come un artista e un comico, che fa della satira sulla struttura del potere politico principalmente con l'obiettivo di far divertire il pubblico; i suoi sono dei fan, non degli aderenti ad una agenda politica. Al contrario di Grillo, Benigni non scrive un blog politico o incita il pubblico a individuare e castigare specifici politici corrotti, lui si limita a far ridere la gente sulle debolezze umane, rimanendo sempre nella generale categorizzazione. Questa è una grande differenza.

A questo punto il lettore e lo spettatore potrebbe chiedersi: cosa è successo di sbagliato alla carriera di Benigni? Che fine ha fatto il vibrante Cioni Mario, carattere dei primi anni le quali analisi sociali e politiche erano fresche, taglienti e comprensibili?
Mentre qualcuno ha suggerito che l'età lo ha raggiunto, altri ritengono, come Luca Mastantonio, che egli si sia venduto agli interessi commerciali. "Indossa con poca credibilità i panni del giullare perché è un ré, assai avido, di una corte tutt'altra che sottoproletaria. Non puoi venderti per Yorick se siedi sul trono di Danimarca"

Questo sospetto di ipocrisia ideologica nei confronti di un ex simbolo della sinistra, è stata recentemente amplificata dalla sua partecipazione all'ultimo Festival di Sanremo, per la quale Benigni avrebbe ricevuto una somma variamente valutata tra uno e i tre milioni di Euro per 15 minuti di monologo. Anche se il commercialista di Benigni, Paolo Rossetti, ha precisato che si trattava di una somma molto minore, 350 mila euro (una somma che comunque ha riconosciuto esser parte di un complicato accordo che alla fine potrebbe rendere a Benigni in effetti ben più di 3 milioni di euro) l'indignazione espressa da innumerevoli articoli e website era principalmente causata dal fatto che essendo la RAI una istituzione pubblica, i soldi pagati agli artisti sono considerati soldi pubblici. Così l'apparizione di Benigni è stata giudicata come "un becero prodotto di mercato".

Non è fino alla lettura della Divina Commedia di Dante nei giorni prossimi al Natale 2002 che le fortune nella carriera di Benigni presero un nuovo corso, e in ogni susseguente spettacolo egli ha presto riguadagnato quella popolarità che due film fallimentari (Astérix e Pinocchio fino a quel momento) avevano effettivamente eroso.

Ma anche in questo nuovo campo, gli elogi furono oscurati da critiche negative. Luca Mastrantonio ha dichiarato: "La vera bizzarria...[è] che oggi in Italia si consideri Benigni, e in particolare la sua lettura dantesca, come un supremo bene pubblico. E' Carmelo Bene, invece, lui il sommo artista della voce e poeta attoriale..."

Il grande esperto di Dante Vittorio Sermonti, lo ha accusato di perpetrare una lettura di Dante riduttiva, mentre il regista Franco Zeffirelli, si infervorò all'idea che un semplice comico potesse dissacrare il testo di Dante, che invece sarebbe dovuto essere lasciato a studiosi seri, magari fiorentini e non a qualcuno con l'accento di Prato....

E invece, nonostante le lamentele di certi puristi, la popolarità del Dante di Benigni è innegabile. Così tanto che nel 2007 ci fu una vera e propria campagna per nominarlo al Premio Nobel per la Letteratura. Cesare Lanza dichiarò: "È gigantesca l'opera di divulgazione culturale, che sta facendo in Italia, senza gli snobismi...ma con la capacità di raccontare...l'universo di Dante...la comprensione e l'amore per il poeta più grande nella storia della poesia, d'ogni Paese e di tutti i tempi."

Noi tutti sappiamo che l'infatuazione del pubblico ha la memoria corta mentre le parole scritte dai critici durano nel tempo. Allora quale sarà la "Benigni's legacy"? L'Oscar per un film che nonostante tanti premi, fu anche criticato per i suoi difetti? Il precipitoso declino della sua carriera cinematografica? Il popolare anche se dibattuto successo per le sue letture dantesche? L'ipocrita ideologico di sinistra che si diverte nel mungere il sistema che critica? O la ridicola e perpetua macchietta di un ragazzino sovrasterà tutto il resto?
In America la sua popolarità era in discesa libera. Menzionando il suo nome, ora devo spiegare chi è, e spesso la gente non ricorda neanche più il suo Oscar con Life is Beautiful. Qualche critico ricorda solo la sua buffonesca esibizione alla cerimonia degli Oscar quando salendo sopra le poltroncine e scavalcando le teste degli ospiti, si fece strada fino al palco.

Nonostante tutto, io ritengo che oltre a quell'Oscar che, ovviamente, nessuno potrà mai togliergli, resterà un grande merito che sovrasterà la sua eredità cinematografica e di comico: il dato di fatto che Benigni ha rianimato l'amore dell'Italia per Dante, non soltanto come l'autore de La Divina commedia, ma come l'emblema della cultura italiana, delle nostre radici, della nostra storia, della nostra unità come popolo ancor prima che fossimo una entità politica; e in un periodo in cui molta retorica circonda la globalizzazione, l'immigrazione e l'identità sta scuotendo le nostre fondamenta culturali, questo appello di Benigni al nostro passato potrebbe darci una assicurazione a spingerci avanti con più sicurezza su quello che siamo, e darci la tolleranza per quei cambiamenti che inevitabilmente arrriveranno.

*Grace Russo Bullaro, professoressa al CUNY Lehman College, English Department, è autrice di vari articoli su Roberto Benigni e del libro "Beyond Life is Beautiful, Comedy and Tragedy in the Cinema of Roberto Benigni".